
Foto: Gunnar Ridderstrom su Unsplash
Giorgio Bozza ha preso spunto su queste pagine dalla lettera con cui il Presidente della Repubblica, promulgando il 15 ottobre la legge sulla giornata nazionale del riciclo della carta, ha chiesto alle Camere di contenere il numero dei «giorni dedicati». Bozza ha trasferito l’esortazione alla vita ecclesiale, dove le giornate tematiche si contendono le domeniche dell’anno. La sua diagnosi coglie un disagio diffuso tra parroci e animatori liturgici e tra un pubblico da sensibilizzare e un popolo convocato. A mio avviso l’articolo descrive bene il sintomo, ma presenta aspetti deboli che finiscono per difendere la domenica impoverendone il significato.
Un tempo solo
Il primo aspetto riguarda il tempo.
Bozza ragiona come se il calendario civile e quello ecclesiale scorressero su binari paralleli e chiede alla domenica di sottrarre l’uomo al tempo ordinario come se il tempo vissuto dalle persone non fosse uno solo. Basta pensare a una domenica ecologica in cui il blocco del traffico privato, un provvedimento civile, cambia materialmente la convocazione eucaristica e determina chi arriva in chiesa, come ci arriva o quale anziano resta a casa.
La storia della domenica cristiana è del resto intrecciata alla legge civile fin dall’editto con cui Costantino, nel 321, ne fece un giorno di riposo.
La sociologia del tempo ha mostrato che la stessa settimana è una costruzione sociale in cui piani religiosi e civili si sovrappongono e si modellano a vicenda. Distinguere la logica propria del tempo liturgico è necessario, isolarlo dal tempo civile è impossibile e la pastorale che ci prova finisce per parlare a fedeli che non esistono.
La domenica è più della Messa
Il secondo aspetto riguarda la Messa.
Bozza richiama la quadruplice qualificazione della domenica proposta dalla Dies Domini e ripresa da Leone XIV: giorno del Signore, della Chiesa, dell’uomo, giorno dei giorni. Poi però ragiona come se la domenica si esaurisse nella celebrazione eucaristica e quasi nella sola omelia.
Giovanni Paolo II dedica invece gli ultimi capitoli della lettera alla domenica come giorno della gioia, del riposo e della solidarietà, cioè a ciò che accade dopo il congedo, nelle famiglie, nelle relazioni, nella carità (nn. 55-73).
Ridotta alla Messa, la domenica perde proprio la dimensione di dies hominis che l’articolo dichiara di voler custodire. Le domeniche reali non si giocano soltanto tra le panche, ma anche nel tempo che segue ed è in quel tempo disteso che una giornata tematica può diventare formazione.
Il creato non è un tema esterno
La legge sul riciclo della carta, da cui tutto è partito, offre un caso esemplare.
Bozza colloca la custodia del creato tra i contenuti esterni alla natura della domenica. Eppure, il primo capitolo della Dies Domini legge il giorno del Signore come celebrazione dell’opera del Creatore, a partire dal racconto di Genesi e dal riposo di Dio sulla creazione (nn. 8-18).
Francesco ha esplicitato il nesso in Laudato si’, presentando la domenica, sulla scia del sabato ebraico, come giorno del risanamento delle relazioni dell’uomo con Dio, con sé stesso, con gli altri e con il mondo, e collegando l’Eucaristia alla dimensione cosmica della salvezza (nn. 236-237).
Il compito di coltivare e custodire il giardino (Gen 2,15) è la prima vocazione consegnata all’uomo e la stessa enciclica ha accolto la nozione di peccato contro la creazione formulata dal patriarca Bartolomeo. Una fede che non sa riconoscere nel gesto quotidiano dello spreco un’offesa al Creatore rimane una fede privata.
La domenica è precisamente il luogo in cui questa dimensione sociale della fede trova il suo fondamento sacramentale. Il Tempo del creato, dal 1° settembre al 4 ottobre, mostra peraltro che è possibile accogliere una causa nell’anno liturgico secondo quella logica della durata che Bozza stesso auspica.
Una radice più antica dell’economia dell’attenzione
Bozza interpreta la proliferazione delle giornate come effetto dell’economia dell’attenzione penetrata nella Chiesa. La genealogia suggerisce altro.
Le giornate ecclesiali nascono negli anni Venti del Novecento: la Giornata missionaria mondiale fu istituita sotto Pio XI nel 1926 e la giornata per l’Università Cattolica comparve pochi anni dopo la fondazione dell’ateneo nel 1921. Queste giornate appartengono al cattolicesimo dell’organizzazione e della mobilitazione, quello delle grandi associazioni e delle collette nazionali, molto prima che lo sguardo diventasse merce.
La diagnosi corretta chiama dunque in causa un modello di Chiesa che usa le proprie strutture per mobilitare i fedeli, assai più che una cultura mediatica esterna.
Da qui una distinzione che l’articolo non compie. Nel suo elenco convivono due famiglie di giornate. Alcune chiedono alla comunità di guardare fuori di sé: la pace, i poveri, il migrante, il creato. Altre sono collette a beneficio delle istituzioni ecclesiastiche: il sostentamento del clero, il seminario, l’università, la carità del Papa. Sono queste seconde a trasformare l’assemblea in platea di donatori ed è su di esse che la critica dovrebbe concentrarsi.
Una Chiesa in cui organizzazione e struttura sono subordinate al carisma e alla competenza effettivi non ha bisogno di chiedere dall’ambone il sostegno del proprio apparato come se fosse una causa al pari della pace.
Le giornate di missione e di comunione hanno invece un valore che l’articolo trascura: pregare insieme, nello stesso giorno, per la stessa intenzione rende visibile la comunione sincronica della Chiesa universale. La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ne è l’esempio più limpido.
Ogni cosa al suo posto
Il terzo argomento riguarda la liturgia stessa.
Bozza teme che le giornate occupino la celebrazione, ma la celebrazione possiede già un’architettura in cui ogni elemento di una giornata trova il suo luogo. L’omelia, che il Concilio considera parte della liturgia stessa e che Francesco ha descritto come dotata di un carattere quasi sacramentale, ha per materia la Parola proclamata. Sacrificarla a un tema estraneo al Lezionario è un abuso e qui Bozza ha ragione.
L’intenzione della giornata, però, ha la sua sede naturale nella preghiera universale, che il Concilio ha ripristinato perché il popolo presentasse a Dio le necessità della Chiesa, dei governanti, dei poveri e del mondo intero; la colletta ha il suo momento nella raccolta delle offerte durante la presentazione dei doni; l’informazione trova spazio nelle brevi comunicazioni previste in coda all’orazione dopo la comunione.
L’omelia accoglie il tema solo quando le letture del giorno lo illuminano. Il resto, il percorso formativo che la giornata dovrebbe soltanto avviare, si svolge nella domenica oltre la Messa e nelle settimane che seguono.
Una giornata nazionale, civile o ecclesiale, può così diventare un punto di partenza, a condizione che un percorso esista. Il problema denunciato da Bozza è reale quando la giornata si esaurisce nel manifesto affisso il sabato e rimosso il lunedì. La risposta adeguata è costruire la struttura formativa che le giornate presuppongono, più che ridurne il numero o espellerle dalla domenica.
La freccia
Bozza chiude con un’immagine della Dies Domini ripresa da Leone XIV: la domenica fende i tempi dell’uomo come una freccia orientata al ritorno di Cristo. L’immagine è giusta e proprio per questo smentisce l’allarme della sua conclusione. Una freccia attraversa il tempo, non se ne tiene al riparo, attraversa le domeniche ecologiche e le leggi sul riciclo, le giornate della pace e quelle del migrante, e le orienta.
Il Figlio dell’uomo, quando verrà, non troverà una domenica occupata dalla giornata di turno, perché la domenica non è una superficie che si possa occupare. Il pericolo è che al suo ritorno trovi comunità cristiane che hanno ridotto la domenica a un’ora di culto separata dalla vita, dimenticando che il giorno del Signore è anche, per sua natura, il giorno dell’uomo e del mondo che Dio ha affidato alla sua custodia.





