
Leggendo gli interventi di Fulvio Ferrario (cf. SettimanaNews) e Andrea Grillo (cf. SettimanaNews), condivido la diagnosi di una crisi profonda della pratica ecclesiale, ma mi domando se il problema non debba essere collocato ancora più a monte. Il punto decisivo, a mio avviso, non è anzitutto che le persone non vadano più al culto evangelico o alla messa cattolica. È che per un numero crescente di uomini e donne il luogo (dove) nel quale il culto viene celebrato e la parola che in quel luogo viene proclamata (cosa e chi) non sembrano più avere qualcosa di decisivo da dire alla loro vita.
Possiamo certamente parlare, con Ferrario, di “autosecolarizzazione”. E possiamo altrettanto giustamente insistere, con Grillo, sul fatto che la pratica liturgica non sia una semplice osservanza, ma una forma di vita: un modo di abitare il tempo, il corpo, la comunità e il mondo. Ma resta una domanda precedente: che cosa accade quando quella forma non viene più percepita come capace di interpretare l’esistenza?
Non basta dire che la Chiesa è convocata dalla Parola. La crisi attuale della fede è anche la crisi di un circolo ermeneutico autoreferenziale che è presente sia nel cattolicesimo che nel protestantesimo. La Bibbia è vera perché Dio la rivela, Dio la rivela perché è la Sua verità; il dogma è vero perché lo dice la Chiesa, la Chiesa lo dice perché è vero. Anche il libro di Paolo Ricca, Dio. Apologia (Claudiana 2022), mostra come da questo circolo non sia possibile uscire senza essere considerati “fuori” dalla fede.
Tuttavia, la crisi contemporanea ha reso visibile il carattere parziale se non aporetico di questo circolo, aprendo alla possibilità di una comprensione diversa: si esce dal circolo nella consapevolezza che “siamo-già-in-Dio”. La Parola di Dio rivela ma non rende possibile questa esperienza.
Occorre chiedersi se ciò che chiamiamo “Parola di Dio” venga ancora effettivamente sperimentato come parola che parla oppure viene vissuta come parola aliena, “extra nos”. La Scrittura può essere proclamata ogni domenica con assoluta fedeltà liturgica e tuttavia non raggiungere l’esistenza concreta di chi ascolta, specialmente nel suo centro più segreto dove Dio dimora. Non perché la Scrittura abbia cessato di avere qualcosa da dire, ma perché può essersi spezzata la mediazione ermeneutica che permette alla parola antica di diventare parola presente.
Qui vedo il problema più urgente. Non siamo soltanto davanti a una crisi della frequenza, ma a una crisi della significatività della fondazione di fede.
Lo stesso vale per lo spazio ecclesiale. La chiesa-edificio è stata per secoli uno dei luoghi nei quali una società interpretava simbolicamente sé stessa: nascita e morte, festa e lutto, colpa e riconciliazione, paura e speranza, finitudine e trascendenza trovavano lì parole, immagini, silenzi, gesti. Oggi una parte considerevole dell’esistenza umana viene interpretata altrove. Le persone cercano significato nella psicologia, nell’arte, nella musica, nella scienza, nell’impegno sociale, nella meditazione, nella natura, nelle nuove forme di spiritualità e persino negli spazi digitali. Il problema non consiste semplicemente nel fatto che hanno “abbandonato la Chiesa”. È che la Chiesa ha perso il monopolio, e spesso persino la centralità, nell’interpretazione simbolica dell’esistenza.
Per questo, dietro all’espressione eclatante come “suicidio» protestante (per difetto) o cattolico (per distorsione), misurato sulla partecipazione domenicale, c’è qualcosa che riguarda – invece – il fenomeno di una trasformazione molto più radicale che coinvolge sia le Chiese che la società. Anche se riuscissimo a raddoppiare il numero dei partecipanti, non avremmo ancora risolto la questione fondamentale: che cosa viene loro detto? E quale Dio viene detto in quella parola?
Qui la questione post-teista diventa, a mio giudizio, inevitabile.
Una parte consistente della predicazione cristiana continua, infatti, a utilizzare spontaneamente una rappresentazione teistica: Dio è pensato come un soggetto supremo distinto dal mondo, che dall’esterno crea, parla, comanda, interviene, premia, punisce, ascolta e talvolta modifica il corso degli eventi. Questa grammatica ha strutturato per secoli l’immaginario cristiano. Ma per molti contemporanei essa non costituisce più l’orizzonte spontaneo nel quale comprendono la realtà.
La difficoltà, allora, non si risolve semplicemente proclamando con maggiore convinzione la stessa parola. Occorre domandarsi attraverso quale grammatica simbolica, cosmologica e antropologica quella parola possa nuovamente diventare udibile.
Questo non significa sostituire il Vangelo con lo spirito del tempo. Significa prendere sul serio ciò che il cristianesimo ha sempre fatto quando ha attraversato una trasformazione culturale: distinguere il Vangelo dalle forme storiche nelle quali esso è stato espresso. La Parola di Dio non coincide con una determinata cosmologia, metafisica o immagine di Dio. Proprio perché la Parola eccede ogni sua formulazione storica, può e deve essere nuovamente interpretata.
La domanda, pertanto, non è soltanto: come riportare le persone alla Parola? È anche: come liberare la Parola da quelle forme che impediscono ormai di ascoltarla?
Analogamente, la domanda liturgica non può essere soltanto: come restituire centralità alla domenica? Occorre chiedersi: che cosa deve diventare una chiesa perché un uomo o una donna contemporanei possano entrarvi e percepire che lì è in gioco qualcosa che riguarda radicalmente la loro esistenza nel XXI secolo?
Forse le nostre chiese dovrebbero tornare a essere anzitutto luoghi di soglia: luoghi nei quali l’essere umano possa sostare davanti al mistero della propria esistenza; luoghi di silenzio prima ancora che di spiegazione, di ascolto prima ancora che di prescrizione, di interrogazione prima ancora che di risposta. Luoghi nei quali la Scrittura non venga semplicemente letta perché prevista dal Lezionario, ma venga fatta risuonare dentro le grandi domande contemporanee.
A quel punto, anche la liturgia potrebbe essere riscoperta non come il residuo rituale di una società religiosa scomparsa, ma come esercizio di trasformazione dello sguardo.
Ed è qui che collocherei la questione comune sollevata da Ferrario e Grillo. Certamente dobbiamo domandarci perché i cristiani non partecipino più all’assemblea domenicale e quale qualità abbia la partecipazione di coloro che ancora vi prendono parte. Ma, prima ancora, dobbiamo avere il coraggio di formulare una domanda più inquietante: se domani le nostre chiese tornassero improvvisamente piene, avremmo davvero qualcosa da dire agli uomini e alle donne del XXI secolo che permetta loro di vedere diversamente sé stessi, il mondo e Dio?
La crisi della pratica potrebbe essere, allora, il sintomo di una crisi più profonda e, insieme, l’occasione di una trasformazione. Non si tratta semplicemente di salvare il culto dalla secolarizzazione. Si tratta di riscoprire perché esista il culto: perché l’essere umano possa interrompere l’ovvietà del quotidiano e riconoscere, nel pane, nella parola, nel silenzio, nell’altro e nel mondo, una profondità che normalmente non vede.
La questione decisiva non è, dunque, soltanto quanti entrano nelle nostre chiese. È che cosa può accadere a chi vi entra.
Se nulla può accadere, il problema non è che le chiese siano vuote.
Il problema è che, prima ancora di svuotarsi di persone, rischiano di essersi svuotate di significato.
Questo sposta nettamente il confronto dalla questione della crisi della pratica e ad un suo recupero a quello della crisi della rilevanza di una Parola di Dio e al bisogno urgente di una sua trasformazione ermeneutica e simbolica.






Breve replica conclusiva al p. Gamberini
In primo luogo, chiedo scusa a chi legge SettimanaNews per una raffica di interventi della quale mi sento responsabile, perché inizia da un mio articolo, ma solo parzialmente, perché questo sito lo ha ripreso di propria iniziativa.
Dopo essere passato da pagine Facebook riservate agli «amici» e blog aperti a tutti, il p. Gamberini atterra anche qui con un testo che chiarisce egregiamente, se ve ne fosse bisogno, il punto che gli interessa: i problemi da me sollevati (o lamentati), quelli del prof. Grillo, ma anche tutti quelli delle varie chiese nel loro insieme, possono essere, a suo parere, affrontati nel modo migliore mediante i mirabolanti orizzonti aperti dal «post-teismo», del quale egli stesso è apprezzato cantore.
La buona notizia per lettrici e lettori è che non ammannirò loro le mie perle di saggezza su questo tema: forse ci sarà occasione di parlarne in futuro, in qualche sede, forse non sarà affatto necessario. Nel frattempo, avremo forse l’occasione di apprendere quali pratiche pastorali, omiletiche, catechetiche, discendono dal Gamberini-pensiero, perché, alla fine, tale è l’orizzonte sul quale mi interrogavo nel mio articolo e che mi interessa.
In chiusura del dibattito, per quanto mi riguarda, tanto può bastare.
Fulvio Ferrario
Mi permetto di segnalare un timore, suscitato dai commenti qui pubblicati. Il timore è: si è capito o no che la questione di fondo qui sollevata concerne la fede, i suoi “fondamenti”, il modo di “intenderla” e comunicarla? Se continuiamo a girare tra questioni liturgiche e fervorini spiritualeggianti continuiamo a perdere tempo. Che poi qualcuno voglia squalificare la questione stessa come poco rilevante o di scarso interesse, contento o contenta lui…
Oppure i commenti potrebbero essere illuminanti: non si riesce o non si vuole vedere quale è la questione di fondo. E allora l’allontanamento da qualunque ambito di comunicazione ecclesiale diventa inevitabile, anzi obbligato. Si capisce o no che questa è una tragedia?
Bene. Arrivati quindi alla conclusione che é una tragedia cosa consiglia visto che fa le pulci a tutti poi pure lei gira intorno al problema? Siamo tutto orecchi.
Il tono del mio precedente intervento è ben diverso da quello, inutilmente polemico, della sua replica. La questione sollevata nulla ha a che vedere con il “fare le pulci a tutti” e men che meno con il girare intorno al problema, che ho cercato invece – molto, forse troppo sommariamente – di indicare.
Diffido di chi pensa che una questione di questa portata possa essere risolta con qualche “consiglio”. Le domande in gioco sono molto più radicali: cosa diciamo quando diciamo Dio? E cosa significa affermare che Gesù è il Cristo? E risurrezione, vita eterna… di cosa parliamo davvero quando ne parliamo?
La «tragedia» cui alludevo è precisamente questa: che persone per le quali la questione cristiana continua ad essere importante possano arrivare a non trovare più, nell’ambito ecclesiale, neppure il luogo nel quale porre seriamente queste domande. Se una certa pastorale ha già pronta la risposta prima ancora di ascoltare la domanda, o anzi rifugge la domanda quando questa è dolorosamente destabilizzante (anzitutto per chi la pone), coloro per i quali Gesù e il Vangelo sono ancora meritevoli di ascolto e interrogazione si ritroveranno ancor più soli, ognuno sulla sua strada: la Chiesa con le sue chiese sempre più vuote, gli uomini sotto il cielo con la solitudine delle proprie domande.
E se la risposta a chi pone tali questioni è che «fa le pulci a tutti», temo che il problema, anziché essere confutato, venga involontariamente confermato.
Senza offesa ma dopo Bultmann e la teologia del novecento quale sarebbe la fede “autentica” e i suoi fondamenti? Perchè ad occhio qua ogni giorno ci svegliamo e tiriamo su duemila modi di intendere la fede autentica, poi arriviamo a sera e la pietra “autentica” rotola giù pronti a ricominciare il giorno dopo.
Se hai mangiato la foglia, cioè, se non hai più l’illusione di autenticità puoi farci poco.
Tra parentesi stiamo parlando di uno scontro tra Grillo, Ferrario o Gamberini, tre che dovrebbero militare più o meno nella stessa area, se non si mettono d’accordo loro, figurarsi noi..
Grazie per le considerazioni sul merito. Preciso subito – ed è fondamentale – che nulla è più lontano da me della ricerca di una “fede autentica”, ossia di una fede che nel suo modo di concepirsi abbia la pretesa e anzi la presunzione di ritenersi contenutisticamente/cognitivamente “adeguata all’oggetto”, quasi che qualcuno possa sapere preliminarmente cosa sia l’”oggetto” e dunque come parlarne adeguatamente (mi scuso per questo linguaggio orrendo, ma per non farla troppo lunga…).
Al contrario, proprio perché non ritengo plausibile una “fede autentica”, penso che il primo passo sia quello della propria personale sincerità, onestà e responsabilità verso le parole che si pronunciano: tutto ciò è senz’altro ben lontano dall’essere garanzia di verità, ma ne è condizione preliminare. E il fatto che non esista una “fede autentica” da recuperare non significa che la domanda sui fondamenti perda senso.
Quando sulle grandi parole che hanno fatto la nostra storia cristiana – Dio, Cristo, risurrezione, vita eterna – sembra possibile ormai soltanto qualche domanda balbettata (oppure una ripetizione meccanica vuota perché intellettualmente insostenibile – al netto della personale bontà e buona fede, che non è mai neppure sfiorata dalle mie considerazioni), come sarà e cosa sarà ancora credere cristianamente? Intendo proprio: 1) credere, perché, in qualche forma, il credere appartiene alla struttura stessa del nostro esistere: non possiamo fare a meno di affidare la nostra esistenza a qualcosa o a qualcuno; 2) cristianamente, se si continua a riconoscere nel Vangelo la testimonianza più alta sul grande mistero che il vivere e morire sono.
La vera sfida, a mio modesto parere, è realizzare e accettare la radicalità della messa in questione. Una messa in questione dolorosa, che scardina e sconvolge, scarnifica e ammutolisce, quando si sta davanti alla lingua precisa e da capogiro dei maggiori dogmi cristiani. Quando non si riesce più a pronunciarli ma non si può prendere congedo da Gesù, cosa resta se non un’interrogazione che scava e trapassa? Con quella purtroppo non si edificano chiese ma, se si provasse a darle voce, potrebbe forse trovare, sotto il cielo di tutti, compagni disposti ancora ad ascoltare: “La verità vi farà liberi”.
Trasformazione ermeneutica e simbolica della liturgia, alla luce della Parola di Dio e per far luce sulla Parola di Dio. Ringraziamenti a Ferrario, Grillo, Gamberini e a tutti gli studiosi che da almeno un decennio – dirimente a mio avviso il papato di papa Francesco – seguono questa linea propositiva, su cui ognuno conduce la discussione secondo il proprio carisma interpretativo.
Ma nelle nostre Chiese particolari la prassi liturgica dal suo svolgimento consueto non si è spostata di un filo e l’ermeneutica omiletica è quella che era.
Ha maturato in me la convinzione che i nostri pastori vaghino su altri pascoli, dove questa erba fresca non cresce, trovandosi poi il regge decimato.
Sempre considerando l’ultimo decennio, qualcuno ha notato nei nostri preti l’impegno nello studio delle nuove comprensioni recettive (e qui non sto parlando del digitale) dei nostri giovani, e non solo? Nell’attesa che Roma si muova per un rinnovamento massivo della linguistica liturgica.
Oppure qualcuno ha notato l’impegno ad introdurre di volta in volta nella celebrazione la figura di singoli fedeli con espressioni spontanee proprie? Mi pare che la sola Preghiera eucaristica sia intoccabile (magari vi si potesse intervallare qualche silenzio per dare spazio all’approfondimento personale nella densità dei contenuti!), ma nulla vieta di fare qualche aggiunta per ascoltare della voce dello Spirito dovunque essa provenga.
Sono molto d’accordo, per quel che vale.
Chiese come luoghi di soglia..personalmente mi rimanda ad un luogo/spazio in cui semplicemente nutrire la propria profondità interiore, al di là del dover apparire e “fare” per poter essere, anziché semplicemente “stare” , così come ci si sente dentro..
Ed è quel “dentro” che credo non riesca ad essere più espresso e venir fuori dal rito formale.
Certo, si può trovare Dio nel centro della propria coscienza, non c’è bisogno del rito, del tempio ecc.
Alcuni, anzi, hanno bisogno di solitudine, prima ancora che di spazi cominitari.
Non necessariamente si riconosce ormai la necessità della mediazione della Chiesa.
Ma essere mediatori, significa innanzitutto essere strumenti a “servizio di”..
Di fronte alla crisi dell’uomo del nostro tempo, del suo sembrare aver smarrito se stesso e il proprio centro, credo non si possa restare a guardare.
Ognuno ha la propria strada e la propria responsabilità, ognuno di noi si deve in fondo chiedere a cosa vuole servire. Siamo tutti strumenti. Chi lavora all’interno dell’istituzione religiosa, o chi si occupa di religione, di teologia, da laico o meno, credo abbia il dovere di trovare strade sempre nuove per arrivare al cuore dell’umanità. Questa è la sua responsabilità. Non basta dire, questo siamo, meglio pochi ma buoni..cosi non ci si mette a servizio, ma ci si rassegna per comodità o paura di perdere la tranquillità…e non mi pare che Gesù sia venuto a portare quella..la Sua Pace nasce da un prendere la propria croce consapevolmente, da uomini maturi e consapevoli di poter scegliere se essere o meno il sale sulla terra..
Il problema é che si percepisce la messa come perdita di tempo. Anche i cristiani non capiscono perché perdere tanto tempo quando quello che serve é il vangelo ben spiegato e l’eucarestia. Io le uniche messe piene di gente a parte quelle papali sono quelle in cui il prete spiega bene il vangelo. Il resto a cosa serve?
Poniamoci una domanda sulla struttura del rito che non é più adeguata. Le parole non lo sono più e i gesti pure.
Brutto a dirsi ma io mi sforzo di andare a messa almeno una volta al mese ma mi costa. Perché non ci trovo un senso che non sia quello che mi dice la chiesa ma che io non sento più. Semplificare e approfondire quello che serve davvero. Servono momenti brevi ma forti che lasciano il segno. Certe litanie o invocazioni chilometriche non interessano più a nessuno. Parole vane. La pandemia ha svelato agli uomini che Dio non può fare nulla concretamente per noi dinnanzi al male travolgente. Per dirla come Etty Hillesum tocca a noi salvare Dio dentro di noi, noi dobbiamo salvare la speranza grazie alla fede e questa cosa non la si capisce andando a messa.
Alla luce della parabola degli operai dell’ultima ora, la nostra condizione di peccatori sempre ci riporta fuori della vigna in varie forme d’ inedia più o meno produttiva, solo l’ascolto della buona notizia ci riporta dov’è Dio, Gesù l’Emmanuele. Ascoltare è tutt’uno con ricevere il “ciò che sia giusto”; e questo giusto è (ricevere) il tutto, il Regno…la circolarità dell’atto di fede c’è anche in Eb 6,11 dove l’avvicinamento a Dio dipende dalla forma della sua presenza: l’assenza
La Parola non parla più agli uomini del nostro tempo perché i ministri del culto hanno smesso di crederci e di proclamarla con fede e ardore. Convertitevi e credete al Vangelo!
Finalmente un testo che prospetta la questione reale. Resta da vedere quali “risposte” siano possibili, nel merito. Ma intanto porre le questioni giuste aiuta a liberarsi da inutili e inascoltabili chiacchiere.
Discorso molto elevato quello di quest’articolo, forse anche un po’ difficile proprio per cercar di entrare in dialogo con le due cariatidi a cui sembrerebbe rivolto. In realtà la questione è molto più semplice: i cristiani non vanno in chiesa perché, essendo la liturgia rivolta a Dio e svolta da ministri, essi non avvertono di essere interpellati in prima persona, ma devono assistere a ritualità scialbe e scontate. Il risultato è che si annoiano.
Secondo me sono dialoghi che potrebbero tranquillamente essere portati avanti a voce, non mi pare ci sia tutto questo interesso allargato al di fuori delle proprie pagine social.