Sette parole per dire “tempo”

di:

chaplin 

«Tempo» è, in italiano, una parola polifonica, che custodisce con finezza diverse sfumature di significati: c’è il tempo dell’orologio e il tempo della meteorologia, il tempo della musica e il tempo dell’analisi verbale; c’è il tempo che c’è e c’è il tempo che fa; c’erano tempi che ora non ci sono più; a volte ci manca il tempo per, altre rimpiangiamo il tempo in cui; talvolta ci sembra che il tempo si sia fermato, ogni tanto non passa mai; spesso il tempo vola, di tanto in tanto siamo noi che lo ammazziamo.

Il contesto ci guida a riconoscere e a distinguere con immediatezza se si sta parlando di tempo atmosferico, di tempo musicale o di tempo grammaticale; ma la ricchezza di risonanze polifoniche che la parola «tempo» può custodire quando esprime la dimensione in cui situiamo le nostre esperienze esistenziali è, nella maggior parte dei casi, destinata a sbiadirsi e a scolorire del tutto.

«Tempi moderni»

La modernità ha appiattito la concezione del tempo a un livello puramente cronometrico, scandito su ritmi ossessivi e ossessionanti, liquidi e disarticolati, poveri o del tutto privi di senso interiore. Viviamo esistenze in affanno, ansiose e ansiogene, e mentre, cellulare alla mano, crediamo di dominare e controllare il tempo, sempre di più, e mai come oggi, il tempo è il vorace signore delle nostre giornate.

Nel febbraio del 1936 usciva in prima mondiale a New York Tempi moderni, uno dei film più famosi di Charlie Chaplin. Attraverso la figura dell’operaio in frenetica rincorsa dei bulloni da avvitare sul nastro trasportatore e in lotta con i giganteschi ingranaggi della catena di montaggio, Chaplin proponeva una critica serrata alla ferocia disumanizzante della modernità.

I titoli di apertura del film scorrono sull’immagine del quadrante di un orologio: sembra un fermo immagine, ma la lancetta dei secondi si muove senza sosta. Il messaggio è chiaro: la modernità con le sue ossessioni e le sue follie ha come imprescindibile sottofondo la concezione di un tempo che, inesorabile, fagocita ogni secondo della nostra vita.

tempi moderni

La filosofia e la poesia, la fisica e la religione da sempre cercano di afferrare e risolvere il mistero del tempo. Ma il tempo resta il mistero dei misteri. La fede ci insegna che la storia della salvezza si gioca tutta dentro il mistero del tempo e che è proprio il mistero del tempo ad introdurci al mistero di Dio. Ma se il tempo in cui siamo immersi è, come suggeriscono le sequenze iniziali di Tempi moderni di Chaplin, solo il tempo degli orologi – un tempo, cioè, sempre misurabile e sempre misurato, controllato e oggettivato –, diventa difficile, se non impossibile, avvicinarsi e lasciarsi sfiorare dal mistero di un Dio non-oggettivabile.

Dal momento che i modi con cui pensiamo e diciamo il tempo non sono soltanto forme del pensiero sul tempo, ma rappresentano anche categorie del senso della vita, un viaggio tra le parole usate dalle lingue antiche per esprimere le diverse sfumature della parola «tempo» può diventare un esercizio di apertura di pensiero che ci aiuta a dissodare il nostro immaginario, inchiodato alla figura di un tempo che tutto divora, permettendoci di cogliere prospettive altre per sentire e vivere non solo il tempo, ma anche la vita stessa.

Sette parole per dire «tempo», dunque: quattro dal greco, due dal latino, e una dall’ebraico.

Aion, Kairos, Hora, Chronos

Il concetto di tempo per i greci si esprime attraverso quattro figure, autonomamente individuate sul piano lessicale: Aion, Kairos, Hora e Chronos.

  • Aion

Aion è la forza vitale, il midollo dell’Essere, la forma del tempo dell’Essere che, senza passato e senza futuro, vive nell’eterno presente del mito. Aion porta in sé l’idea del tempo come durata. Legato etimologicamente all’avverbio aeì, che in greco significa «sempre, perpetuamente», Aion indica in primo luogo la durata priva di principio e di fine, la durata assoluta, l’eternità: «l’infinita estensione di Aion è concepita come eterna durata di uno spazio infinito», scrive Paula Philippson.

Poiché l’uomo vive finché dura e dura finché vive, è su questa prospettiva del tempo come durata che si viene a configurare anche la stessa esistenza umana: le singole vite individuali con la loro durata circoscritta traggono origine dall’eterna durata dell’Aion e Aion può, perciò, venire a indicare anche la durata del tempo di ciascuna vita umana.

Da Aion come vita, come lunga vita, si genera il concetto di «lungo spazio di tempo», quindi di epoca: si spiega così il legame, etimologico e semantico, tra il greco Aion e il latino aevus/aevum, che indica il tempo senza tempo e senza limiti dell’eternità, ma anche il periodo storico così come la durata della singola vita individuale.

  • Kairos

Kairos è l’istante geniale che balena entro l’Aion. Se Aion è il tempo della vita, allora Kairos è l’attimo folgorante della decisione repentina; se Aion è l’epoca o la generazione, Kairos indica l’impresa decisiva, il momento culminante di quel dato periodo; se Aion è la durata eterna dell’Essere, Kairos esprime il rivelarsi della divinità, il luminoso apparire del divino.

Nel breve, felice attimo di Kairos, le cose umane vivono la fragile e potente instabilità del passo di danza che consegna tutta la sua perfezione alla provvisorietà. Raffigurato come un giovanetto dalla nuca glabra e un ciuffo di capelli sulla fronte, in instabile equilibrio su una sfera, Kairos è forma della fugacità dell’attimo prezioso e irripetibile, dell’alata bellezza del divino che si può afferrare solo nella prontezza di spirito del vis-à-vis: una volta passato, il Kairos non si può più acciuffare, non può più essere né colto né accolto.

  • Hora

Hora descrive il moto circolare di un tempo che si ritrova ogni volta al punto di partenza, disegnando anelli che continuamente si rinnovano. Se l’anno è un arco temporale, un anello, Hora, molto prima di diventare l’hora dell’horologium, è il tempo di una stagione entro la rotazione triadica dei tempi dell’anno. Tre Horai, tre stagioni, secondo gli antichi greci. Così, ad Atene, la ritmica successione dei lavori in campagna vedeva ritornare ogni anno Tallo, la Fiorita, Auxo, la Rigogliosa, e Carpo, la Fruttifera.

Secondo il racconto della Teogonia di Esiodo, le Horai sono figlie di Zeus e di Temi, la Giustizia Divina. In quanto personificazioni del regolare scorrere del tempo nell’alternarsi delle stagioni, le Horai hanno il compito di delimitare e presiedere l’orizzonte temporale ed esperienziale umano, facendo riverberare sulla terra e fra gli uomini un’armonica scintilla della Giustizia Divina che le ha generate. Emblematici i loro nomi: Eunomia, Legalità; Eirene, Pace; Dike, Giustizia.

  • Chronos

Chronos è il tempo che procede dal passato verso il futuro in modo rettilineo e frazionabile, avanzando attraverso sezioni numeriche che dividono la vita in un passato in inesorabile crescita e in un futuro altrettanto inesorabilmente destinato a diminuire.

Nel Chronos non è possibile ripiegare, tornare indietro, ripercorrere il già fatto o il già detto. Non sono dati ripensamenti, nel Chronos: ogni “ora” traguardata è subito dietro le spalle, ogni attimo raggiunto è subito passato.

Poiché Chronos si presenta come forma temporale del divenire e del perire, diventa scontata l’associazione e la sovrapposizione tra Chronos e Kronos-Saturno, la divinità preolimpica che, secondo il mito, divorava ogni figlio che la sposa Rea gli generava. Chronos-Kronos assume, così, le sembianze feroci del Tempo che tutto divora, lasciando dietro di sé un’infinita scia di cadaveri.

Otium e Negotium

Otium e Negotium sono le due categorie fondamentali per pensare il tempo nel mondo romano: otium è il tempo libero dalle occupazioni lavorative, mentre negotium, in quanto nec-otium, ossia negazione dell’otium, è il tempo impegnato negli affari e nelle attività pubbliche.

In relazione dialettica fra loro, e sempre a rischio di polarizzazione, i due termini giocano gran parte della loro contrapposizione sul piano morale: in una civiltà che concepisce l’uomo come soggetto etico, responsabile del proprio agire nei confronti di sé e degli altri, i modi dell’abitare il tempo marcano differenze che impegnano e chiamano in causa sempre la responsabilità personale.

In entrambe le due dimensioni dell’otium e del negotium è custodita la possibilità del vivere bene. L’otium si configura come tempo aperto, disponibile ad occupazioni virtuose, qualitativamente nobili, come la speculazione intellettuale e la vita dello spirito. Negotium esprime la possibilità di impegnarsi in tutte quelle attività e quelle mansioni che qualificano il cittadino come «buon» cittadino.

Ma sia all’otium sia al negotium è sotteso il rischio della dissipazione, della perdita di senso e di misura che trasforma gli uomini da liberi in occupati: lo slancio vitale del pensiero può essere soffocato nell’erudizione fine a sé stessa o in passatempi futili, l’impegno ad oltranza negli affari e nella vita pubblica può far perdere il contatto con la parte più profonda di sé e con il senso vero della vita.

Occupatus è un termine del lessico militare: si occupa, cioè si invade e si conquista, il territorio nemico. Occupati sono, dunque, gli uomini alienati che hanno perso il dominio di sé, che non possiedono sé stessi e il proprio tempo, che hanno riempito di altro la propria esistenza, schiavi che si lasciano stritolare l’animo dalla morsa delle occupazioni, uomini narcotizzati che vivono in un tempo materiale, oggettivato, calcolato, misurato, programmato, mercificato, privo di qualità.

Gli occupati sono le vittime del tempo: l’occupatus non ha mai tempo perché, rapportandosi al tempo solo attraverso parametri quantitativi, ne smarrisce la qualità. Ma, scrive Seneca nel De brevitate vitae, c’è un rimedio alla fugacità rovinosa del tempo che, come un fiume, tutto travolge al suo passare: vivere intensamente e compiutamente ogni attimo del presente, come fosse l’ultimo.

Il tempo ci appartiene non perché possiamo misurarlo, ma perché possiamo, qui e ora, viverlo con intensa e consapevole pienezza. Non è in nostro potere decidere il quantum del tempo della vita, ma del tempo della nostra vita possiamo sempre decidere la qualità.

A partire dalla riflessione sulle categorie fondamentali per il pensiero latino di otium e di negotium come «tempo dedicato a», Seneca sostiene che il tempo del vero otium non può essere concepito come banale pausa inframmezzata ai negotia, giacché in questa prospettiva l’otium non sarebbe che una conferma della stessa logica economicistica dei negotia.

Il tempo del vero otium è, per Seneca, tempo dedicato alla pratica attiva del pensiero, una pratica, esercitata nella vita e per la vita, il cui fine è quello di imparare a vivere per imparare a morire.

Shabbat

Mentre il giorno di ventiquattro ore trova corrispondenza nel moto di rivoluzione della terra su sé stessa e il mese si rapporta al ciclo lunare e l’anno al ciclo solare, la scansione della settimana in sette giorni, inesistente nel mondo greco-romano, non fa riferimento ad alcun fenomeno astronomico.

Il criterio che presiede alla divisione del tempo organizzata sul settimo giorno è un criterio di carattere trascendente, esterno alla natura, radicato nella parola biblica. L’opera creatrice dei sei giorni trova il suo senso nel settimo giorno, l’unico che riceve nella Bibbia un nome proprio: mentre tutti i giorni della settimana in ebraico sono nominati con un aggettivo numerale – primo, secondo, terzo giorno… –, il settimo giorno viene chiamato shabbat, «sospensione dell’opera», «ritorno all’origine».

Poiché Dio porta a compimento la creazione ritirandosi, lo shabbat invita gli uomini a fare i conti con il senso del limite. Se Dio mette fine al suo lavoro dicendo alla sua opera «basta così, è sufficiente», anche gli uomini sono chiamati a vivere un tempo di sospensione che impedisca loro di farsi trascinare dal vorticoso miraggio di un infinito progresso.

Grazie al sabato, l’umanità è chiamata a liberarsi da una visione della vita puramente economica e contabile, assillata dall’appagamento dei bisogni, per aprirsi ad una prospettiva metafisica del tempo. Lo shabbat, in quanto tempo «totalmente altro», permette di intravedere una via per avvicinarsi a Dio, coltivando in sé il desiderio dell’Infinito.

«Per conservare nell’opera della creazione una traccia dell’atto creatore stesso, il Creatore, prima di ritrarsi da essa, vi introduce come segno della sua presenza lo shabbat», scrive Benjamin Gross. Il sabato, tempo del riposo di Dio, porta in sé la traccia della presenza del Creatore. Di settimana in settimana lo shabbat rinnova il memoriale della creazione, ricordando agli uomini che il mondo è un mondo creato e che anche gli uomini sono creature, contro l’arrogante pretesa di nullificare la trascendenza facendo di ciascuno l’origine di sé stesso.

Nel racconto di Genesi, al settimo giorno è dato di portare a compimento i sei giorni dell’opera creatrice attraverso l’aggiunta di una differente dimensione qualitativa: lo shabbat è, nella Bibbia, la prima realtà cui viene attribuito il termine “santo”. La santità del sabato custodisce per il mondo un seme di eternità: Dio benedice il settimo giorno, e questa benedizione conferisce al settimo giorno una pienezza generatrice di gioia luminosa, sorgente di santità.

In questa nostra civiltà senza sabato, che ha conservato il principio del settimo giorno solo in chiave utilitaristica, come occasione di riposo, di svago e di divertimento, lo shabbat continua a parlarci del tempo come di una dimensione spirituale di libertà, rigenerata alle sorgenti dell’Essere.

Insegnaci a contare i nostri giorni

Insegnaci a contare i nostri giorni
e giungeremo alla sapienza del cuore.
Salmo 89

Mistero dei misteri, il tempo. Tempo aionico, midollo dell’Essere, sul cui sfondo si dispiega l’intera nostra esistenza. Tempo kairologico, che ci chiama alla vigilanza. Tempo ciclico, circolare, che ci invita ad assaporare la bellezza delle ore del giorno e la dolcezza delle stagioni dell’anno e della vita. Tempo lineare, con cui dobbiamo imparare a fare i conti, senza farcene divorare. Tempo per l’otium, per la cura di sé e della propria vita interiore, e tempo per il negotium, per l’impegno lavorativo, politico e sociale.

Tempo del sabato e tempo per il sabato: tempo che ci rimette in relazione con la Sorgente, tempo liberato, tempo di gratuità e di dono, tempo che dà senso a tutti gli altri giorni e dilata nella gioia della festa il respiro della vita.


Bibliografia

Paula Philippson, Origini e forme del mito greco, Bollati Boringhieri, Torino 2006.

Chiara Di Marco, Otium e Negotium. Seneca e la “scelta di sé”, versione PDF disponibile qui.

Benjamin Gross, Un momento di eternità. Il sabato nella tradizione ebraica, EDB, Bologna 2018.

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