“Cyberpunk: Edgerunners”: l’hardware dell’anima

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Sembra che i grandi colossi dell’intrattenimento dello streaming tv si siano dati appuntamento per scontrarsi al suono di un’unica parola d’ordine: cyberpunk.

Il panorama audiovisivo contemporaneo sta vivendo un’imponente rifioritura del genere. Tra la recente serie animata di The Ghost in the Shell rilasciata tra luglio e settembre su PrimeVideo – primo vero adattamento fedele dell’opera capostipite del genere, per estetiche e filosofia, di Masamune Shirow – e i progetti legati a franchise storici quali Blade Runner 2099, serie in uscita a novembre su PrimeVideo, o l’adattamento di Neuromancer di Willam Gibson, serie per Apple TV prevista per gennaio 2027, l’immaginario nato dalle intuizioni proprio di Gibson sembra rivendicare una drammatica attualità.

Alla fine del XX secolo la fantascienza non aveva semplicemente tratteggiato un’estetica fatta di neon, pioggia acida, megalopoli invivibili e violente; aveva piuttosto prefigurato con precisione la riorganizzazione geopolitica ed esistenziale del nostro presente: l’ascesa delle potenze e dei mercati asiatici sulla scena globale, lo strapotere delle mega-corporazioni sovranazionali capaci di sostituire le strutture governative e le sovranità statali, la manipolazione pervasiva dell’informazione elevata a capitale e, soprattutto, la progressiva violazione della frontiera biologica tramite la manipolazione genetica, da una parte, e la cibernetica, dall’altra.

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In questo quadro di rilettura cine-letteraria si unisce ai già citati titoli il rilascio di Cyberpunk: Edgerunners 2 per Netflix. Disponibile dal 20 ottobre scorso, la serie animata è la seconda stagione del precedente e fortunato primo capitolo di dieci episodi del 2022. Opera dello studio Trigger, Edgerunners è un anime ambientato nell’universo del videogioco sparatutto in prima persona di genere action RPG e open world Cyberpunk 2077.

Se la prima serie esplorava il tema della cyberpsicosi, collasso psichico provocato dall’eccessiva presenza di impianti cibernetici nel corpo umano, la seconda stagione sposta l’attenzione su una domanda ancora più radicale: che cosa resta dell’umano quando il confine tra biologia e macchina viene consapevolmente cancellato? Ma soprattutto, come è possibile andare oltre i propri limiti biologici se l’esistenza dell’uomo rimanda sempre al suo ineliminabile fondamento corporeo al di là delle modificazioni più estreme?

Al centro di questa seconda stagione emerge fin da subito il tema del limite. In un tempo come quello della serie, che enfatizza trasformazioni già in atto nel nostro presente promettendo la smaterializzazione della coscienza e la liberazione dalle fragilità biologiche, Edgerunners attraverso il proprio genere narrativo e le vicende dei personaggi riafferma che la carne, con la sua ineliminabile finitudine, è l’unico vero hardware dell’esperienza interiore, della memoria e dell’affetto umano.

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Dal punto di vista dell’antropologia teologica, l’essere umano è costitutivamente un abitatore del limite perché la creaturalità implica una condizione ontologica di finitezza spaziale, temporale e organica. Nel contesto socioculturale della città di Night City, in cui la serie è ambientata, tuttavia, il limite non viene vissuto come una costante strutturale da accettare o redimere, ma come un insulto biologico, un difetto di fabbrica da correggere attraverso gli innesti cibernetici.

I personaggi che popolano questo orizzonte sono mossi da una viscerale ossessione per il superamento delle proprie barriere fisiche e delle proprie prestazioni. La dipendenza da cromo (termine che indica protesi motorie, impianti mnemonici, acceleratori neurali) risponde a un’ansia squisitamente teologica: la tecnologia sostituisce la grazia, promettendo salvezza dalla fragilità e dalla morte.

Riscrivere la struttura del corpo è riscrivere la propria storia, una storia apparentemente senza fine come senza fine possono essere gli impianti cibernetici di potenziamento corporeo. Tuttavia, la narrazione della serie rivela il cortocircuito di questa ambizione.

Nel tentativo di trascendere la propria carne, infatti, i protagonisti non approdano mai a una dimensione superiore dell’essere, ma anzi vengono costantemente rimandati alla loro stessa corporeità. L’aumento tecnologico non rende il corpo obsoleto; lo trasforma piuttosto in un luogo di tensioni sempre più estreme e violente.

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La dipendenza dai soppressori immunitari per lenire gli effetti della cyber-psicosi, data dal moltiplicarsi degli innesti protesici, dimostrano che la carne non può essere mai veramente superata o bypassata. Così anche l’interiorità o anima, uno dei temi di questa seconda stagione, rimane inestricabilmente vincolata e subordinata allo stato del corpo di cui l’interiorità, la dimensione spirituale è espressione.

Uno degli elementi archetipici della filosofia cyberpunk è proprio l’idea dell’immortalità digitale: la possibilità di codificare e ridurre a livello di dati la coscienza per riversarla all’interno della rete o della cybersfera, emulazione di una dimensione paradisiaca pseudo-eterna. È la versione tecnologica del dualismo platonico-cartesiano, in cui il corpo è una prigione e la mente rappresenta l’essenza pura.

Edgerunners attacca profondamente questa illusione, anche se inizialmente sembra muoversi sui soliti binari del genere. La digitalizzazione della coscienza, quando tentata o subita, si rivela un fallimento ontologico prima ancora che tecnico. Ciò che viene salvato sui server o riversato nel cyberspazio non è la persona, ma una sua simulazione spettrale, un costrutto privo di reale vitalità.

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L’anima non è un software indipendente che può essere installato indifferentemente su supporti biologici o informatici. L’anima è la forma del corpo, è l’unità psicosomatica dell’individuo. Quando la rete prova ad assorbire l’interiorità umana, quest’ultima si frammenta o perde la capacità di provare empatia e significato. La smaterializzazione non produce una divinità post-umana, ma un fantasma: un’entità disincarnata che vaga in uno spazio digitale privo di vera trascendenza.

La serie mostra come il fallimento della traduzione dell’anima in puro dato riconfermi che l’orizzonte dell’umano è irrimediabilmente incarnato. Ne è manifesto la vicenda di Capri (Capricorn Project), un’entità digitale fusione di diverse anime digitalizzate, alla disperata ricerca di un corpo per poter vivere e agire nella sua completezza.

Se la dialettica del limite e il fallimento della digitalizzazione costituiscono l’impalcatura teorica dell’opera, la parabola drammatica che meglio incarna questa frattura antropologica è la contrapposizione tra i personaggi di Roman e Talia.

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Roman rappresenta un’anomalia nell’ecosistema di Night City: è l’unico personaggio a conservare un corpo interamente organico. In un mondo in cui l’innesto è norma sociale, la condizione di Roman di uomo privo di cromo lo colloca in una posizione di radicale esposizione alla violenza di Night City.

Tuttavia, è proprio questa nudità tecnologica a conferirgli un sguardo profondo sulla realtà. Roman osserva il mondo (egli porta sempre con se una vecchia cinepresa) facendo da testimone della deriva altrui: la sua assenza di protesi gli impedisce di cadere nella spirale della psicosi da cromo, preservando intatta la sua capacità di comprendere, registrare ed empatizzare. In lui, la carne organica non è una debolezza passiva, ma il prerequisito per mantenere la continuità della memoria e dell’identità personale.

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All’estremo opposto si colloca Talia, giovane ragazza mossa dal viscerale e incessante desiderio di sostituire la propria carne con protesi cibernetiche. Cresciuta nell’insicurezza, Talia vede nel proprio corpo una fonte di vulnerabilità inaccettabile e un richiamo costante alle proprie infermità: soffre infatti di una malattia degenerativa che la costringe a sottoporsi ad impianti sempre più invasivi.

La sua spinta verso la cibernetizzazione non è soltanto funzionale, legata alla sopravvivenza nel mondo delle gang di Night City, ma assume i tratti di una vera e propria ricerca di autoredenzione materiale.

Sostituire la carne con il metallo è per Talia il tentativo di costruirsi una corazza esistenziale. Tuttavia, man mano che il cromo sostituisce il tessuto biologico, Talia si ritrova alienata: la sua stabilità mentale vacilla e il tentativo di cancellare la fragilità finisce per distruggere la sua stessa capacità di cogliere la relazione autentica con Roman, con i suoi genitori e così via.

Il cortocircuito emotivo e filosofico tra Roman e Talia si consuma nella tensione irrisolta del loro legame. Per Talia, Roman rappresenta quella dimensione di vulnerabilità che le è stata negata e che ha cercato di cancellare sostituendo il corpo di carne con arti e apparati più performanti. Vedere Roman (ad esempio nel loro primo incontro), la sua umanità incontaminata dal cromo, suscita in lei un misto di attrazione e rabbia distruttiva: Roman testimonia quello a cui lei ha rinunciato.

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Dalla dialettica tra Roman e Talia emerge la tesi centrale di Edgerunners: la rivalutazione del corpo organico come hardware dell’anima. In una città disumanizzata e dominata dalla logica della sopraffazione corporativa, i rari momenti di redenzione e contatto autentico avvengono esclusivamente attraverso la fisicità. Il dolore condiviso, lo sguardo non filtrato da un’interfaccia neurale, proteggere l’altro: sono questi gli unici vettori in grado di ancorare i personaggi alla propria umanità.

L’amore, la capacità di sacrificio sono possibili solo nell’accettazione della propria vulnerabilità. E non può esserci vulnerabilità senza il corpo, limitato, esposto alla sofferenza, alla malattia e alla morte. Una mente interamente digitalizzata non può amare perché non ha nulla da perdere; un corpo completamente sostituito da macchine perde la capacità di sentire l’altro nel senso profondo della compassione, della sofferenza comune.

Il paradosso teologico della serie sta proprio qui: la componente spirituale dell’uomo (la sua capacità di amare, di scegliere il bene, di ribellarsi all’ingiustizia) non si manifesta a dispetto della fragilità biologica, ma attraverso di essa. La carne non è un limite da superare, ma la condizione di possibilità della relazione.

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In definitiva, Cyberpunk: Edgerunners 2 si inserisce nel panorama audiovisivo contemporaneo non soltanto come un’opera dal fortissimo impatto visivo, con scelte espressive memorabili e inusuali per un prodotto mainstream, ma come un lucido sguardo verso l’elemento radicale che rende gli uomini definibili come tali: il proprio corpo.

Mentre le strutture corporative spingono per una progressiva reificazione dell’umano – riducendolo a merce, protesi, dati – la vicenda di Roman e Talia mostra il fallimento esistenziale dell’utopia post-umana. Tentando di scappare dal limite attraverso il cromo, l’uomo distrugge se stesso; accettando la carne come luogo primario dell’esperienza e dell’amore, riscopre la propria anima che rimane come l’elemento invisibile ed esoterico del corpo di cui è forma.

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