L’Italia è un paese in guerra?

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L’Italia è un Paese in guerra? Questa la domanda giustificata da un pronunciamento della Avvocatura di Stato a proposito del transito di armi dal porto di Ravenna. Gianni Alioti ricostruisce la vicenda e il suo preoccupante contesto, sino alla recente – buona – sentenza del Consiglio di Stato. L’intervista è curata da Giordano Cavallari.

– Caro Gianni, con The Weapon Watch stai attentamente monitorando ciò che avviene nei porti italiani attraverso cui transitano materiali bellici. Cosa state osservando, specie dall’avvento delle guerre in Ucraina e in Palestina?

The Weapon Watch è nata a Genova nel 2019 a supporto delle lotte dei portuali che si rifiutavano di imbarcare equipaggiamenti militari e armamenti destinati all’Arabia Saudita, coinvolta – allora come ora – nella guerra in Yemen.

Insieme ai portuali del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali abbiamo messo a punto strumenti di osservazione, identificazione e monitoraggio delle armi nei porti europei e mediterranei, armi dirette verso paesi in guerra e/o responsabili di gravi violazioni del diritto umanitario.

Il fine era e resta contrastare il traffico di armi con la denuncia: sia sul piano etico, sia su quello politico che giuridico, perché è in palese violazione della legislazione italiana (L.185/90) e dei trattati internazionali firmati dal nostro paese in fatto di controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento.

I principali snodi logistici utilizzati per l’invio di armi, mezzi ed equipaggiamenti militari dall’Italia all’Ucraina sono gli aeroporti di Pisa, Pratica di Mare e Verona-Villafranca, snodi integrati nei corridoi terrestri coordinati dalla NATO; mentre alcuni porti sono i principali snodi logistici per quanto riguarda i flussi marittimi del transito di armi, munizioni, esplosivi – e di materiali dual use militare/civile – nell’area mediterranea.

In questi anni – dall’avvento delle guerre in Ucraina e in Palestina – abbiamo osservato una progressiva intensificazione dei traffici, direttamente proporzionale alla moltiplicazione dei conflitti e dei genocidi nella regione medio-orientale oltre che in Africa. Non dimentichiamo che verso quelle due aree del mondo è rivolta gran parte dell’esportazione di armamenti prodotti in Italia, accresciuta, dal 2021 al 2025, del 157% rispetto ai 5 anni precedenti.

Il porto di Genova è lo scalo principale da cui transitano le navi “ro-ro” – progettate per il trasporto di carichi su ruote – della flotta saudita Bahri caricate di mezzi militari pesanti (artiglieria, carri armati, veicoli corazzati, blindati, elicotteri da combattimento, missili ecc.) e munizionamenti destinati all’Arabia Saudita, agli Emirati Arabi Uniti e/o ad altri paesi del Golfo Persico: quella è la rotta transatlantica-mediorientale che collega i principali porti militari degli Stati Uniti (come Norfolk o Baltimora) con quelli europei (Anversa, Amburgo, Le Havre, Bilbao) e col Medio Oriente, che passa da Genova (o da La Spezia) e da Alessandria d’Egitto fino al Golfo Persico.

Una seconda destinazione dei traffici d’arma dal porto di Genova è quella verso Israele. Riguarda principalmente navi portacontainer che trasportano munizioni, esplosivi, sistemi d’arma e componentistica per le IDF (le forze armate israeliane) e/o per le industrie militari israeliane. Sono navi della ZIM, la compagnia di bandiera israeliana.

Le rotte precisamente monitorate da The Weapon Watch partono dai porti del Tirreno e dell’Alto Adriatico. La rotta Feeder Tirrenica collega Marsiglia (Fos-sur-Mer), Genova, Livorno, Napoli (o Salerno) per poi dirigersi direttamente ai porti israeliani di Ashdod e Haifa. Ci sono anche altre compagnie marittime come Borchard Lines e, soprattutto, il colosso MSC, le cui navi effettuano scali periodici a Genova, Gioia Tauro, Venezia, Trieste e in altri porti mediterranei inseriti nelle rotte commerciali della “supply chain” dell’industria militare israeliana.

Un discorso specifico merita La Spezia, un hub industriale e portuale al centro del sistema militare europeo e del commercio di armamenti. Dal suo porto partono i sistemi navali, terrestri e missilistici prodotti da Fincantieri, Leonardo e MBDA e destinati a Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, cioè i maggiori importatori di sistemi d’arma italiani. Cannoni navali e munizionamenti viaggiano invece verso gli USA. Mentre i programmi militari congiunti – in campo navale con la Francia e, con la Germania, in campo terrestre – muovono costantemente armamenti sulle rotte di cabotaggio europeo o sui corridoi gomma/rotaia verso il centro e nord Europa.

Nel porto spezzino fanno scalo pure grandi portacontainer lungo la rotta trans-oceanica che parte dall’India e Singapore per distribuire materiali bellici semilavorati o finiti nei mercati europei e del Mediterraneo orientale, tra cui Israele.

Dal porto di Marina di Carrara – integrato con lo scalo spezzino – partono, quindi, gran parte degli esplosivi destinati alla RWM ITALIA (Rheinmetall) di Domusnovas in Sardegna, che li usa nella produzione di bombe pesanti d’aereo e di droni kamikaze: ordigni bellici, a loro volta, esportati dal porto e aeroporto di Cagliari. Le bombe vanno verso gli USA – in parte trasferite a Israele –, Ucraina e Arabia Saudita, mentre i droni kamikaze (realizzati in partnership con l’israeliana UVision) sono destinati all’Esercito Italiano ed esportati in altri otto paesi dell’Est Europa.

Il porto di Livorno, strettamente collegato alla base militare USA di Camp Darby, è, invece, lo snodo principale della logistica di guerra degli Stati Uniti nell’area mediterranea e medio-orientale. Dallo scalo passano materiali d’armamento, pezzi di ricambio, munizioni, parti di artiglieria, mezzi militari…

Anche il porto di Piombino è oggetto frequente di imbarchi e sbarchi di carri armati, veicoli blindati, esplosivi, carburante a uso militare, munizioni…, operati da navi “ro-ro” del Ministero della Difesa italiano, con destinazioni finali anche in Arabia Saudita, porto di Gedda.

Sulla rotta adriatica è fondamentale il porto di Venezia-Marghera, interessato dal passaggio di materiali d’armamento, parti di ricambio e munizioni attraverso le compagnie MSC, Borchard Lines, Grimaldi Lines con destinazioni verso Israele, Grecia, Turchia, Egitto.

Mentre il porto di Trieste, in un territorio formalmente de-militarizzato e neutrale, è spesso utilizzato per trasferimenti di armi e mezzi militari in ambito NATO. Come monitorato da The Weapon Watch, anche dai suoi moli sono partite spedizioni di armamenti verso Egitto, Israele e Turchia.

Infine, altri porti adriatici come Bari e Ancona, pur non essendo inseriti in rotte abituali di export e import di materiali d’armamento, sono stati al centro di cronache giudiziarie per il transito e il sequestro di carichi non autorizzati, come avvenuto a Ravenna con l’intervento della magistratura.

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– Perché la magistratura, di recente, è intervenuta a Ravenna?

Sono molti gli episodi che provano la violazione di leggi e di trattati riguardanti il commercio di materiali d’armamento nel porto di Ravenna. A partire dal primo, registrato nel maggio 2021, quando uno sciopero dichiarato dai portuali di Cgil-Cisl-Uil ebbe a bloccare il trasferimento di container con armi e munizioni dirette a Israele, durante uno dei tanti bombardamenti su Gaza, ben prima del 7 ottobre 2023.

Gli episodi più eclatanti, però, sono accaduti l’anno scorso. Nel febbraio 2025 sono stati scoperti e bloccati nel porto di Ravenna alcuni forgiati in acciaio diretti in Israele, senza che fossero stati dichiarati come materiali d’armamento, privi di autorizzazione all’export in base alla Legge 185/90. A scoprirlo è stato un rappresentante del Gruppo Grimaldi, l’operatore marittimo della nave in cui i container dovevano essere caricati, insospettito dal fatto che la merce aveva come destinatario la IMI Systems, un’importante azienda militare israeliana.

Dai controlli effettuati, il carico di 14 tonnellate è risultato composto da 807 pezzi metallici grezzi, tra cui cilindri, lamiere e manovelle della ditta Valforge di Lecco per un valore di oltre 250mila euro impiegabili per la produzione di cannoni per veicoli corazzati da combattimento. È, quindi, immediatamente scattato il sequestro dalle Dogane di Ravenna, convalidato dal Gip del tribunale romagnolo.

La Valforge, specializzata in fucina e stampa di articoli metallici, aveva commissionato la fabbricazione dei pezzi a due aziende di Varese, ma senza l’autorizzazione a esportare il materiale bellico e senza essere iscritta nel Registro nazionale delle imprese istituito presso il Ministero della Difesa. Per questo motivo la magistratura ha posto sotto inchiesta giudiziaria l’amministratore unico della società.

Nella sua ordinanza di conferma del sequestro, il Tribunale del riesame ha appurato che l’azienda lecchese ha effettuato nel 2024 altre quattro operazioni di esportazione di “altri fucinati” in favore dell’israeliana Ashot Ashkelon Industries (sussidiaria IMI Systems), attraverso gli uffici doganali di Bologna e di Milano.

Il porto di Ravenna – da snodo per il trasporto di prodotti agricoli e merci varie – si è trasformato, quindi, in un crocevia di armi e munizioni dirette a Israele: ciò è emerso con chiarezza a fine giugno, quando i lavoratori portuali hanno denunciato che alcuni container con l’etichetta “esplosivi” classe 1.4 (cioè munizioni), provenienti dalla Repubblica Ceca e prodotte dal gruppo CSG (che in Italia controlla il 100% della Fiocchi), sono stati caricati a bordo della “ZIM New Zealand”, partita con destinazione Haifa, ove è arrivata regolarmente il 4 luglio.

Nel mese di settembre, durante le settimane di mobilitazioni contro il transito di armi dal nostro paese verso Israele, al porto di Ravenna sono bloccati due container di munizioni. Anche queste munizioni prodotte dalla CSG, con provenienza dalla Repubblica Ceca, classificate come materiale esplosivo. I camion che trasportavano il carico sono stati respinti all’ingresso del terminal dove li attendeva una nave della ZIM diretta ad Haifa.

Un altro episodio è relativo al maggio del 2026, quando i lavoratori portuali di Ravenna hanno intercettato e contestato un carico di 20 tonnellate di materiale refrattario proveniente dall’Austria e destinato alla Hod Assaf Metals, un’acciaieria israeliana fornitrice dell’esercito (IDF).

– Quale contenzioso – promosso da attivisti – si è dunque aperto a Ravenna?

Nel gennaio scorso, la giornalista Linda Maggiori ha richiesto l’accesso generalizzato agli atti della Agenzia delle Dogane per ottenere dati aggregati sui materiali d’armamento in esportazione e transito dal porto di Ravenna e sulle loro destinazioni. L’Agenzia delle Dogane ha opposto un diniego per motivi di sicurezza nazionale e per l’uso.

Assistita dall’avvocato Andrea Maestri, la giornalista ha fatto ricorso al TAR dell’Emilia-Romagna che lo ha accolto almeno parzialmente, confermando l’obbligo dell’Agenzia di rendere noti i dati aggregati sull’export e sul transito dai porti di materiali d’armamento, ma non quello di indicare le destinazioni finali: una sentenza importante non solo per il porto di Ravenna, ma per tutta la rete portuale nazionale relativamente alla trasparenza dei traffici e al diritto all’informazione, precondizione per poter esercitare un controllo democratico sul commercio degli armamenti.

Ma la reazione dell’Agenzia delle Dogane di Ravenna è stata immediata: si è appellata al Consiglio di Stato affinché la sentenza fosse sospesa, nella prospettiva amministrativa di annullarla. Secondo la memoria depositata dall’Avvocatura di Stato a supporto dell’appello, la segretezza dei dati è necessaria in quanto il porto – civile e commerciale – di Ravenna avrebbe rilevanza militare, nel contesto di una «guerra mondiale a pezzi e ibrida di cui l’Italia è parte»: citazione testuale.

La motivazione addotta è, evidentemente, gravissima, considerato il fatto che il nostro Paese, attraverso il Parlamento, non ha mai né discusso, né tantomeno deliberato l’entrata in guerra dell’Italia e la sospensione dei fondamentali diritti democratici.

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– Secondo te, perché questa “uscita” dell’Avvocatura di Stato?

L’Avvocatura dello Stato dipende dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, anche se, nello svolgimento della sua attività legale e processuale, gode di piena autonomia. Non ho alcun elemento per affermare che sia stato il Governo a dettare la memoria difensiva dell’Avvocatura depositata al Tribunale amministrativo a difesa del diniego delle Dogane di Ravenna. Posso pensare, vista la natura del problema, che sia stata l’Avvocatura stessa a ispirarsi a dichiarazioni, valutazioni, documenti del Governo italiano e della UE.

Guido Crosetto sta, peraltro, caratterizzando la sua gestione sull’opacità e sulla restrizione della trasparenza: prima da presidente di AIAD – la Federazione confindustriale delle aziende dell’aerospazio, difesa e sicurezza – e poi come Ministro della Difesa.

Non dimentichiamo che la Legge 185/90 è sempre sotto attacco da parte del Governo con l’obiettivo di depotenziarla e di ridurre la trasparenza – ad esempio circa il ruolo delle Banche nel commercio delle armi –, e che l’Italia è tra i pochissimi paesi europei ad aver imposto il segreto di Stato, per ragioni di sicurezza nazionale e strategica ai pacchetti bellici, cioè alle quantità e ai modelli di armi inviate in Ucraina, anche col consenso dei partiti di opposizione che hanno ripetutamente votato a favore degli aiuti militari a Kiev.

– Com’è andata a finire?

Con la sentenza di pochi giorni fa – lo scorso 15 ottobre – il Consiglio di Stato ha, infine, emesso la sentenza che respinge l’appello dell’Agenzia delle Dogane di Ravenna, confermando il pronunciamento emesso a inizio luglio dal Tar dell’Emilia-Romagna, che aveva dato ragione al ricorso di Linda Maggiori.

Non nascondo di aver accolto la sentenza del Consiglio di Stato con una certa sorpresa e con tanta gioia. Per The Weapon Watch – che ha avuto il merito, insieme ai lavoratori portuali, di accendere i riflettori sul porto di Ravenna – questo risultato è una vittoria straordinaria. Come lo è, certamente, per Linda Maggiori e per l’avvocato Andrea Maestri per il coraggio e l’ostinazione con cui hanno portato avanti sul piano legale-amministrativo la lotta per la trasparenza; ma anche per l’Unione Sindacale di Base, per il Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna, per Boycott Divestment and Sanctions Italia e per i pochissimi parlamentari e le tante persone comuni che si sono messe in gioco a sostegno di questa lotta, intuendone la portata.

La trasparenza e il diritto all’informazione sono una questione su cui si misura la democrazia sostanziale di un paese, la tenuta del suo stato di diritto e il contrappeso tra poteri quale garanzia dell’effettiva libertà e del rispetto della pluralità degli interessi e delle opinioni.

Riteniamo particolarmente significativa una delle motivazioni con le quali il Consiglio di Stato ha respinto l’appello, smontando la tesi per cui, la conoscenza dei dati quantitativi sui transiti di armi nei porti metterebbe a rischio la sicurezza nazionale in quanto siamo già coinvolti in fatti di guerra non dichiarata: «Le motivazioni e gli argomenti opposti dall’amministrazione delle Dogane, anche per come integrati in sede difensiva, sotto questo profilo sono insufficienti, in quanto evocano interessi pubblici astratti e delineano generici pregiudizi che l’ostensione di un dato meramente numerico potrebbe arrecare, di cui tuttavia non viene chiarita la natura e non si dimostra la concretezza».

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– Per noi tutti, cittadini – cristiani o no – di questo Paese, cosa significa questa sentenza?

Cosa significa – per tutti – lo ha scritto splendidamente l’avvocato Andrea Maestri: «Una sentenza che ci dice che i cittadini non devono aver paura; anche adesso e proprio adesso che soffiano venti di guerra, ci sono spazi di partecipazione civica e democratica che devono essere riempiti con azioni coraggiose, per contrastare il buio minaccioso di questo tempo. Dedico questa vittoria ai miei figli e ai ragazzi e alle ragazze che hanno il coraggio di occupare le scuole, riempire le piazze, prendere la parola e manifestare, manifestarsi contro le ingiustizie, contro la chiusura e l’ostilità dei governi che ci stanno trascinando in un’economia di guerra. È una vittoria possibile grazie alla Costituzione e alla sua forza».

 Ecco, le basi su cui si fonda questo diritto di sapere in fatto di importazione, esportazione e transito di materiali d’armamento sono contenute in primo luogo nella nostra Carta Costituzionale, che, all’art. 11, afferma testualmente che «l’Italia ripudia la guerra».

In secondo luogo, la Legge 185/90, testualmente, vieta l’invio di armi a Paesi che commettono crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. È il caso dello Stato di Israele – ma non solo – più volte coinvolto come destinatario di armi, munizioni, esplosivi e/o materie prime e semilavorati utilizzati nella produzione bellica, che transitano nei porti italiani, tra cui Ravenna.

Non da ultimo, il Decreto Trasparenza nella Pubblica Amministrazione (D.Lgs. n. 33/2013) disciplina l’accessibilità totale ai documenti, ai dati e alle informazioni detenute dalle pubbliche amministrazioni. Tale decreto regola il diritto di accesso civico e l’accesso generalizzato (FOIA) a chiunque, senza necessità di motivare la richiesta: «uno strumento poderoso – come scritto sempre dall’avvocato Andrea Maestri – per consentire ai cittadini di informarsi e quindi formarsi un’opinione strutturata e consapevole sulle grandi questioni del nostro tempo, come la pace e la guerra, i diritti umani e il diritto internazionale, e partecipare alla vita democratica del Paese».

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