
Martedì 22 settembre, a Modena, alle ore 14.00, 50 studenti provenienti dalle scuole vicine hanno invaso e “saccheggiato”, esternando arroganza di gruppo, il supermercato MD di Via Rainusso. Il giorno dopo alle ore 10.30, una decina di ragazzi tutti giovanissimi sono entrati al Conad in Via Leonardo da Vinci con atteggiamenti beffardi e sfidanti verso gli operatori del supermercato, senza lasciar trasparire alcun timore di essere scoperti, bloccati e puniti, anzi mostrando sicurezza e soddisfazione nell’esibire un agito per loro divertente, volto a spettacolarizzare il loro comportamento. Non per niente l’avvenimento è stato ripreso e i video immessi appositamente sui social.
Perciò classificarlo come un’espressione di violenza giovanile è improprio e riduttivo, ma non per questo meritevole di un’attenzione minore, anzi il contrario, perché non rimanda solo ai vissuti di chi vive nella marginalità, ma in contesti spesso agiati.
Una riprova è l’osservazione fatta sul comportamento degli studenti di un liceo di Parma, frequentato da giovani provenienti da classi sociali agiate, dove si registra un aumento considerevole delle forme di iper-conflittualità, esclusione e modalità relazionali esasperate tra gli studenti, che vivono la cultura scolastica come un incentivo alla concorrenzialità invece che alla collaborazione, stato d’animo che porta a percepire l’altro come una minaccia e non come un compagno di percorso.
Gli “invasori”, apparentemente per nulla consapevoli delle possibili conseguenze delle loro azioni, hanno saccheggiato gli scaffali rubando frutta, patatine, tramezzini, bibite, energy drink; hanno perfino giocato tra loro, divertendosi tanto, nel tirarsi i chicchi dei grappoli d’uva appena rubata dagli scaffali. È noto che molti adolescenti, autori di comportamenti trasgressivi, pur essendo capaci di intendere e di volere, mostrano una totale mancanza di percezione delle conseguenze delle loro azioni e spesso non ne comprendono l’impatto su sé stessi e sugli altri.
Qualcuno nella riunione del Consiglio comunale li ha definiti delinquenti. A me non sembra proprio si tratti di un comportamento delinquenziale, che se lo fosse sarebbe un pochino più “professionale”. D’altra parte non può nemmeno essere ridotto ad una ragazzata, anzi proprio perché non è possibile applicare all’evento, finora del tutto inedito, una interpretazione semplificata, esso necessita, invece, di un un’analisi più attenta e specifica.
La dispercezione degli agiti trasgressivi o violenti rischia di ampliare il problema, invece di affrontarlo apportando una progettazione che li riduca. A questo riguardo il rapporto di Save the Children (2026) “(Dis)armati. Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà” rileva che non esiste una esplosione generalizzata della criminalità minorile, anche se ne mutano le forme. Negli ultimi 20 anni, le segnalazioni di minori e giovani adulti all’autorità giudiziaria si sono ridotte di un terzo, da 23.000 nel 2004 a poco più di 14.00 nel 2024, mantenendo l’Italia uno dei tassi più bassi d’Europa.
Da altri studi risulta che dal 1980 al 2025 gli omicidi sono diminuitidell’85 %, scendendo da circa 2000 a meno di 300, mentre i decessi per incidenti stradali sono calati del 65%, passando dai 12.00 del 1970 ai circa 3.000 odierni.
Se un approccio emotivo, che invoca sicurezza e una giustizia impastata di vendetta non è utile per porsi la domanda appropriata, quali sono gli interrogativi generativi di una progettualità efficace? Quali sono i fattori della storia personale, di contesto sociale e culturale che possono generare comportamenti trasgressivi o depressivi e suicidari? È una riflessione che ci interpella tutti e che, soprattutto a noi adulti, richiede in specifico una maggiore responsabilizzazione.
Anticipo che i fattori che provocano il ritiro sociale entro le mura di casa con l’interruzione delle relazioni reali, l’insorgere di problematiche psicologiche o addirittura psichiche, in crescita esponenziale tra gli adolescenti, sono gli stessi che causano i comportamenti trasgressivi. Ma, incredibilmente, verso questo fenomeno doloroso e inquietante non vi è interesse, perché parlarne non alza l’audience e i consensi
È una disattenzione voluta che è il segnale evidente di un clima che contribuisce ad accrescere le difficoltà di chi sta attraversando una fase critica dello sviluppo come quella adolescenziale: l’indifferenza degli adulti, la loro autoreferenzialità, la decrescita delle forme di ascolto, condivisione e solidarietà è uno degli elementi più importanti nel determinare i comportamenti disunzionali dei ragazzi a cui abbiamo accennato.
Sottolineo allora alcuni fattori di rischio attestati dalle ricerche:
La solitudine degli adolescenti che ha il suo corrispettivo nella solitudine degli anziani, due solitudini che non si incontrano. È la prima generazione giovanile della storia, anche a causa della contrazione numerica, che soffre la solitudine come condizione diffusa. In un’assemblea di Istituto al Liceo Wiligelmo, presenti 450 studenti, la risposta alla domanda su qual è per loro la difficoltà maggiore è stata per più del 70 % la solitudine. Rimasi molto sorpreso. C’è da evidenziare a questo proposito che stanno nascendo dei progetti dove dei giovani chiedono di abitare in casa con degli anziani non ammalati per sostenerli con la loro presenza e rendere sostenibile la loro vita, soprattutto se studenti. Un’immaginazione che sa andare oltre.
La difficoltà a progettare il proprio futuro nell’inserirsi nel mondo del lavoro a causa della velocità del cambiamento delle professioni e delle modalità produttive, con la conseguente difficoltà a scegliere quale percorso adeguato compiere e per quale tipo di impiego lavorativo orientarsi. Quella odierna è la prima generazione giovanile che sta peggio, sotto l’aspetto economico, dei propri genitori. Così, più di 100.000 giovani l’anno, la maggior parte con titoli di studio elevati, emigrano. Anche quest’aspetto trova riscontro negli adulti, che oltre una certa età, qualora espulsi dal mondo del lavoro, non riescono a rientrarci. Sono problemi che non ricevono la dovuta attenzione. Anzi, è meglio parlare e proporre la remigazione. Si ha più successo.
La mancanza di adulti significativi, capaci al contempo di porre delle regole e farle osservare e di entrare in sintonia emotiva con i ragazzi con una modalità relazionale che sviluppi né una dipendenza, né un’assenza, ma un’interdipendenza che abiliti li ragazzi a sopportare insuccessi, abbandoni e ad affrontare le difficoltà. Anzi, a preposito della scuola, parecchi genitori invece di creare un’auspicabile alleanza scuola-famiglia, contribuiscono a incrementare il misconoscimento dei ruoli e la difesa ad oltranza dei figli con atteggiamenti aggressivi svalutanti.
Eccessiva attenzione al prestazionale. Non vali per quello che sei ma per le competenze che hai e che devi acquisire. Non c’è attenzione alla globalità della persona che punti a sviluppare tutte le sue potenzialità sul piano umano. Anzi, sempre più spesso, il ragazzo sente che la realizzazione personale del genitore e la sua soddisfazione nella vita dipende dai suoi successi. Un peso insopportabile. Non si agevola così, ma si ostacola la costruzione della propria identità generando malessere, stati depressivi o aggressività poco controllabili.
Educazione emotiva insufficiente. Gli interventi certamente molto apprezzabili focalizzati sull’ascolto e sull’alfabetizzazione emotiva non possono sviluppare un’empatia che restituisca al singolo la bellezza e la forza della sua affettività consolidando la consapevolezza di sé. E’ solo l’esperienza prolungata, il contatto con le tante forme di sofferenza e vulnerabilità (anziani, disabili, bambini in difficoltà ecc.) che può sviluppare un empatia impastata di compassione.
Occorre passare da una pedagogia dell’empowerment individuale a una pedagogia della cooperazione. In passato era consuetudine che molti giovani facessero parte di organizzazioni che svolgevano attività per affrontare problematiche legate a forme di disagio, come progettazioni per il “Terzo mondo” o a favore di aree disagiate, interventi che restituivano loro significato, protagonismo e senso di responsabilità generando un orientamento verso valori che danno solidità alla persona, superando il bisogno, oggi fortissimo di visibilità. Non credo che vi siano molti adulti che ritengono necessaria la trasmissione di valori.
Tutti questi elementi spiegano come per alcuni giovani sia indispensabile l’affermazione di sé con atti violenti o stupidamente spettacolari. Personalmente non vedo possibilità di cambiamento dati gli atteggiamenti irresponsabili di una parte rilevante del mondo adulto, complice anche la facilità con cui si elaborano e si diffondono narrazioni menzognere, elaborate appositamente anche da chi è impegnato in politica.
- Pubblicato sul settimanale cattolico modenese Nostro Tempo, domenica 11 ottobre 2026.





