Vuoi o non vuoi, noi preti facciamo parlare, e ancor di più diamo da pensare, sia a chi ci vuole bene e si preoccupa per noi, sia a quelli che ci osservano, ci studiano, e ci esaminano con senso critico, alle volte senza troppi riguardi. Soprattutto però è a noi stessi che diamo da pensare, anche se sempre tendenzialmente indecisi su cosa fare di tutto questo pensare, che spesso rimane lì, come una voce interiore che tormenta senza mai diventare una parola che aiuta.
Le situazioni che ci mettono con una certa regolarità al centro di queste attenzioni sono molteplici, variegate, e solo in apparenza scollegate tra loro, e vanno dalla fisiologia, alla patologia, e talvolta, purtroppo, anche alla tragedia. Il caso del prete che lascia il ministero non produce più lo scandalo di una volta, è ormai parte di una normalità che molti fedeli si sono abituati ad accompagnare con senso di comprensione, e persino come espressione di una ‘coerenza’ che merita ammirazione. In qualche caso, l’abbandono, che nel frattempo è divenuta una ‘scelta’, avviene nel quadro di una teatralità mediatica che travolge in modo nefasto le implicazioni reali della questione.
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Contestualmente, il momento dell’abbandono si è progressivamente sempre più avvicinato alla data dell’ordinazione. Cresce il numero di quei preti che chiedono di essere esentati da responsabilità dirette nel governo pastorale delle comunità, colonizzato da gravami amministrativi tali da rasentare l’assorbimento totale. Si dicono in compenso disponibili a un servizio più aderente alla qualità specifica del ministero. Preti sì, parroci no (e sembra divenuto più complicato anche trovare dei vescovi).
A proposito di questo, il nostro lessico pastorale ha familiarizzato con il termine burnout, stress da superlavoro, ma più precisamente cedimento psichico a fronte della complessità crescente del compito. Qualcuno si sottrae dalla pastorale convenzionalmente parrocchiale per immettersi in una condizione di tipo monastico, secondo formule già esistenti, o più spesso reinventate con creatività molto soggettiva.
La “personalizzazione” del ministero caratterizza noi preti più del vecchio senso di corporazione che animava il presbiterio di una volta. In questa civiltà dell’audience ciascuno deve giocarsi le proprie carte e puntare sulle sue prerogative, che però significa anche esporre sé stessi nell’arena del gradimento, dove i pollici vanno su, ma quando vanno giù lo fanno con impietosa brutalità.
Come tristemente sappiamo, ci accompagnano anche i casi di suicidio di preti, che talvolta entrano nel ventilatore della comunicazione, ma che spesso rimangono (forse più pietosamente) protetti nel clima sgomento dei loro contesti locali, in ogni caso tramortiti da una malinconia che non sempre riesce a trasformarsi in questioni articolate. Poi ci sono gli abusi, con tutto quello che ne consegue. Senza dimenticare, come credo ogni lettore vorrà ricordarmi, i moltissimi preti che convintamente onorano il loro ministero, con matura consegna di sé stessi, in intima serenità dello spirito, ma anche senza le fette di salame sugli occhi.
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Se è doveroso farsi carico di questo insieme di fenomeni preoccupandosi del tratto personale e umano di questa complessa condizione dei preti, che va maternamente protetta da ogni distorsione possibile, lo è ancora di più per le sue ricadute e le sue implicazioni sulla fede dei credenti, e sulla salute delle comunità, giacché in gioco non c’è una categoria particolare di cristiani, ma le condizioni stesse, per la comunità dei discepoli, di potersi raccogliere nel rendere testimonianza del Signore.
In questo senso noi preti, senza offesa per nessuno e senza personalizzare l’osservazione, siamo coscienti di essere divenuti, nostro malgrado e in questo determinato contesto, l’“anello debole” delle nostre questioni di Chiesa, e di ogni ambizione volta a riformarla. Se una volta il termine “clericalismo” poteva essere chiamato in causa come contrassegno di un potere, in questo momento esso andrebbe più onestamente accostato a un effetto di impotenza, effetto cioè di una figura che, posta al centro operativo della comunità/Chiesa, ne paralizza il dinamismo con l’attrito della sua stessa inadeguatezza.
Inadeguatezza della forma, naturalmente, non della persona, avendo l’impressione di un ministero costretto a fronteggiare sfide inedite, che chiedono agilità e pretendono destrezza, dentro l’armatura del prete disegnato nel contesto della riforma tridentina, non ancora disposti a riconoscere e accettare quello che Alberto Melloni ha definito senza troppi fronzoli la «fine del prete» (Chiesa madre, chiesa matrigna, Einaudi, 2004), intendendo con questa espressione il congedo de facto dalla figura tridentina del ministero ordinato, e delle sue specifiche condizioni canoniche.
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La crisi delle vocazioni, crollate in Italia del 60% in cinquant’anni (se ho consultato le statistiche giuste), è in qualche modo implicata nell’«inadeguatezza» di una certa forma del ministero protratta oltre i limiti della sua compatibilità storica e culturale, e sulla quale è sempre più palesemente arduo appoggiare e strutturare l’articolazione comunitaria della vita cristiana, al punto che persino qualche vescovo, soprattutto nel Nord Europa, ha prospettato la necessità/volontà di ordinare persone sposate. Anche solo qualche anno fa la stessa verbalizzazione di un tale proposito sarebbe apparsa impossibile.
Quali che siano le considerazioni più adeguate riguardo a un tale scenario, bisogna riconoscere che esso non nasce da prospettazioni ideologiche, ma da gravi emergenze pastorali, a cui in questo momento si continua a rispondere con delle strategie a dir poco aggravanti, come la riorganizzazione territoriale delle parrocchie assegnate in accumulo a un prete sempre più sovraccarico. L’impressione di fondo, alla fine, sembra questa: anziché rivedere la forma del ministero ordinato a beneficio del poter esser chiesa dei discepoli, si preferisce riassettare la chiesa dei discepoli per salvare questa forma del ministero ordinato.
Qualsiasi cosa la fantasiosa ispirazione dello spirito ci suggerisca, essa deve poterci illuminare secondo il criterio inverso, proprio di ogni momento nativo della storia cristiana. Articolare la ministerialità della chiesa, e ripensare il ministero ordinato, in favore della missione ecclesiale, non il contrario.
Non soltanto per la chiesa del domani, per la quale faranno di più gli spintoni della storia che le esitanti strategie dell’istituzione. Ma anche, e per ora, in vista dell’urgente necessità di mettere a tema la questione dei preti, per liberarli dalla corazza, e consentire loro di essere effettivamente utili al raccogliersi dei discepoli del Signore che, insieme, fanno la sua memoria e testimoniano la sua grazia.
Sommario n. 10
Ottobre 2026
Anno CVII
Editoriale |
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| GIULIANO ZANCHI Uscire dalla corazza |
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Contributi |
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| MAURIZIO MARCHESELLI Disinnescare la Bomba È lecito usare la Bibbia per giustificare la guerra? |
646 |
| GIACOMO CANOBBIO Si può ancora credere nella risurrezione? |
664 |
| ROBERTO REDAELLI L’intelligenza artificiale tra verità e responsabilità Punti salienti di «Magnifica Humanitas» |
677 |
| VINCENZO ROSITO La soglia è il primo altare Lo sguardo di Ivan Illich per la vita ecclesiale |
685 |
| FABRIZIO TASSI «Disclosure Day» La “rivelazione” secondo Spielberg |
696 |
Senti chi parla |
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| Ripensare la teologia politica Intervista ad Alberto Melloni a cura di Luca Bressan |
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