
Nel corso delle violenze che, nel fine settimana del 17 e 18 ottobre, hanno fatto seguito a Milano alla manifestazione contro il caro vita, un presbitero ha risposto con il dito medio a un giovane che gli aveva rivolto lo stesso gesto.
L’episodio è avvenuto davanti alla chiesa di Sant’Alessandro in Zebedia e il video, diffuso sui social, è rapidamente diventato virale. Il prete ha in seguito dichiarato di non essere pentito, sostenendo di aver risposto senza alcuna intenzione violenta.
Un dito alzato davanti a una chiesa
Quel gesto lascia un profondo disagio, accresciuto dal consenso con cui è stato accolto da molti. Non si intende qui aggiungere un’ulteriore voce al processo mediatico, quanto piuttosto rileggere quella scena alla luce di un incontro.
Pochi giorni dopo, il 22 ottobre, l’abate Nikodemus Schnabel OSB, alla guida dell’Abbazia della Dormizione di Gerusalemme, è stato ospite del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma, dove ha tenuto la conferenza «Alla ricerca di Dio tra chi cerca Dio. Nostra aetate alla prova di Gerusalemme», organizzata dalla Cattedra “Pensiero e forme dello spirituale” dell’Ateneo.
Le sue parole vogliono essere il filo conduttore di questa riflessione. L’abate non ha fatto alcun riferimento ai fatti di Milano: i suoi pensieri nascono dall’esperienza di Gerusalemme, ma offrono una chiave preziosa per rileggerli.
Una veste, non una persona
Sul Monte Sion, ha raccontato l’abate, i monaci conoscono personalmente l’esperienza di essere insultati e fatti oggetto di sputi; in questi casi, ha osservato, si comprende in pochi secondi che l’interlocutore «non vede più una persona, ma soltanto un simbolo»: una veste, una croce, una “maglia sbagliata”. L’immagine viene dal calcio, a cui l’abate ha fatto ricorso spesso nella propria riflessione: come allo stadio, chi è accecato dall’odio non vede più l’altro, ma soltanto la maglia della squadra avversaria.
È plausibile che a Milano sia accaduto qualcosa di analogo. Il giovane non ha riconosciuto nel presbitero una persona ma un abito talare. E per un istante questi ha risposto con la stessa logica, opponendo una maglia a un’altra maglia.
Occorre tuttavia ricordare che, nello stesso pomeriggio, il presbitero aveva aperto le porte della chiesa a quanti cercavano riparo, turisti e passanti, e aveva tentato di dialogare con alcuni dei giovani presenti. L’abate Schnabel ha raccontato che a Tabgha, nelle prime settimane di guerra, i monaci hanno accolto una comunità israeliana di persone con disabilità, osservando che, in un momento di paura, aprire una porta diventa un gesto teologico. Quel sacerdote ha compiuto il medesimo gesto, ed è doveroso riconoscerlo.
La tentazione del tifo
Il nodo della questione, tuttavia, non risiede tanto nel gesto di un singolo, quanto nel plauso di molti. Il video è stato condiviso con evidente compiacimento, anche in ambienti cattolici, come se un istante di impazienza potesse diventare un modello da imitare.
Per descrivere questa dinamica l’abate ricorre a un’espressione efficace: gli «hooligan della religione». Sono i credenti per i quali la fede diventa una maglia da tifoso e Dio la mascotte della propria squadra. L’hooligan, spiega, ha bisogno dell’avversario per definire la propria identità.
Applaudire quel gesto equivale a schierarsi come tifosi: il nostro presbitero contro quei giovani, noi contro loro. Ma, come ha affermato Schnabel, «il cercatore di Dio non ha bisogno di un nemico. Ha bisogno di Dio».
La dignità non è un premio
Dopo il 7 ottobre 2023, a chi gli domanda se sia pro-Israele o pro-Palestina, l’abate risponde di essere «pro-umano». Non si tratta di una silenziosa neutralità di fronte all’ingiustizia, ma della scelta di giudicare ogni ingiustizia a partire da ciò che essa produce sull’essere umano, su ogni essere umano, compreso il nemico. In caso contrario, ha osservato, la dignità umana non sarebbe più tale: sarebbe «un premio per buona condotta».
Questo principio vale anche per i fatti di Milano. I giovani che hanno devastato il centro cittadino hanno commesso atti gravi e la violenza va chiamata con il suo nome. La loro dignità, tuttavia, non dipende dalla loro condotta e una risposta autenticamente cristiana non può ridurli a semplici bersagli.
Schnabel propone un atteggiamento che può considerarsi applicabile anche al contesto milanese: essere «radicalmente moderati», ossia radicali nella difesa della dignità umana e moderati nei giudizi.
Una ferita che non diventa arma
Rispondere con l’amore non significa subire in silenzio. L’abate denuncia apertamente le aggressioni contro i cristiani a Gerusalemme e, nella sua conferenza, ha parlato senza alcun “ma” tanto del massacro del 7 ottobre quanto delle vittime civili di Gaza. La sua parola non tace, ma invita a non imitare mai l’offesa ricevuta.
L’abate ha inoltre ricordato l’amicizia tra Maoz Inon e Aziz Abu Sarah. Maoz è un ebreo israeliano i cui genitori sono stati uccisi da Hamas il 7 ottobre e Aziz è un musulmano palestinese che da ragazzo ha perso il fratello, morto dopo essere stato detenuto e maltrattato da soldati israeliani. I due avrebbero ogni ragione per essere nemici e invece parlano l’uno dell’altro come di un fratello, avendo imparato a non lasciare che la propria ferita diventi un’arma.
Continuare a danzare
Durante la conferenza Schnabel ha paragonato il dialogo interreligioso a una danza. A Roma esso somiglia talvolta a un ballo elegante, con la musica scelta con cura e passi noti a tutti, mentre a Gerusalemme è una street dance: la musica non sempre c’è, il partner non sempre lo si sceglie e ci si pesta facilmente i piedi.
Con onestà, l’abate ha riconosciuto di aver pestato a sua volta qualche piede, e ha rivolto ai presenti un invito: avere il coraggio di lasciarsi pestare un piede e il coraggio di chiedere perdono quando siamo noi a pestarlo. Non si tratta di pretendere la perfezione, bensì di non trasformare un passo falso in un trionfo.
Quel dito alzato rappresenta il momento in cui, colpiti, si risponde colpendo. È una tentazione da cui nessuno può dirsi esente. Ma la guerra e la pace, ricorda l’abate, non sono un destino: sono il frutto di decisioni umane e proprio per questo «un’altra decisione è possibile».
All’Angelus di domenica 25 ottobre, commentando il Vangelo del grande comandamento, papa Leone XIV ha richiamato le parole di santa Teresa di Gesù Bambino: «Solo l’amore spinge all’azione le membra della Chiesa». Senza l’amore, ha aggiunto il Pontefice, anche le buone opere si ridurrebbero a moralismo. È un avvertimento che riguarda il gesto di un prete, ma anche chi si propone di giudicarlo: a tenere viva la danza non è il tifo, ma l’amore.
A quel presbitero, a quanti lo hanno applaudito e a ciascuno di noi resta un augurio: tornare a danzare, anche con quei giovani, che sono forse i partner più difficili. Nel capitolo 72 della Regola, san Benedetto chiede che Cristo ci conduca pariter, uniti, senza escludere nessuno dalla piazza.





