IRC: a quando il cambiamento?

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Come annunciato su queste pagine, il 6 ottobre scorso si è tenuto − presso l’Università La Sapienza di Roma − il convegno Per una convivialità delle differenze: verso un nuovo insegnamento della religione a scuola. A conclusione dell’evento, Giordano Cavallari ha rivolto alcune domande a Filippo Binini, docente IRC e membro del Gruppo promotore. 

  • Caro Filippo, ci puoi ricordare come è nato e come ha lavorato il Gruppo di Studio sull’IRC in cui stai lavorando?

Il progetto è nato da una prima sperimentazione locale, realizzata nell’anno scolastico 2023-2024, che ha coinvolto docenti dell’ISE (Istituto di Studi Ecumenici) di Venezia e insegnanti di IRC di alcune scuole del Veneto, sotto la supervisione del coordinamento regionale degli uffici scuola diocesani.

A partire da questa esperienza, nell’estate del 2024 la presidenza dell’ISE ha presentato alla CEI una richiesta di finanziamento, successivamente approvata, per sviluppare il progetto di ricerca-azione “Per un nuovo insegnamento della religione a scuola”. Il finanziamento ha permesso di avviare, nell’anno accademico 2024-2025, un gruppo di ricerca di una decina di persone, ospitato presso l’ISE e composto da storici delle religioni, teologi, pedagogisti e docenti di religione.

Il gruppo ha lavorato per elaborare una riflessione critica sull’attuale modello dell’IRC e delineare possibili prospettive di rinnovamento. Il rapporto conclusivo è stato consegnato alla CEI nel novembre 2025 e successivamente pubblicato, nel febbraio 2026, sulla rivista Il Regno-attualità, con il titolo Per una convivialità delle differenze. Verso un nuovo insegnamento della religione a scuola. Anche SettimanaNews ci ha ospitato.

È importante sottolineare che la richiesta di cambiamento nasce dall’interno del mondo dell’IRC, non da chi lo osserva dall’esterno. Sono anzitutto gli insegnanti, che vivono quotidianamente le difficoltà di questo insegnamento, ad avvertirne sempre più chiaramente i limiti. Il nostro gruppo ha cercato di mettere in dialogo questa esperienza concreta con competenze scientifiche e pedagogiche differenti.

La scelta di lavorare presso l’ISE San Bernardino di Venezia è stata particolarmente significativa: qui il dialogo non è soltanto un oggetto di studio, ma anche un metodo di ricerca e di relazione. Un contesto, dunque, in sintonia con lo spirito del nostro lavoro.

  • Come siete giunti ad organizzare il convegno del 6 ottobre scorso alla “Sapienza”?

Il convegno del 6 ottobre nasce proprio da quel documento. Il nostro lavoro non aveva l’obiettivo di individuare nuove criticità dell’attuale impianto dell’IRC. Sono infatti note da tempo. L’obiettivo era, piuttosto, raccogliere e mettere in relazione questioni che da anni vengono evidenziate da studiosi e insegnanti: l’analfabetismo biblico e religioso, i limiti di un insegnamento confessionale, la progressiva marginalità della materia nella scuola e le difficoltà di rispondere a una società sempre più plurale.

Il documento aveva anche l’obiettivo di produrre un dibattito pubblico sull’IRC. Il convegno del 6 ottobre si colloca esattamente in questa prospettiva. Anche la scelta di uno spazio laico come la “Sapienza” risponde a questa esigenza: fare in modo che la discussione non resti confinata all’ambiente ecclesiale ma coinvolga il mondo della scuola, l’università e la società nel suo insieme.

La conoscenza delle religioni non è una questione che riguarda soltanto le comunità religiose: è una condizione essenziale per comprendere il mondo in cui viviamo. Per questo, decidere come insegnare le religioni a scuola non può essere una prerogativa esclusiva della Chiesa, ma deve diventare una questione di interesse pubblico. È la società nel suo insieme a dover discutere quale spazio dare alla conoscenza religiosa nella formazione delle nuove generazioni.

  • Com’è andato il convegno in termini di partecipazione e di rilievo?

Tra presenze in sala e collegamenti a distanza abbiamo superato i 300 partecipanti. Sono intervenuti studiosi e studiose che, da molti anni, si occupano di questi temi, tra cui Paolo Naso, Flavio Pajer, Maria Chiara Giorda e Alessandro Saggioro. Da questo punto di vista, siamo molto soddisfatti. La maggior parte degli interventi, inoltre, concordava su un punto: non basta una semplice manutenzione dell’esistente, ma occorre ripensare in profondità il modo in cui la scuola italiana affronta il fenomeno religioso.

Il convegno è stato organizzato alla “Sapienza” in collaborazione con Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Associazione biblica della Svizzera italiana e Noi siamo Chiesa. I grandi assenti, mi pare, sono stati, invece, i rappresentanti che solo hanno facoltà di dare corso al cambiamento auspicato: dello Stato e, soprattutto, della Chiesa cattolica. Il confronto, ad ogni modo, ha mostrato che esistono già riflessioni in atto e proposte concrete.

Se ai vertici istituzionali ed ecclesiali non si avverte ancora una chiara volontà di cambiamento, dal basso questa esigenza è invece molto avvertita. Lo dimostra la partecipazione al convegno: tra gli oltre 300 partecipanti, moltissimi erano insegnanti di religione. È un dato significativo, perché mostra che la richiesta di ripensare l’IRC non viene soltanto dal mondo accademico o da chi lo critica dall’esterno, ma anche da chi lo insegna ogni giorno e ne sperimenta direttamente i limiti.

  • Le difficoltà sono note, ma le vuoi di nuovo ricordare?

Le difficoltà sono pregresse e strutturali. Da un lato, il Concordato riconosce all’IRC un ruolo nella conoscenza del patrimonio storico e culturale italiano; dall’altro, l’insegnamento è facoltativo. Per chi se ne avvale, inoltre, resta un insegnamento marginale: ha una valutazione separata, che non concorre alla media, dispone di un tempo limitato e non ha un ruolo specifico nell’esame finale della scuola secondaria superiore.

C’è poi una contraddizione più profonda. Lo studio delle religioni dovrebbe offrire strumenti per comprendere visioni del mondo differenti, decostruire stereotipi e imparare a convivere con la diversità. Nella scuola italiana, invece, proprio nell’ora dedicata alla religione gli studenti vengono separati sulla base delle convinzioni, delle appartenenze religiose o delle scelte familiari. In questo modo, l’IRC rischia di trasmettere un messaggio opposto a quello che dovrebbe promuovere: anziché fare della diversità religiosa un’occasione di conoscenza e confronto, finisce per trattarla come un criterio di separazione.

  • Cosa dovrebbe essere l’IRC secondo il Concordato e la Conferenza episcopale? E secondo il Gruppo?

La Nota pastorale CEI dello scorso anno riconosce i profondi cambiamenti che hanno attraversato la società italiana negli ultimi quarant’anni, ma conferma l’impianto attuale dell’IRC.

A nostro avviso, invece, proprio quei cambiamenti dovrebbero indurci a ripensarlo: le premesse sociali e culturali su cui si fonda questo modello sono profondamente mutate.

Faccio un esempio. L’attuale sistema presenta la possibilità di avvalersi o meno dell’IRC come una forma di tutela della libertà di coscienza. Ma oggi quanti studenti scelgono di non avvalersene perché, per ragioni di coscienza, non si riconoscono in un insegnamento confessionale cattolico? E quanti, invece, lo fanno perché questo consente loro di entrare un’ora più tardi, uscire prima o avere del tempo libero da dedicare allo studio o ad altre attività?

Oggi serve uno sguardo autenticamente ecumenico e interreligioso. Occorre riconoscere la complessità delle esperienze religiose, superare una lettura eurocentrica e adottare un metodo comparativo e interdisciplinare. L’obiettivo dovrebbe essere uno spazio scolastico in cui le diverse visioni del mondo possano incontrarsi senza che una costituisca il punto di osservazione privilegiato. Non per orientare gli studenti verso una convinzione, ma per offrire a tutti strumenti per comprendere il ruolo delle religioni nella storia e nella società contemporanea.

Abbiamo bisogno, in definitiva, di un insegnamento capace di garantire a ogni studente un’adeguata alfabetizzazione religiosa, indispensabile per orientarsi in una società caratterizzata da pluralità, ibridazioni culturali e rapide trasformazioni.

  • Perché sostenete che è giunto il momento di superare la confessionalità dell’IRC?

La confessionalità è, a nostro avviso, il problema alla radice dell’attuale impianto. Da essa derivano molte delle contraddizioni che abbiamo evidenziato: la facoltatività, la marginalità curricolare, la separazione degli studenti, l’ambiguità del ruolo docente e così via. Per questo non basta aggiornare i contenuti o innovare le pratiche didattiche: occorre ripensare il modello stesso.

La nostra proposta è superare l’IRC confessionale e introdurre un insegnamento curricolare rivolto a tutti gli studenti e fondato su un approccio laico, comparativo e interdisciplinare. Non si tratta di espellere la religione dalla scuola né di ridimensionare il contributo del cristianesimo alla storia e alla cultura italiana, ma di studiarlo insieme alle altre tradizioni religiose e alle diverse visioni del mondo.

La religione deve diventare un oggetto di conoscenza comune, non un criterio per dividere gli studenti sulla base delle loro appartenenze o convinzioni. Una disciplina pubblica, rivolta a tutti, dovrebbe fornire gli strumenti per comprendere la complessità del fenomeno religioso, riconoscerne le trasformazioni e interpretarne il ruolo nella società contemporanea.

  • Siete ben consapevoli delle difficoltà giuridiche e politiche comportate da un tale passaggio. Ne avete parlato nel convegno?

Il quadro concordatario è certamente un elemento da considerare e non possiamo ignorare le implicazioni giuridiche e politiche di una trasformazione dell’attuale modello. Proprio per questo è importante aprire un confronto che coinvolga le istituzioni, la CEI, il mondo della scuola, gli esperti e i docenti.

Al tempo stesso, non dobbiamo pensare che ogni iniziativa debba necessariamente attendere una modifica del Concordato. Durante il convegno sono emerse alcune possibilità che meriterebbero di essere approfondite: per esempio, affiancare all’attuale insegnamento concordatario una disciplina pubblica dedicata alla conoscenza delle religioni, oppure valorizzare, nell’ambito dell’educazione civica, percorsi sul pluralismo religioso e sulla gestione dei conflitti culturali e religiosi nel quadro dei principi costituzionali e dell’educazione alla cittadinanza.

Sono ipotesi che richiedono un approfondimento giuridico e un confronto politico, ma indicano una direzione possibile: cominciare a sperimentare nuove forme di educazione alla conoscenza religiosa, senza fare del quadro normativo attuale un motivo per rinviare ogni discussione.

  • Cosa auspicate che avvenga, ora?

Al termine del convegno, Marco Dal Corso, che coordina il nostro gruppo di ricerca, ha rivolto un appello alle comunità religiose e alla politica: cambiare perché è cambiato il mondo, perché esiste una nuova urgenza sociale e culturale e perché l’analfabetismo religioso non può essere affrontato adeguatamente attraverso un unico modello confessionale.

Abbiamo avanzato anche proposte concrete: istituire un tavolo di lavoro che coinvolga CEI, politica, Ministero dell’Istruzione, esperti e docenti; avviare nelle scuole percorsi sperimentali interreligiosi rivolti all’intera classe, capaci di superare almeno in via sperimentale la facoltatività; promuovere la formazione ecumenica e interreligiosa degli insegnanti, con corsi di pedagogia del dialogo e seminari interdisciplinari sul contesto religioso contemporaneo.

Forse è questo il dato più significativo della giornata romana: la discussione sembra essersi spostata dalla domanda “se cambiare” a quella “come cominciare a cambiare”. Ora occorre trasformare le riflessioni in occasioni concrete di confronto e sperimentazione.

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