Serbia: la lezione degli studenti sulla democrazia

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Serbia: una manifestazione degli studenti (foto AP/Lapresse)

La vittoria della lista degli studenti nelle recenti elezioni politiche in Serbia (cf. SettimanaNews) è sorprendente per i risultati e per il metodo. Con il 52% dei consensi, 140 seggi conquistati (su 250) e una partecipazione al voto sul filo del 70% degli aventi diritto, gli eletti indicati dagli studenti possono rovesciare l’onda autoritaria e autocratica del leader di governo e del suo partito, il filo-russo Aleksandar Vučić, che non è arrivato al 40%.

Del tutto inedito il percorso democratico avviatosi dopo la morte di 16 persone per il crollo di una pensilina alla stazione di Novi Sad (1° novembre 2024). La protesta studentesca si è allargata dalle università agli istituti scolastici del Paese, dai professionisti ai contadini, dai professori agli operai.

Con gli strumenti della democrazia assembleare e diretta, senza leader e senza un programma articolato, gli studenti hanno riempito le piazze, attraversato le città, coinvolte le minoranze etnico-religiose fino ad arrivare in bicicletta alla sede dell’Unione Europea. Una lezione di democrazia ancora da capire, ora alla prova di governo per una nazione (sei milioni e mezzo di abitanti) di ceppo slavo con la vocazione di ponte fra centro Europa e Balcani e fra Occidente e Russia (cf. SettimanaNews).

La protesta nata sul filo dell’indignazione e della denuncia della corruzione, in nome della trasparenza e dei valori costituzionali, ha travolto le norme restrittive, il controllo poliziesco, le irrisioni dei media (filo governativi), la disattenzione dell’opinione pubblica europea e l’egemonia politica di Vučić al potere dal 2014 ad oggi.

Una sconfitta per la Chiesa ortodossa?

La vicenda ha un risvolto negativo sulla Chiesa ortodossa serba la cui dirigenza si è appiattita sul governo, sugli interessi del patriarca di Mosca e del governo russo, sui finanziamenti e privilegi legati al suo ruolo di interprete della storia e dell’identità del popolo serbo.

Acritica interprete delle pulsioni nazionalistiche per impedire la dichiarazione onusiana per la memoria dei massacri etnici nel conflitto balcanico degli anni Novanta (24 maggio 2024), disposta a vidimare il sogno ricorrente della «grande Serbia» nella forma rinnovata del «mondo serbo» – elaborato in parallelo alla dottrina del «mondo russo», il cosiddetto Sabor (assemblea di stampo medioevale), convocato l’8 giugno 2024 con le minoranze serbe dei Paesi vicini – pronta a denunciare a Mosca, in un incontro dei patriarchi russo e serbo con Vladimir Putin, la rivoluzione antistatale degli studenti (aprile 2025), la Chiesa serba si trova oggi in grande difficoltà.

Eppure, gli studenti di teologia e alcuni dei professori hanno condiviso da subito la protesta, ma sono stati immediatamente minacciati di espulsione come il prof. Vukašin Milećeviċ e il teologo Vladan Perišiċ. Ammonita la comunità monastica di Visoki Dečani (Metochia – Kosovo), rimosso il vescovo Justin della diocesi di Žiča e ignorato il ripetuto appello a favore degli studenti del vescovo ortodosso Gregorio di Düsseldorf: tutti segnali ignorati a favore di una lettura unicamente negativa dell’azione degli studenti.

Il punto focale della distanza è nel già evocato incontro moscovita, nel colloquio a tre, fra il patriarca di Serbia, Porfirio (coadiuvato dal suo mentore e grande elettore, il vescovo Ireneo di Bačka), il patriarca di Mosca, Cirillo (assistito dal vescovo Antonio di Volokalamsk) e il presidente Vladimir Putin.

Quando Porfirio, sostenuto da Ireneo, qualifica la rivolta studentesca come «colorata» fa scattare nei suoi interlocutori la minaccia delle rivoluzioni «colorate» in Georgia e in Ucraina (e successivi interventi militari), e la denuncia verso la decadenza occidentale. Quando Cirillo commenta la posizione di ponte della Chiesa serba col mondo occidentale dice che da questo «si può ricevere probabilmente molte cose utili nell’ambito scientifico e culturale, ma cosa succede oggi con la morale umana, con la morale in Occidente – e lo dico a voce alta senza censura – essa è in una condizione diabolica» (cf. SettimanaNews).

Una lettura del tutto coerente con quella di Aleksandar Vučić, anche a commento dei risultati elettorali attribuiti a forze oscure straniere e occidentali. Tanto da indurre una denuncia della confessionalizzazione dello stato da parte di Vladimir Veljkovic: «Dall’elezione del patriarca Porfirio (2020) non c’è alcuna barriera fra il patriarca e il presidente Vuċić. Sono in totale simbiosi. Preferisco usare questo termine e non quello teologico di “sinfonia”, perché quest’ultimo suggerirebbe l’accettabilità dell’attuale situazione. Una simbiosi ulteriormente rafforzata dopo l’aggressione russa all’Ucraina. Assistiamo a un processo accelerato di de-secolarizzazione della Serbia, a una manipolazione dei sentimenti religiosi a fine politici» (cf. SettimanaNews).

Un progetto egemonico neo-ortodosso

L’irosa e stizzita reazione davanti a critiche alla Chiesa (non sempre condivisibili) e la costruzione di elementi culturali e simbolici testimoniano un progetto egemonico elaborato in particolare dal vescovo Ireneo di Bačka.

Nel luglio scorso il tribunale civile di Lubiana (Slovenia) ha condannato il patriarca per pretesi abusi di potere verso un prete ortodosso (Željko Lumbarda) della diocesi di cui era stato vescovo Porfirio. Furibonda la reazione del sinodo serbo che parla di «ennesima e insensata causa» e di «campagna mediatica diffamatoria» (10 luglio).

La grandissima devozione popolare alla reliquia mariana, la cintura della Vergine, giunta in pellegrinaggio nel giugno scorso dal monastero di Vatopedi (Athos) provoca in alcuni media liberali (i pochi rimasti) qualche domanda sul senso politico di una operazione per oscurare i cortei e le piazze degli studenti. Porfirio reagisce qualificandoli come «idioti».

Assai più impegnativo il vincolo con il potere politico nelle sovvenzioni all’enorme cattedrale dedicata a San Sava. Un accordo col governo del 28 giugno stabilisce che ai già erogati 88 milioni di euro ne vengano aggiunti altri 6,5. Così commenta Vučić: «Costruendo questa chiesa credo che abbiamo compiuto una grande opera per il nostro popolo e per la nostra santa Chiesa, senza la quale né il nostro popolo né il nostro stato potrebbero sopravvivere».

Sul versante culturale è soprattutto Ireneo di Bačka a farsi promotore di una università ortodossa, fuori dei vincoli del pluralismo a cui invece è tenuta quella laica (nella quale è presente anche la facoltà di teologia). L’8 maggio 2026 viene firmato un memorandum per la fondazione dell’Università San Sava, un’istituzione che «fungerebbe essenzialmente da alternativa all’istituzione di istruzione superiore più antica e prestigiosa della Serbia, l’Università di Belgrado» (così Mirjana Nikoliċ, rettrice dell’università delle arti e neo-deputata; cf. SettimanaNews).

La posizione personale del patriarca è più sfumata di quello che appare da queste note, come si può intuire dall’invito alla partecipazione al voto, reso pubblico il 25 ottobre, in cui il patriarca esorta al rispetto reciproco e all’accettazione dei processi democratici.

Basterà per evitare reazioni ostili alla Chiesa? È possibile, se viene contenuta la spinta più retriva e se si valorizza la dimensione religiosa presente negli studenti della protesta. In una recente inchiesta sulla loro religiosità, misurata su una scala da -2 a +2 sarebbe pari a 1,25, mostrando una disponibilità maggiore delle generazioni più adulte.

 

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