Il giudice e la macchina

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Richiamandosi all’enciclica di papa Leone XIV, il cardinale Parolin mette in guardia: affidare la giustizia a sistemi di IA opachi svuota il diritto di ogni responsabilità. Apparso nella rubrica Vatican Diary ospitata sul sito del progetto Global Catholic, 23 ottobre 2026 (originale inglese).

Nel 2016, la Corte suprema del Wisconsin confermò una condanna a sei anni di carcere, la cui entità era stata determinata, almeno in parte, sulla base di un punteggio di rischio elaborato da un software proprietario.

La difesa aveva chiesto di sapere come funzionasse l’algoritmo. La risposta fu che si trattava di un segreto commerciale. L’imputato si trovò così a dover accettare la pena senza poter contestare uno dei criteri che avevano contribuito a determinarla.

Martedì scorso, a Roma, il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha posto uno scenario di questo tipo al centro di un intervento pronunciato alla Pontificia Università Gregoriana, in occasione del 150° anniversario della Facoltà di Diritto canonico.

Il cardinale ha fatto riferimento al quinto capitolo di Magnifica humanitas, l’enciclica di papa Leone XIV dedicata all’intelligenza artificiale (IA).

Nel 1891, Leone XIII affrontò la rivoluzione industriale con la Rerum novarum; oggi il suo successore si confronta con la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Il documento si sta facendo strada in profondità negli ambienti ecclesiali e nei mondi della politica, dell’economia e della tecnologia, ovunque ci si interroghi sul futuro della nostra umanità.

L’argomentazione di Parolin era quella di un giurista. Una sentenza deve essere motivata: il giudice deve spiegare perché ha deciso in un determinato modo, e chi ne è penalizzato deve poter contestare le ragioni addotte.

Se si affida la decisione a un sistema predittivo, il ragionamento scompare; il diritto si riduce a una tecnica efficiente, svuotata della giustizia. L’enciclica definisce questo fenomeno una «cultura del potere».

Il secondo punto riguarda chi detiene tale potere.

Oggi, ha osservato Parolin, il potere tecnologico ha un volto prevalentemente privato: quello delle grandi imprese transnazionali, dotate di risorse superiori a quelle di molti governi.

Nel frattempo, gli strumenti di cui gli Stati si sono tradizionalmente serviti per contenere il potere – come la separazione dei poteri e lo Stato di diritto – intervengono troppo tardi. È questo l’aspetto più delicato di tutti: il rapporto tra tecnologia e potere.

E vale la pena osservare che è proprio la Chiesa a sollevare la questione, affrontandola in modo diretto e senza ambiguità.

Sistemi giuridici radicati in tradizioni molto diverse stanno cercando di rispondere a questa sfida.

L’Unione Europea classifica come «ad alto rischio» i sistemi di IA utilizzati nell’amministrazione della giustizia.

A marzo, Zhang Jun, presidente della Corte suprema del popolo cinese, ha dichiarato all’Assemblea nazionale del popolo che l’intelligenza artificiale deve rimanere uno strumento di supporto per i tribunali e che la responsabilità delle decisioni può ricadere soltanto sui giudici.

Affermare questo principio è importante. Farlo rispettare è più difficile, soprattutto quando un sistema che riassume informazioni e suggerisce soluzioni è già entrato, quasi senza che il giudice se ne accorga, nel suo lavoro quotidiano.

Ai giuristi e ai diplomatici presenti in aula, il cardinale ha proposto tre criteri ricavati dall’enciclica: disarmare le parole; guardare attraverso gli occhi delle vittime; coltivare un sano realismo, che non riduca la politica alla morale né la abbandoni alla violenza, ma operi attraverso istituzioni credibili e garanzie verificabili.

Parolin ha inoltre ricordato che Leone XIV ci invita ad andare oltre la teoria della «guerra giusta», perché le armi moderne producono effetti che nessuno è in grado di contenere.

In realtà, la giustizia viene decisa già nel momento in cui un algoritmo è progettato, molto prima che un caso arrivi in tribunale. Leone XIV ci chiede di «essere un corpo», di agire insieme, affinché chi domanderà perché sia stata pronunciata una sentenza possa ancora trovare qualcuno – un essere umano – disposto a rispondere.

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