Phyllis Zagano, conversazione sulle donne diacono

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Riprendiamo di seguito la conversazione che la teologa Phyllis Zagano ha tenuto insieme a Camillo Barone, giornalista del National Catholic Reporter, lo scorso 3 giugno 2026. L’occasione è stata la pubblicazione presso Orbis Books del suo ultimo saggio dedicato al diaconato femminile: The Vatican and Women Deacons (qui l’originale inglese della intervista)

Phyllis Zagano ha dedicato la sua vita accademica a una domanda che la stessa Chiesa cattolica sembra incapace di accantonare: in passato le donne venivano ordinate diacono? E, se sì, che cosa significa questo per la Chiesa di oggi? Per decenni, la questione è rimasta sullo sfondo del dibattito ecclesiale, riaffiorando nelle commissioni vaticane, nei documenti teologici, nei sinodi e nelle conversazioni private, per poi tornare nuovamente in secondo piano senza mai trovare una soluzione definitiva. Eppure, la domanda non è mai scomparsa del tutto. È rimasta, come Zagano la definisce nel suo nuovo libro, The Vatican and Women Deacons (Orbis Books), una «questione che continua a covare», ripresa più volte senza essere mai risolta.

Da oltre cinquant’anni, scrive, le commissioni vaticane tornano sul tema del diaconato femminile «ancora, ancora e ancora, dal 1973», esaminando spesso gli stessi materiali storici e giungendo talvolta a conclusioni contrastanti. Poche persone hanno seguito questa vicenda più da vicino della stessa Zagano.

Professoressa alla Hofstra University e autrice di oltre 27 libri e centinaia di articoli accademici e divulgativi, Zagano è una delle principali studiose del rapporto tra le donne e il diaconato nella Chiesa cattolica. Nel 2016 papa Francesco la nominò membro della prima Commissione pontificia di studio sul diaconato femminile, portandola così all’interno della stessa istituzione che per decenni aveva studiato dall’esterno.

Il suo coinvolgimento personale risale a molto prima. Ricordando gli anni in cui, alla fine degli anni Settanta, frequentava come studentessa part-time l’Immaculate Conception Seminary di Huntington, nello Stato di New York, Zagano racconta di aver detto all’allora nunzio apostolico, l’arcivescovo Jean Jadot, che stava studiando «per diventare diacono». Dopo averle rivolto alcune domande, Jadot le diede un consiglio che si sarebbe rivelato sorprendentemente profetico: «Non mollare». Anni dopo, racconta Zagano, papa Francesco le avrebbe dato sostanzialmente lo stesso consiglio.

Ora, in The Vatican and Women Deacons, Zagano propone un’indagine sulla questione, frutto di cinque anni di ricerche archivistiche in tutta Europa e della scoperta di documenti a lungo rimasti invisibili o inediti. Il lavoro l’ha condotta negli archivi monastici dell’Italia settentrionale, in raccolte custodite a Parigi, Londra e in Spagna e, infine, a materiali vaticani precedentemente inaccessibili. «Un documento, un archivio, conducevano ad altri archivi», ha raccontato in un’intervista al National Catholic Reporter.

Il quadro che ne emerge è anche una storia del Vaticano stesso: documenti preparati e poi messi da parte, commissioni istituite e sciolte, domande rinviate anziché risolte. Secondo Zagano, la questione più profonda potrebbe non essere più se, in passato, le donne abbiano effettivamente svolto il ministero diaconale attraverso un’ordinazione sacramentale. La domanda più urgente potrebbe essere piuttosto se la Chiesa sia disposta a riesaminare ciò che ha già scoperto.

L’intervista è stata modificata per ragioni di lunghezza e chiarezza.

  • Professoressa Zagano, il suo libro sembra suggerire che la domanda non sia più: «Sono mai esistite donne diacono?», ma piuttosto: «Perché la Chiesa ha avuto così tante difficoltà a decidere che cosa significhi la loro esistenza?». Siamo passati da un dibattito storico a un dibattito sull’autocomprensione istituzionale della Chiesa?

Penso sia necessario capire che la storia, da sola, non è determinante. Non si può sostenere che ogni donna diacono sia stata ordinata sacramentalmente, ma non si può neppure sostenere che nessuna donna diacono lo sia stata. E questa questione non sarà mai risolta definitivamente. Se si mettono insieme due accademici, si ottengono quattro opinioni. È importante capire che, storicamente, sappiamo che i vescovi utilizzavano la stessa liturgia per ordinare diaconi sia uomini sia donne.

  • Parlando proprio di storia: quando ha capito con precisione che l’accumularsi delle prove non stava realmente facendo avanzare l’intero dibattito teologico?

Il Vaticano era interessato alla storia delle donne diacono, ma in senso negativo, con argomenti del tipo: «Le donne battezzavano soltanto altre donne nude e oggi non lo facciamo più». Era questo che si sentiva dire nei seminari. Anni fa, un professore di seminario a Philadelphia mi disse che ordinare una donna era come ordinare un lampione o un gatto. Per me è questo il nodo del problema. Credo che il dibattito venga continuamente ricondotto alla storia perché la storia è sempre circolare e non consente mai di arrivare a una determinazione definitiva. Ma non è necessario farlo.

Non abbiamo bisogno di recuperare ciò che le donne facevano in passato; dobbiamo guardare a ciò che le donne possono fare oggi. Come viene vissuto oggi il diaconato? Questa è la domanda. In che modo le donne possono esercitarlo? La domanda non è se le donne possano essere ordinate. La domanda è se debbano essere ordinate. A questo punto, penso che i vescovi sarebbero fortunati se riuscissero a trovare donne disposte a lavorare per loro.

  • Lei ha avuto l’esperienza insolita di essere al tempo stesso una studiosa e una partecipante: una persona che ha studiato i processi vaticani ma che, soprattutto sotto papa Francesco, si è trovata anche al loro interno. Questa esperienza ha cambiato il suo modo di comprendere come vengano realmente prese le decisioni su questo tema?

Direi che ha chiarito la mia comprensione del modo in cui le decisioni sul diaconato femminile non vengono prese. Per me è abbastanza evidente che commissione dopo commissione si sia mantenuta una situazione di stallo. Due documenti pubblicati dalle commissioni – uno studio della Commissione teologica internazionale, pubblicato nel 2022, e poi, nel 2025, una lettera presentata dalla commissione Petrocchi – affermano entrambi che si tratta di una questione che deve essere decisa dal magistero.

Quindi, che si voglia dire che si continua a rimandare il problema oppure che si tratta di una sorta di gioco dell’oca, ogni commissione ha finito per dire: «Non possiamo prendere questa decisione da soli».

Che una commissione fosse più favorevole o più contraria, non poteva comunque decidere autonomamente, perché il diaconato è una funzione della Chiesa. È stato creato dalla Chiesa. Sappiamo che le donne venivano ordinate sacramentalmente. Non vogliono ammetterlo, ma sappiamo che le donne venivano ordinate sacramentalmente. Per alcuni, questo implica che le donne potrebbero essere ordinate sacerdoti, ma a quel punto o si crede a ciò che il Vaticano insegna sul sacerdozio oppure no.

  • Pensa che, con tutta l’attenzione riservata alla sinodalità negli ultimi tre anni, l’epoca della segretezza e dei lavori non pubblicati sulla questione del diaconato femminile possa giungere al termine?

Per quanto riguarda la preparazione dei documenti, no, perché i documenti passano attraverso diverse bozze e non si vorrebbe certo che una bozza vaticana venisse resa pubblica per poi dover essere modificata. Non parlerei tanto di segretezza quanto di mancanza di trasparenza.

C’è anche un problema di reciprocità. Le decisioni vengono prese prevalentemente da uomini e quindi abbiamo soltanto una versione maschile del mondo. Questo è emerso anche nel sinodo: non può esserci sinodalità se non si comprende la reciprocità tra i generi. È da qui che potrà arrivare il cambiamento più importante.

Credo che i problemi di trasparenza siano ancora più profondi non tanto in Vaticano quanto nelle diocesi, soprattutto per quanto riguarda il denaro. Molte volte non sappiamo chi faccia cosa con quali fondi nelle strutture diocesane, e questo tipo di decisioni ha un grande impatto sulle persone, perché i fedeli hanno investito la propria vita e anche il proprio denaro personale nelle parrocchie e nelle strutture diocesane.

Quando si parla dei processi decisionali, credo quindi che il problema vada ben oltre i documenti sulle donne e il diaconato. Penso che faccia tutto parte dello stesso quadro. La segretezza continuerà perché è «la loro Chiesa», è la Chiesa della gerarchia. Ed è questo, in fondo, il vero problema del clericalismo: «Noi siamo chierici e voi no».

  • Lei ha parlato in maniera molto diretta di misoginia. Alcuni potrebbero sostenere che la questione sia teologica, più che legata al sessismo. Perché è arrivata a considerare la misoginia un elemento centrale, e non periferico? Lei ha anche suggerito che molti degli argomenti contro il diaconato femminile si fondino, in ultima analisi, su presupposti riguardanti il corpo delle donne e le relazioni femminili, considerate meno sacre rispetto a quelle maschili. Quanto pensa che questo dibattito sia antropologico, oltre che teologico?

Penso che l’intera discussione sia storica, antropologica e teologica. Non si può risolverla senza prendere in considerazione tutti questi aspetti. Se, dal punto di vista antropologico, non sviluppiamo una migliore comprensione dei corpi sessuati e non superiamo i tabù legati al corpo femminile, non arriveremo da nessuna parte.

Credo che la decisione di papa Francesco di permettere alle donne di essere istituite lettrici e accolite, così come agli altri laici, sia molto importante, perché in questo modo le donne si trovano dall’altra parte della balaustra dell’altare. Si avvicinano al sacro.

La protesta originaria contro le donne diacono da parte di papa Gelasio I, nel V secolo, riguardava il fatto che le donne si trovassero all’altare. Gli antichi tabù relativi al sangue femminile, semplicemente, finiranno per scomparire.

Nel XIV secolo Matteo Blastares scriveva che sì, le donne venivano ordinate diacono, ma che a causa delle mestruazioni veniva loro impedito l’accesso all’altare. In alcuni Paesi, i lini dell’altare dovevano essere risciacquati prima da un uomo e soltanto in seguito passati, oltre la balaustra, a una donna perché li lavasse e li stirasse. Le donne non potevano mai toccare un vaso sacro [calice e/o patena per l’Eucarestia, ndr].

Dipende dalla cultura, dalla cultura in cui ci si trova. La Chiesa non è un monolite. Credo che l’esempio migliore sia la Chiesa greca, perché non ha queste ossessioni riguardo al matrimonio, ai sacerdoti sposati o alle donne. Storicamente, nell’Ortodossia sono esistite donne diacono e ancora oggi, in Africa, una donna è stata ordinata sacramentalmente diacono con il permesso del patriarca greco-ortodosso di Alessandria e di tutta l’Africa.

  • Che cosa pensa che la Chiesa stia perdendo, oggi, non permettendo alle donne di essere ordinate diacono?

Se per Chiesa intendiamo il popolo di Dio, abbiamo metà del popolo di Dio che non è rappresentata e che viene ufficialmente ritenuta incapace di rappresentare Cristo. È un problema enorme. La Chiesa sta perdendo metà della prospettiva umana sulla vita, e questo significa anche metà dei modi di leggere il Vangelo e metà dei modi di comprendere i bisogni del popolo di Dio.

Non è una questione di potere. È piuttosto la percezione che la Chiesa cattolica stia dicendo al mondo che le donne non sono importanti, nel momento in cui afferma che le donne non possono essere ordinate diacono.

Nell’Europa medievale ci si chiedeva se le donne appartenessero alla stessa specie degli uomini. Questo, in fondo, è il punto. Quando Dio è maschio, il maschio diventa Dio. L’argomento equivale a dire che Cristo, nella risurrezione, non vive nelle donne. Affermarlo è devastante.

Non soltanto i cristiani, ma chiunque nel mondo può indicare la Chiesa cattolica e dire che le donne sono persone di seconda classe e che non meritano lo stesso rispetto degli uomini.

  • Lei ha lavorato con papa Francesco sulla questione del diaconato femminile. Se papa Leone XIV la chiamasse domani e le chiedesse un solo consiglio, in una frase – non il rapporto di una commissione – che cosa gli direbbe?

Gli suggerirei di dire alla Chiesa che non esiste alcuna dottrina che proibisca l’ordinazione delle donne al diaconato; e che, se le conferenze episcopali nazionali ritengono che questo sia opportuno nei propri territori, possano chiedere il permesso di procedere, sapendo che i singoli vescovi resterebbero comunque liberi di fare ciò che ritengono opportuno.

È questo che gli chiederei di prendere in considerazione: non costringere alcun vescovo a ordinare qualcuno, ma affermare piuttosto che si tratta semplicemente di una pratica abbandonata.

Gli chiederei anche di accogliere la richiesta implicita del Sinodo per l’Amazzonia di ordinare donne diacono, così come la richiesta avanzata dalla responsabile del gruppo sinodale europeo per una maggiore presenza delle donne nei ruoli di leadership e per l’ordinazione di donne diacono.

La risposta del papa alla responsabile del gruppo europeo è stata che si tratta di un problema culturale. Il problema culturale si risolve semplicemente dicendo: «Se nella vostra cultura è accettabile, allora ordinate le donne diacono».

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