La Chiesa cecoslovacca al tempo di Ludmila Javorová

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Ludmila Javorová (a destra) in una foto con la sorella

In occasione della morte di Ludmila Javorová (17 settembre), di cui abbiamo narrato la vicenda e l’ordinazione presbiterale (cf. SettimanaNews), Francesco Strazzari ricorda alcuni tratti della «Chiesa clandestina» attiva in Cecoslovacchia durante il regime comunista facendo i nomi dei suoi informatori. Una storia drammatica e appassionante di uomini e donne credenti chiamati a una testimonianza esigente sia durante il regime, sia nel momento della liberazione.

Venni a sapere della presenza nella Chiesa clandestina di Felix Davídek, agli inizi egli ani Ottanta, da Karel Hruza, direttore del Segretariato per gli affari religiosi cecoslovacchi. Alla mia domanda se fosse a conoscenza dell’attività clandestina della Chiesa, mi rispose seccamene: «Ho l’impressione che il Vaticano non si sia fatto un’idea giusta della situazione. Ne abbiamo discusso con il Vaticano. Per noi la Chiesa clandestina è contro la legge. A Brno c’è il dottor Felix Davídek (1921–1988), vescovo clandestino, che lavora in ospedale. Ha scelto una donna (Ludmila) come vicario generale».

Una Chiesa nella clandestinità

Nella primavera del 1998, dopo anni che andavo percorrendo la Cecoslovacchia, per dipanare la matassa della presenza diversificata della Chiesa costretta alla clandestinità, sentii il bisogno di fare il punto. Chiedevo allora al lettore di scusarmi se non potevo fare nomi, perché ero moralmente legato alla promessa fatta ai tanti interlocutori incontrati in vari posti e in molteplici circostanze, che mi avevano raccontato vicende impressionanti, fornito informazioni, espresso giudizi.

Agli inizi degli anni Ottanta, dopo essere stato avvertito dal regime – ero stato dichiarato ufficialmente «nemico della Cecoslovacchia» – di non mettere piede in Cecoslovacchia a motivo dell’intervista al card. Tomášek, che provocò le ire delle autorità comuniste sia nella stessa Cecoslovacchia sia in Russia, a Praga mi incontrai con l’incaricato per gli affari religiosi, Karel Hruza, un duro, un hussita, al quale chiesi informazioni sulla Chiesa clandestina. Mi rispose di essere al corrente dell’esistenza di cinque vescovi clandestini, di cui aveva discusso anche con la Santa Sede. Compresi che fosse bene informato dell’esistenza di vescovi e preti che operavano nella clandestinità.

A Hruza successe il 1° gennaio del 1983 un uomo dall’aspetto mite, l’ing. Vladimir Janku, che avevo incontrato tante volte, con il quale ero riuscito a stringere un rapporto di simpatia. Mi confermò di essere a conoscenza non solo dell’esistenza della Chiesa clandestina, ma anche della sua attività. E mi fece dei nomi. Non poteva non dirmi che questa agiva «contro gli interessi» dello Stato e che era «illegittima e illegale».

Il ruolo del vescovo Davídek

Un salto nella storia. Nel 1968 entrò in scena l’ing. Jan Blaha (1938–2012) di Brno, ricercatore scientifico di fama, non sposato. Incontrai chi confessava di non essersi reso conto che fosse vescovo. Con Blaha fece il suo ingresso anche Davídek.

Lascio la parola al mio interlocutore: «Ho incontrato Blaha non sapendo che fosse vescovo, poi Davídek e altri in una riunione segreta. Nel 1968, nel periodo della «primavera di Praga», ho partecipato a una serie di conferenze su temi teologici presso la Facoltà evangelica di Praga, dove ho conosciuto come uno dei frequentatori Blaha, non sapendo che fosse vescovo. Poi ci siamo rivisti ancora. Non conoscevo nessuno, non sapevo che formassero una specie di associazione, che operava nella clandestinità. Davídek si è presentato come un capo, un leader. Non sapevo che fossero vescovi. Solo dal comportamento di Davídek ho avuto l’impressione che fosse lui il capo del movimento».

Davídek , piccolo di statura, aveva una forte personalità ed esercitava un notevole ascendente sul gruppo. «Era un uomo straordinario, che amava la Chiesa ed era ossessionato dall’idea che il regime comunista facesse di tutto per annientarla».

Colsi questa testimonianza: «Quando parlava, si richiamava spesso a un certo Pavel (Paolo): “Paolo ci ha fatto sapere… Paolo ci ha ordinato…”. Poi venni a sapere che questo Paolo era il vescovo Pavel Hnilica. Serpeggiava la convinzione che la polizia segreta fosse arrivata fino alla Curia romana e che, quindi, bisognasse fare attenzione. Pavel Hnilica, che viveva a Roma dal 1951, era una persona affidabile».

Gesuita, ordinato prete nel 1950, consacrato clandestinamente vescovo nel 1951, fuggito a Roma, era effettivamente un grosso personaggio al tempo di Paolo VI, al quale riferiva direttamente quanto veniva a sapere della situazione della Chiesa in Cecoslovacchia. «Quando Davídek nominava questo Paolo, non si capiva bene se si riferisse a Pavel Hnilica o a Paolo VI».

Blaha, la cui consacrazione episcopale fu resa nota dal card. Vlk, arcivescovo di Praga, era stato consacrato vescovo da mons. Peter Dubovsky. «Successivamente Blaha consacrò vescovo Davídek e Davídek consacrò vescovi altri». Era la «primavera della Chiesa nel 1968. Ma chi aveva autorizzato Blaha a consacrare vescovo Davídek? Questione controversa. Diceva di essere in possesso di un mandato. Molti erano convinti che l’avesse ricevuto e non si lasciavano neppure prendere dal dubbio. Blaha lasciava sempre intravvedere di averlo effettivamente ricevuto. A distanza di anni, c’è chi nutre forti perplessità».

La presenza della polizia segreta

Se si fa un salto indietro e si fa riferimento a quella riunione segreta, in cui apparvero Blaha e Davídek, sorgono tuttora dei sospetti. Possibile che la polizia segreta non ne sapesse nulla? Possibile che il regime li lasciasse agire, preti e vescovi, nella clandestinità e che aumentassero sempre di numero?

«Eravamo certamente controllati, ma il regime non ci ha ostacolati nelle ordinazioni e consacrazioni di vescovi». Un’altra voce: «Ho il sospetto che la polizia segreta sapesse tutto. Sono stato più volte convocato e interrogato. Mi chiedevano molte cose, ma mai se fossi stato consacrato vescovo, né hanno mai accennato a quella riunione segreta. Ho il sospetto che sapessero tutto e che ci lasciassero andare avanti, certamente spiando ogni nostro movimento».

Il sospetto veniva semplicemente guardando all’attività di Davídek e della Chiesa clandestina, che non poteva sfuggire alla polizia segreta. Era un’attività «ampia e vasta, soprattutto dopo la consacrazione di vescovi e l’ordinazione di preti sposati». Molti erano i preti sposati per due motivi, secondo un interlocutore di prestigio: 1) la Chiesa di rito bizantino era stata soppressa e dichiarata illegale nel 1948 e bisognava tenerla in vita e in attività; 2) uomini sposati non davano nell’occhio.

Appariva sempre più chiaro il piano del regime per sottomettere la Chiesa e farla morire lentamente, facendo vivere e operare una Chiesa, che avrebbe potuto, nel tempo, creare difficoltà alla Santa Sede a motivo della consacrazione di vescovi sposati e dell’ordinazione di uomini sposati, fino alla scelta di donne per il sacerdozio.

Il regime aveva introdotto la lacerazione dentro il corpo della Chiesa. Infatti, aveva ottenuto il costituirsi di tre Chiese parallele e in reciproca diffidenza: la Chiesa fedele al governo, tipo Pacem in terris, dotata di ogni mezzo economico; la Chiesa ufficiale fedele a Roma, vessata da restrizioni; la Chiesa clandestina, chiusa in sé stessa, che organizzava forme autonome di governo pastorale al di fuori di quadri riconosciuti di riferimento. L’antico principio – “divide et impera” – pare fosse ben noto al regime. Fonti attendibili dicevano allora che i vescovi sposati erano quattro, ma secondo altre fonti, erano di più.

Nel 1990 venivo informato che erano stati consacrati dei vescovi e ordinati sacerdoti. Ed era già caduto il muro e i regimi comunisti cadevano su sé stessi. Perché l’insistenza della Chiesa clandestina di restare clandestina? Perché? Una risposta plausibile che circolava: «Speravano di avere un tipo di prelatura o di avere il bi-ritualismo, cioè l’autorizzazione a svolgere l’attività sacerdotale sia nella Chiesa di rito greco-cattolico sia nella Chiesa di rito latino, che non ammette l’ordinazione di uomini sposati.

L’intervento della Santa Sede

Ritorniamo a Felix Davídek. Sosteneva una dottrina, che deviava da quella in vigore nella Chiesa universale. Consacrò diversi vescovi e ordinò sacerdoti. Molti di loro erano uomini sposati. Conferì l’ordinazione sacerdotale ad alcune donne. Si definiva «vescovo nelle cose spirituali». Con i suoi vescovi organizzò sinodi.

Tutto questo dava l’impressione che si trattasse di una Chiesa diversa dalla cattolica. Era quindi necessario intervenire su cose che bisognava introdurre nella vita della Chiesa. Si sapeva che l’attività di Davídek si svolgeva senza il consenso del papa.

La Santa Sede non tralasciò di fare i dovuti passi. Nel maggio 1972 l’allora Congregazione dei vescovi mandò una lettera al vescovo di Ceské Budejovice, nella quale chiedeva a Davídek di interrompere la sua attività e, soprattutto, di non consacrare più vescovi e ordinare sacerdoti.

Davídek lo promise, ma di fatto continuò la sua attività. Nel dicembre 1980, il card. Casaroli scrisse una lettera al card. Tomášek Bukovs, nella quale diceva che le attività di Davídek non avevano nessuna giustificazione canonica. La lettera fu letta in tutte le chiese di Brno.

Uno degli artefici dell’Ostpolitik, mons. John Bukovsky, scrisse a Davídek che intendeva incontrarlo personalmente. Rispose che lo avrebbe incontrato nella sua casa a Brno. Ludmila, la vicaria generale, sulla porta gli chiese un documento che testimoniasse che veniva mandato dal Vaticano. L’accompagnò al primo piano, dove abitava Davídek. Fu accolto cordialmente e trascorse con lui circa quattro ore. Alla discussione parteciparono la vicaria Ludmila, che fece il verbale, e il sacerdote Vladimir Veskrna, vicario ad hoc.

Bukovsky era stato autorizzato a porre alcune domande concrete. In primo luogo: Paolo VI voleva sapere dove e chi lo aveva consacrato. Gli rispose: «Sono vescovo, ma da quando e da chi sono stato consacrato, non glielo dirò. Lo dirò soltanto al papa e a nessun altro».

Poi Bukovsky gli chiese se avesse consacrato vescovi e ordinato sacerdoti anche sposati. Gli rispose di sì e che, per gli sposati, aveva usato il principio del bi-ritualismo, cioè li aveva ordinati con il rito latino e greco-cattolico.

Come terza cosa gli chiese se avesse ordinato anche donne. Gli rispose di no, ma che non vi vedeva un problema teologico; credeva che sarebbe venuto di sicuro il tempo che la Chiesa lo avrebbe permesso. Fece seguire una lunga lezione sulla Chiesa. Secondo lui, l’attuale struttura della Chiesa era invecchiata e non in grado di sopravvivere ai tempi presenti e futuri.

Bukovsky mi confessò: «Ancora oggi (2009) non sono del tutto convinto che il vescovo Davídek mi abbia risposto dicendo sempre la verità. È vero che il suo gruppo e molti altri ritenevano noi, che venivamo dalla Segreteria di Stato vaticana, collaboratori o addirittura membri dei servizi segreti sovietici. Forti di questa convinzione, non ci davano risposte dirette». Per questo motivo, dovette passare molto tempo prima di conoscere la verità sulla consacrazione di Davídek.

La fine della clandestinità

Già a partire dagli anni Novanta, i gruppi più significativi della Chiesa clandestina si stavano sfaldando, pur continuando i contatti con i vescovi clandestini Blaha, Konzal, Kratky, capi storici. A Praga e a Hradec Kralové, alcuni sacerdoti clandestini si erano detti pronti a riesaminare la loro posizione. Circolava però la notizia di una ordinazione recente di un sacerdote sposato.

La Chiesa nel frattempo veniva scossa dall’affare Karel Simandl, segretario della Conferenza episcopale, il cui nome era apparso nella lista dei collaboratori e informatori della polizia segreta durante gli anni Settanta e Ottanta. Lavorò a Roma alla Congregazione dei vescovi. Arrivò a diventare segretario della nunziatura apostolica in Germania. Mirava ad entrare in Segreteria di Stato, ma il card. Casaroli non volle assumerlo. Tornato in patria, fu fatto segretario della Conferenza episcopale, ma l’allora presidente prese la decisione di allontanarlo.

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