
Ludmila Javorová (Foto di Ľubo Bechný)
Dal blog del teologo Andrea Grillo apprendo della morte di Ludmila Javorová.
Mi torna immediatamente in mente il bellissimo libro dal quale ho conosciuto questa vicenda: Dal profondo. La storia di Ludmila Javorová ordinata sacerdote nella Chiesa cattolica romana, di Miriam Therese Winter (Edizioni Appunti di Viaggio, Roma 2004). Come pure la più recente pubblicazione di Effatà editrice che ha tradotto in italiano il libro di Zdeněk Jančaříka: Ludmila Javorová. Sacerdote nella Chiesa del silenzio (2022).
Nell’introdurre questa seconda pubblicazione, le teologhe Marinella Perroni e Cristina Simonelli fanno riferimento a una doppia spirale di «silenzio»: quello della situazione di clandestinità della Chiesa cecoslovacca, superato con la caduta del muro di Berlino (cf. SettimanaNews), e quello della condizione delle donne all’interno di questa esperienza ecclesiale, che – scrivono – «continua implacabile» ed è il riflesso, purtroppo, della condizione che le donne vivono nella Chiesa, ad ogni latitudine. Di fronte a questo silenzio, Ludmila è donna «disarmante», come sottolineano sempre Perroni e Simonelli, a partire proprio dalla sua vicenda personale.
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Facciamo un passo indietro. La storia si colloca negli anni della dura repressione del regime comunista in Cecoslovacchia, quando la cosiddetta «Chiesa del silenzio» opera nella clandestinità per garantire la continuità dei sacramenti e l’assistenza spirituale ai fedeli.
Nel 1970, nel pieno dell’esperienza sinodale di Kobeřice, denominata «Concilio del popolo di Dio», il vescovo Felix Maria Davídek matura la decisione di ordinare presbitere alcune donne. Consapevole delle impellenti necessità pastorali della comunità, Davídek sostiene con passione che la vita e le esigenze del popolo di Dio hanno la precedenza su ogni codice e disciplina canonica.
L’assemblea sinodale sul punto si spacca, quasi a metà. Ma il vescovo Davídek ritiene comunque che non ci siano impedimenti a ordinare alcune donne. Tra queste, impone le mani su Ludmila. Altre donne saranno ordinate, e altri vescovi seguiranno questo esempio. Ma quando, negli anni Novanta, l’autorità ecclesiastica interviene sulle ordinazioni clandestine cecoslovacche, dispone per gli uomini percorsi di regolarizzazione «sotto condizione», mentre per le donne ribadisce perentoriamente la dottrina tradizionale sull’invalidità delle ordinazioni.
Ludmila accetta la decisione vaticana. Eppure, nel suo cuore continua ad avvertire la dinamica di una vocazione soffocata dalla gerarchia ecclesiastica.
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Credo che la storia di Ludmila, insieme a quella delle altre donne presbitere nella Chiesa del silenzio, abbia un significato importante, che non può passare sottotraccia, tanto sul piano teologico quanto su quello canonistico; soprattutto rispetto ad un diritto, quello canonico, che oggi, con la revisione del diritto penale, codifica il delitto di tentata ordinazione femminile punito con la scomunica. Su questi temi rimando al mio libro Eguaglianza battesimale e diseguaglianza ministeriale (2026).
Qui è sufficiente richiamare che, nell’ordinamento canonico, la radicale e primaria capacità di accedere ai sacramenti deriva dal battesimo che costituisce l’uguaglianza fondamentale di tutti i fedeli nella dignità e nell’agire. È questo un dato acquisito con il Concilio Vaticano II.
Di conseguenza, nel conferimento dell’ordine sacro la mancanza del battesimo comporta un’invalidità ontologica, radicata nella natura stessa dell’atto. Lo stesso non può dirsi della mancanza di requisito del sesso maschile, che rappresenta un divieto posto dal legislatore per motivi storici, antropologici e culturali.
La persistenza di argomenti riconducibili alla divina costituzione della Chiesa, ossia di diritto divino, è semplicemente un dispositivo di blocco alla possibilità di una riforma dei ministeri ecclesiali, che può essere superato con adeguate ragioni teologiche, come sottolinea Grillo nei suoi studi.
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Da questo punto di vista, l’ordinazione di una donna battezzata, quale Ludmila Javorová, non si riduce dunque a una semplice finzione o a una «pièce teatrale», bensì rappresenta un evento reale, situato nella storia, che genera relazioni ecclesiali autentiche. Un atto che produce effetti giuridici. Il fatto stesso che l’autorità ecclesiastica sia intervenuta con provvedimenti formali per dichiararne l’invalidità ha dimostrato che quell’atto rituale sia esistito e abbia prodotto un impatto concreto nella comunità.
Ludmila è stata presbitera. Lo è stata davvero. Ricordarlo significa far memoria di un segno profetico che sollecita il diritto canonico a ripensare la ministerialità a partire dal principio dell’eguaglianza battesimale. Una riforma non più rinviabile.






Dal messaggio che consegnato in quanto incarnato alla storicità non si può isolare la specifica significatività di qualche gesto cristico, per desumerne e negativo l’esclusione dalla Tradizione di quanto la neotestamentaria eventualità dei καιρόι e la più attuale necessità di “scrutare i segni dei tempi” al contrario di dettano di valutare se degno di accoglienza. In modo particolare mi sembra sbagliato farlo per strumentalizzare un dato evangelico che quantitativamente tramanda (sicuramente accanto a molte altre) una disparità di trattamento trai sessi avvenuta nella prima comunità cristiana al fine di invalidare e di fatto condannare all’oblio un’esperienza che quasi duemila anni dopo in un contesto di fede assai lontano si è reso necessario divenendo pratica fonte di vita pastorale ed eucaristica. Quanto resta nel costume proviene sempre da fatti evenemenziali, mentre le parole di san Paolo hanno conservata la loro influenza a livello dogmatico. In Galati , dove non c’è più né giudeo né greco né schiavo né libero né uomo né donna bensì l’ unione di tutti costoro in Cristo Gesù (cfr.3,28), l’inamovibilità giuridica del legato è nella fede sostituita dalla forza dello spirito.. E comunque ricordiamo che “Dio non fa differenza di persona” (At 10,34).
Perché non sentire mons. Staglianò sul tema?
Forse dimentichiamo che Gesù non ha ordinato nessuno; ha chiamato a se’ alcune persone “perché stessero con lui e per mandarli a predicare”.
Nessuna traccia di sacramenti, nemmeno nella forma più semplice (imposizione delle mani).
Gli unici comandi sono stati: “andate, e battezzate/predicate”, e “prendete e mangiate/fate questo in memoria di me”.
Teniamo presente che i sacramenti come oggi li conosciamo sono comparsi molto tardi nella storia della Chiesa; e hanno subito non pochi cambiamenti, anche radicali: San Paolo ad esempio parla espressamente di una diacona e di vescovi sposati; Sant’Ambrogio è stato scelto vescovo anche dai cittadini di Milano.
E la confessione, per molto tempo, non aveva neanche la forma di un sacramento.
Per non parlare dei dogmi (la Trinità!), e del testo del Credo Niceno-costantinopolitano che oggi tutti professiamo.
Le strutture, i ministeri, le forme dottrinali, inevitabilmente si modificano a seconda delle epoche e delle culture.
A dirla tutta ha imposto le mani e a soffiato lo Spirito su di loro. Quindi si li ha ha ordinati.
I Vangeli non raccontano, mi pare, che Gesù abbia imposto le mani sui Dodici.
Lo Spirito Santo è sceso nel Cenacolo, quando anche Maria e altre donne erano con gli Undici.
Quindi se il sesso, anzi il genere come si dice adesso, non è una condizione per l’accesso ai sacramenti, nulla vieta a due donne di sposarsi?
Esiste una vera ragione teologica perché il presbiterato non possa essere dato a una donna?
Dopo la sequela di documenti studi e pronunce su questo tema, se ci si pone questa domanda, si è in mala fede, a mio avviso. Chi si pone ancora la domanda lo fa perché non è soddisfatto della risposta.
“Non essere soddisfatto della risposta” significa essere in malafede? Ma di che fede stiamo parlando? Credere non vuol dire rinunciare a pensare, a porsi e porre domande, a argomentare le proprie risposte.
A mia conoscenza, Javorova non ha mai accettato tale decisione. Ha acconsentito a non presiedere celebrazioni pubbliche, ma non ha mai sconfessato la sua ordinazione, anzi ha rifiutato di farlo.
Se Nostro Signore avesse voluto le sacerdotesse, comuni nel mondo antico, avrebbe cooptato donne tra i dodici…invece non l’ha fatto. Evidentemente era misogino… voi siete migliori di lui, evidentemente…
Mi pare un argomento largamente superato dalla moderna esegesi biblica. Serve ancora ai difensori dell’immobilismo ecclesiale, vescovi e Papa compresi ma, volendo, sia nel Nuovo Testamento che nella tradizione pretridentina si possono fondare ottimi argomenti e ragioni per superare una situazione antistorica che umilia inutilmente ben oltre il 50% dei cristiani cattolici e, agli occhi dei giovani normali, relega la Chiesa Cattolica tra i relitti indifendibili di un ormai lontano passato
Lo era sicuramente la società di Gesù che non avrebbe mai accettato la testimonianza delle donne. Gesù tenta l’ultima carta facendo testimone di questo una donna ma dal suo commento capisco che il messaggio non é passato.
Appunto
Come un matrimonio invalido non è un matrimonio, così un’ordinaziome invalida non è un’ordinazione. Meglio non cavalcare equivoci quando si parla di sacramenti: come un matrimonio tra due uomini non è un matrimonio, così un’ordinazione di una donna non è un’ordinazione
Esattamente. Questa ricerca di eventi, anche molto discutibili e marginali, che giustifichino la validità delle ordinazioni femminili mi sembra un vicolo cieco e una strada senza uscita. Il Magisteri si è espresso più volte sulla questione. Non ha alcun senso insistere.
Per la verità un matrimonio invalido è, appunto, un matrimonio invalido; invece un matrimonio nullo è un “non matrimonio”, che tuttavia resta tale finché la nullità non viene o dichiarata o sanata. Questo schema logico giuridico si applica anche agli altri sacramenti, e fa bene il Prof. Guzzo a segnalare i precedenti storici e giuridici che aprono una riflessione altrimenti bloccata. Blocco giustificato con argomenti non sempre pertinenti, come questa supposta analogia.
Qui chiaramente la invalidità implica la nullità (come un matrimonio invalido per consanguineità diretta)