Pastorale scolastica: “mappe di speranza” senza territorio

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Un bilancio dei lavori del Congresso internazionale sulla pastorale scolastica e universitaria (Città del Vaticano, 22-23 ottobre 2026). Edoardo Mattei è docente di Sociologia della Tecnologia presso la Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino (Angelicum)

Si è tenuto dal 22 al 23 ottobre, presso l’Aula Paolo VI, il Congresso internazionale sulla pastorale scolastica e universitaria promosso dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione. Le cronache ufficiali hanno già raccontato i contenuti, perciò proverò a rispondere a un’altra domanda: che cosa ci portiamo a casa?

Il titolo del convegno era lo stesso della Lettera apostolica con cui Leone XIV, un anno fa, ha celebrato il sessantesimo di Gravissimum educationis: «Disegnare nuove mappe di speranza». Una nuova mappa serve quando il territorio è cambiato e occorre ridisegnarlo dopo averne rilevate le differenze. Proprio questo rilevamento è mancato. Ci sono state molte indicazioni su come dovrebbe essere l’educazione cattolica, ma quasi nessuna su com’è oggi con il risultato di disegnare mappe senza riferimento al territorio.

La verifica che non c’è stata

La Lettera del Papa, oltre a celebrare la ricorrenza, chiedeva che l’alleanza educativa fosse costruita con «processi, strumenti, verifiche condivise» (n. 5.3) e avvertiva che «non basta conservare: occorre rilanciare» (n. 10.2). Il congresso, convocato dodici mesi dopo con oltre mille delegati da più di sessanta Paesi, era il momento naturale per una prima verifica. Quante scuole e università cattoliche si sono date criteri sull’uso dell’intelligenza artificiale? Quanti docenti sono stati formati e con quali risultati? Quali esperienze hanno funzionato e quali sono fallite? Il programma non aveva uno spazio per queste domande.

I lavori, invece, hanno riprodotto l’indice della Lettera. Le tre aree tematiche (interiorità, digitale umano e pace) coincidevano con le tre priorità che il n. 10.3 aggiungeva ai sette percorsi del Patto Educativo Globale. Ogni sessione seguiva lo stesso schema: momento di preghiera, conferenza «di orizzonte», tavola rotonda «Partire dalla pratica», proposta artistica. In conclusione, non c’è stata nessuna verifica. Chi ha parlato e chi no

Il dato più eloquente è l’elenco dei relatori. Il primo dei sette percorsi del Patto, richiamato dalla Lettera al n. 10.1, è ascoltare bambini e giovani, ma nei due giorni dedicati alla pastorale scolastica e universitaria nessuno studente è intervenuto. La Lettera ripete che la famiglia è il primo luogo educativo e sul palco non c’era un genitore. Mancavano le reti che danno corpo alla «costellazione educativa» evocata dal Papa, la Federazione Internazionale delle Università Cattoliche e l’Ufficio Internazionale dell’Educazione Cattolica. Mancava soprattutto chi studia la scuola con strumenti empirici, sociologi dell’educazione e qualche ricerca con dati. Al tavolo della presidenza si sono alternati due prefetti di dicastero, il Predicatore della Casa Pontificia, un ex presidente della Repubblica portoghese, un giornalista e momenti musicali e artistici.

La composizione di un palco è una scelta che dice quale sapere un’istituzione considera legittimo per pensare un problema: se è mancata l’analisi della situazione, è perché nessuno dei chiamati aveva il compito di farla. Le tavole rotonde «Partire dalla pratica» hanno accolto rappresentanti delle reti con strutture e numeri reali, come la pastorale scolastica dell’Enseignement Catholique francese. Cinque o sei relatori in settantacinque minuti, però, hanno circa un quarto d’ora ciascuno, lo spazio di una testimonianza, insufficiente per un’analisi, nullo per il confronto con la sala.

C’è un’ironia. La Lettera chiede alle università cattoliche una «diaconia della cultura», con meno cattedre e più tavole dove sedersi insieme (n. 9.3): il congresso che ne portava il titolo è stato fatto quasi solo di cattedre.

L’interiorità senza il digitale

La conferenza sull’interiorità è rimasta sul registro dell’esortazione. Si è parlato del sorriso come gesto comunicativo da risvegliare, della fatica di custodire l’intimità e della disciplina necessaria a proteggerla, dell’intimità in termini teorici. Tutto vero e tutto già noto. L’interiorità è stata trattata come una sfera privata da difendere, senza chiedersi che cosa oggi la minacci e chi ne tragga profitto.

Una risposta è arrivata il giorno dopo, in un’altra sessione. Il card. Radcliffe, aprendo la mattinata sul digitale, ha ricordato che in un mondo saturo di informazioni la risorsa scarsa è l’attenzione. L’attenzione è la materia prima dell’interiorità ed è anche la merce su cui le piattaforme costruiscono il loro modello economico. A questo punto l’interiorità diventa una questione educativa, economica e politica oltre che spirituale.

Al congresso i due temi stavano in giornate diverse con relatori diversi senza poterli mettere in relazione. È la forma organizzativa della mancata transdisciplinarità che la Lettera invoca al n. 7.1 citando Veritatis gaudium: temi affiancati in compartimenti stagni, proprio ciò che il n. 6.2 chiede di evitare.

Ciò che resta

Il bilancio non è a zero e le indicazioni più concrete sono venute da due fonti.

Il discorso del Papa conteneva osservazioni da cui un’analisi avrebbe potuto partire: studenti che attraversano i corridoi delle nostre istituzioni sentendosi anonimi, una cultura della prestazione e una meritocrazia male intesa che porta molti a rinunciare prima ancora di provare. Sono ipotesi verificabili, che chiedevano dati e progetti. Per quanto ho potuto ascoltare e leggere, nessun relatore le ha raccolte.

La seconda fonte è l’intervento di Paolo Benanti, l’unico ad avanzare un’ipotesi con un contenuto empirico preciso. L’intelligenza artificiale generativa offre la massima comprensione apparente con il minimo sforzo e così elimina le «difficoltà desiderabili» studiate dallo psicologo Robert Bjork, da cui dipende l’apprendimento a lungo termine. La sua proposta è pretendere strumenti che funzionino da impalcatura per lo studente anziché sostituirlo. Da qui conviene ripartire, perché tocca il punto che il congresso ha lasciato in ombra.

Tre coordinate per una mappa

Se le mappe restano da disegnare, provo a indicare tre coordinate da cui partire.

La prima riguarda il rapporto tra prodotto e processo. Il problema dell’accesso al sapere lo conosciamo dai tempi del web. La novità dell’intelligenza artificiale generativa è un’altra: permette allo studente di consegnare il tema, la soluzione o la ricerca senza aver compiuto il percorso che quel prodotto doveva certificare. A saltare per prima è la valutazione e con essa il modo in cui il docente esercita la propria responsabilità. Ogni scuola affronta già oggi questo problema, spesso senza criteri condivisi.

La seconda riguarda il patto educativo. Famiglia, scuola e comunità ecclesiale condividono la formazione con un agente che non è sussidiario a nessuno e non risponde a nessuno: le piattaforme. Il loro interesse economico vive della cattura dell’attenzione, cioè proprio della risorsa che l’educazione deve custodire e allenare. Trattarle come partner è ingenuo.

La Lettera chiede che l’intelligenza artificiale sia governata con criteri di etica pubblica e partecipazione (n. 9.3); un patto educativo serio deve quindi avere una dimensione di regolazione e, quando serve, di conflitto. Lasciare alle sole famiglie il compito di mediare questo ambiente significa trasformare la disuguaglianza del loro capitale culturale in disuguaglianza educativa.

La terza riguarda le condizioni della transdisciplinarità. Chiederla è facile. Praticarla significa riconoscere, nelle carriere, nei concorsi e nei finanziamenti un lavoro che i sistemi accademici organizzati per settori disciplinari oggi penalizzano. Le università cattoliche, alle quali la Lettera affida la riflessione, possono cominciare da qui, dal modo in cui valutano i propri docenti.

A che cosa è servito

Il congresso ha svolto la funzione per cui è stato convocato: ha riunito una rete, ha rilanciato un documento, ha dato visibilità a un mondo educativo presente in ogni continente. È una funzione reale, ma diversa da quella promessa dal titolo. Le mappe restano da disegnare e per disegnarle bisogna prima contare: quante istituzioni, quali pratiche, quali esiti. La prossima convocazione potrebbe cominciare da un censimento della costellazione e dare diritto di parola agli studenti e alle famiglie di cui la Lettera parla in ogni capitolo.

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