
La decisione della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) di predisporre delle schede sull’islam (presentate lo scorso 21 ottobre) – che ho capito essere formative e informative, infatti sono state redatte con l’ausilio di enti universitari pontifici, rivolte a chi insegna religione (cf. sito CEI) – ha destato allarme, direi sorpresa e rabbia in alcuni.
Eppure è stata presentata alla vigilia di una ricorrenza importante, il 27 ottobre 1986, cioè il giorno della preghiera di Assisi voluta da Giovanni Paolo II. Nel suo messaggio all’incontro di Sant’Egidio nel quarantesimo di quello storico evento, Leone XIV ha detto con grande semplicità e profondità: «Per noi credenti, “combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa”. Non c’è nessuna guerra santa: solo la pace è santa!».
Credo sia una indicazione decisiva. Ma l’epoca in cui viviamo è l’epoca del «con me o contro di me».
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Non sarò certo io a tentare di spiegare cosa sia l’islam, ma so che una cosa sono i testi sacri del cristianesimo, un’altra i papati medievali e un’altra ancora quelli post-conciliari. Innocenzo III e Leone XIV hanno espresso tempi diversi, hanno risposto a sfide, urgenze, priorità, cambiamenti.
Dunque non mi soffermerò su cosa dica il Corano di Gesù, definito «parola di verità», o sulla venerazione mariana. Non ripercorrerò la storia teologica islamica, la grande chiusura (il letteralismo) che intervenne dopo l’invasione dei Mongoli, e i contemporanei profondissimi mutamenti climatici che ridussero drasticamente tutti i raccolti in quelle terre, né mi cimenterò con l’urgenza di conoscere i testi, anche i loro «versetti problematici» ovviamente, o il contesto sociale a cui il profeta dell’islam si rivolgeva.
Non farò qui una lezioncina sui cristianesimi, sull’impressionante onda fondamentalista, integralista, sollevata da alcuni movimenti evangelicali che abbiamo visto in Brasile (contrastati soprattutto dalla chiesa cattolica), con la certezza che Dio ha un progetto per noi e chi non lo condivide è un nemico: questo progetto, ovviamente, è basato sul fatto che quella biblica è «parola di Dio» e quindi da applicare alla lettera.
È anche per questo che a mio avviso uno dei punti più interessanti e qualificanti del pontificato di Leone XIV sta nell’aver indicato come problema dell’oggi la polarizzazione. In occasione di un Angelus ha detto che «le polarizzazioni e il disprezzo delle diversità portano nel mondo distruzione, tristezza e aridità». E di qui, credo, i suoi toni. In questi trovo l’invito a considerare i tanti esempi che dal mondo ci dicono che il passaggio da Faith (fede) a Fight (combattimento, lotta) può diventare facile, semplice, scorrevole, diffuso.
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Eccoci dunque alle schede su altre fedi, presenti tra noi. È un tema quotidiano, su cui è da tempo che gli insegnanti di religione vengono formati. Credo sia coerente con lo spirito e i documenti conciliari, nei quali viene ripresa l’affermazione sui «semi di verità» (sia nella dichiarazione Nostra Aetate sia nel decreto Ad Gentes).
Più in generale, tutti sappiamo che già un padre della Chiesa, san Giustino, sosteneva che prima della venuta di Gesù Cristo il Logos avesse sparso «semi di verità» in tutta l’umanità. Di conseguenza, le intuizioni rette dei filosofi pagani (penso a Platone, in particolare, ma non solo) e gli elementi virtuosi delle altre culture non erano menzogne, ma una parziale partecipazione alla verità di Dio, che li aveva voluti come preparazione al Vangelo.
E, per tornare all’islam, subito dopo il trauma della conquista di Costantinopoli, uno dei nomi più illustri della storia di tutto l’umanesimo europeo, il cardinale Nicola Cusano (1401-1464), noto anche come Niccolò Cusano, avendo capito l’enorme rischio che quell’evento delineava, si chiuse in casa per scrivere un libro fondamentale, De Pace Fidei, illustrazione del suo motto episcopale: «Religio una in rituum varietate».
Esistono note affermazioni di analogo tenore e di analoga visione in tanti mistici e teologi islamici, ma le guerre, le vittorie e le sconfitte, hanno allontanato, ferito, e i pensieri teocratici e/o violenti islamici hanno inciso, è noto quanto. Alcuni nomi di rilievo storico, come al-Rumi e al-Hallaj, illustrano bene il primo campo, mentre quelli di al-Wahhab, Qutb e Khomeini possono essere scelti per il filone opposto. Se di questi ultimi molto si parla e si sa, vale ugualmente sapere che la frase più celebre attribuita al grande mistico islamico, Jalal al Rumi, è che «ci sono molte strade per raggiungere la vetta della montagna, ma la vista è sempre la stessa». E il grande islamologo cattolico Louis Massignon vide in al-Hallaj il ponte ideale tra cristianesimo e islam.
Piccoli esempi di ciò che è utile considerare.
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Siamo nel «tempo delle contrapposizioni», ha ragione Leone XIV («Non è il tempo delle contrapposizioni tra un tempio e l’altro, tra ‘noi’ e gli ‘altri’: gli adoratori che Dio cerca sono uomini e donne di pace», ha detto all’Angelus dello scorso 8 marzo, tracciando una lucida analisi del nostro tempo). In questo tempo le religioni possono essere conferma o controtendenza, comunque di enorme valore e incidenza. Qui non si può dimenticare quanto ha detto papa Francesco a Singapore, a conclusione del suo ultimo viaggio intercontinentale:
«Una delle cose che più mi ha colpito di voi giovani, di voi qui, è la capacità del dialogo interreligioso. E questo è molto importante, perché se voi incominciate a litigare: “La mia religione è più importante della tua…”, “La mia è quella vera, la tua non è vera…”. Dove porta tutto questo? Dove? Qualcuno risponda, dove? [qualcuno risponde: “La distruzione”]. È così. Tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio. Sono – faccio un paragone – come diverse lingue, diversi idiomi, per arrivare lì. Ma Dio è Dio per tutti. E poiché Dio è Dio per tutti, noi siamo tutti figli di Dio. “Ma il mio Dio è più importante del tuo!”. È vero questo? C’è un solo Dio, e noi, le nostre religioni sono lingue, cammini per arrivare a Dio. Qualcuno sikh, qualcuno musulmano, qualcuno indù, qualcuno cristiano, ma sono diversi cammini. Understood? Ma per il dialogo interreligioso fra i giovani ci vuole coraggio. Perché l’età giovanile è l’età del coraggio, ma tu puoi avere questo coraggio per fare cose che non ti aiuteranno. Invece puoi avere coraggio per andare avanti e per il dialogo».
In un libro di grande valore scientifico l’archeologa Josephine Quinn dice molto già con il titolo che ha scelto: Come il mondo ha fatto l’Occidente (How the World made the West, Bloomsbury Publishing, 2024), inopportunamente, a mio avviso, tradotto in italiano con il titolo Occidente (Feltrinelli, 2024). Nell’opera si legge:
«La società umana non è una foresta piena di alberi, con sottoculture che si diramano da singoli tronchi. È piuttosto come un’aiuola fiorita, che ha bisogno di essere impollinata regolarmente per poter ricrescere. Le culture locali distintive vanno e vengono, ma sono create e sostenute dall’interazione; e una volta stabilito il contatto, nessuna terra è un’isola».
Così torna in mente, con una valenza più forte di quella che aveva anni fa, la celebre frase del noto «ribelle» Hans Kung: «Non ci sarà pace tra le nazioni senza pace tra le religioni». Josephine Quinn ci dice che siamo fatti dal e siamo fatti per vivere insieme. La scelta della CEI − a me sembra − intende andare in questa direzione.





