Brasile: elezioni presidenziali

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Flávio Bolsonaro commenta a caldo l’esito del primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile.

Di ritorno dalla Francia, in aereo con i giornalisti, papa Leone XIV, riferendosi alla situazione politica in Germania, Ha affermato che “si assiste a una combinazione di questi punti di vista di estrema destra con un certo tipo di religione, che non solo secondo me, ma anche secondo quanto affermato dai leader della Chiesa cattolica e di quella protestante in Germania, non rappresenta un’autentica espressione del cristianesimo”.

Il riferimento, dunque, era la Germania, con la sua specificità attuale e storica. Ma l’imminente, primo, viaggio apostolico del Papa in Sudamerica, unito al dirompente esito del primo turno delle elezioni in Brasile di domenica scorsa, suggerisce che la Chiesa sia chiamata a “fare i conti”, cosa che effettivamente sta già accadendo, con l’ultradestra che, trainata da Donald Trump e dall’ispanico segretario di stato Marco Rubio, sta mietendo successi a ripetizione dall’altra parte dell’oceano: dopo l’Argentina di Javier Milei, è toccato, nel giro di poco più di un anno, a Ecuador, Bolivia, Cile, Honduras, Costa Rica, Perù e Colombia.

Fino, appunto, al Brasile, il “gigante latinoamericano”, ma anche il paese dove il rapporto tra politica e confessioni religiose è più complesso.

Un “altro” Bolsonaro verso la presidenza

La premessa serve, appunto, a inquadrare meglio quanto è successo domenica scorsa in Brasile, dove si votava per il primo turno delle presidenziali, ma anche per il rinnovo di Congresso e Senato, e per i governatori e le altre cariche pubbliche dei singoli Stati della Federazione.

Certo, come previsto, sarà il ballottaggio a decidere il presidente per i prossimi quattro anni. Non era, invece, previsto, l’ordine con il quale i due contendenti si presenteranno al secondo turno. Flávio Bolsonaro (PL), senatore e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, oggi detenuto e ineleggibile, ha contraddetto i sondaggi della vigilia posizionandosi in testa con il 47,03% dei voti validi (oltre 56,1 milioni di preferenze). Il presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva (PT), in cerca del suo quarto mandato, segue con il 45,16% (53,8 milioni di voti, oltre tre in meno rispetto al primo turno del 2022).

In apparenza, una situazione equilibrata. Di fatto, invece, per Lula si è trattato di un risultato deludente, ben sotto le aspettative della vigilia, difficilmente ribaltabile al ballottaggio del 25 ottobre. Eppure, il carisma del presidente uscente ha perfino limitato i danni, rispetto ai risultati ottenuti dai partiti e, nel caso della sinistra, dal Partito dei lavoratori, uscito ridimensionato a tutti i livelli. Diversi i ministri dell’attuale Governo che non sono stati eletti in Parlamento, mentre la destra avrà il controllo di Congresso e Senato.

Non solo. Parallelamente alla corsa presidenziale, il voto ha ridefinito la mappa dei Governi statali, con duelli risolti già al primo turno in 20 dei 27 Stati della Federazione, anche in questo caso con rotonde vittorie della destra nelle principali metropoli del Centro e del Sud (in particolare, a San Paolo e a Rio de Janeiro), lasciando al Partito dei lavoratori soltanto i tradizionali “feudi” del Nordest.

In pratica, la sinistra brasiliana, e per certi aspetti la sinistra dell’intero continente, ha fatto affidamento sull’ottantenne Lula – che, secondo gran parte degli osservatori, non aveva neppure governato male -, per evitare il disastro, mostrando una scarsa capacità di puntare su nomi nuovi, in particolare donne, giovani, leader dei movimenti popolari.

Il sociologo Borba: “La sinistra non ha capito il paese”

Il professor Francisco Borba, sociologo e docente alla Pontificia Università Cattolica di San Paolo, spiega così la disfatta della sinistra: “Io non sono di certo un elettore di Bolsonaro, ma come analista devo registrare ciò che succede, mentre all’interno della sinistra, e anche dentro a molti giornali, manca questa capacità di realismo. Quanto accade in Brasile è, certamente, frutto di una tendenza internazionale. In aggiunta, va però detto che qui la sinistra è stata, forse, la maggiore responsabile del cambiamento che c’è stato negli ultimi trent’anni, ma poi questo cambiamento non lo ha capito. Soprattutto, i poveri sono diventati classe media povera, e aspirano a scalare posizioni nella società, avendo successo con il proprio lavoro. Oggi queste persone si aspettano crescita economica e ascesa sociale, più dell’assistenza statale, più meritocrazia, lotta convinta contro la corruzione”.

Troppo pochi e poco visibili i risultati e la crescita economica ottenuti del Governo, agli occhi di questa fetta di elettorato.

Secondo il sociologo, inoltre, “in Brasile scontiamo un livello di istruzione formale relativamente basso, e la mancanza di tradizione politica. C’è una diffusa sfiducia nelle Istituzioni, manca un forte liberalismo, sia di destra che di sinistra. Il popolo brasiliano non riconosce le Istituzioni, ma le persone. Lo stesso Lula ha avuto una leadership di tipo populista, e questo comporta il fatto che ha messo davanti la sua persona, rispetto alla squadra”.

In soccorso di questa analisi, arrivano i recentissimi dati dell’osservatorio continentale Latinobarómetro, secondo i quali soltanto il 40 per cento dei brasiliani ha una preferenza per la democrazia come sistema di governo, uno degli indici più bassi del continente.

Bolsonaro e il suo “album di famiglia”

Naturalmente, questo non significa disconoscere i limiti di una destra estremista e populista, e i rischi per la tenuta democratica e per il rispetto dei diritti umani, come si è ampiamente visto nel mandato di Jair Bolsonaro, tra il 2018 e il 2022. L’ex presidente, apertamente accusato per una demenziale gestione della pandemia del Covid-19, e messo sotto processo dopo il fallito assalto ai palazzi delle istituzioni, per impedire l’insediamento di Lula, ha vinto anche da detenuto.

Non solo il figlio è favorito per diventare presidente del Brasile, ma anche gli altri membri della sua famiglia hanno riportato netti successi elettorali. Sono stati eletti in Parlamento Michelle Bolsonaro, moglie di Jair, al Senato, per il Distretto Federale; i figli Carlos Bolsonaro al Senato, per Santa Catarina, e Jair Renan Bolsonaro alla Camera, per Santa Catarina; Renato Bolsonaro, fratello di Jair, alla Camera per San Paolo.

La destra, oggi, nel Paese, è decisamente maggioritaria, e la parte più moderata della coalizione, si trova, in pratica, schiacciata sulle posizioni estreme dominanti. Un po’ quello che sta accadendo negli altri Paesi, con le discusse leadership di Javier Milei in Argentina, José Antonio Kast in Cile (il presidente, per alcuni aspetti nostalgico di Pinochet, ha eliminato qualsiasi cerimonia nell’anniversario del colpo di Stato del 1973), Keiko Fujimori (figlia del dittatore condannato per crimini contro l’umanità) in Perù, Daniel Noboa in Ecuador, Najib Bukele nell’El Salvador, Abelardo de la Espriella, ultimo arrivato nel gruppo, da poco presidente della Colombia, dove ha annunciato di voler chiudere qualsiasi dialogo di pace con i gruppi armati.

Facile prevedere che, se eletto, Flávio Bolsonaro concederà un’amnistia al padre, cercherà di svolgere un ruolo di catalizzatore dell’ultradestra in Sudamerica e cercherà un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, darà campo libero all’iniziativa dei grandi gruppi privati, creerà lo stesso clima intimidatorio, anche verso la Chiesa cattolica, che si era verificato nel corso del mandato di Jair Bolsonaro.

Il tentativo di “spaccare” la Chiesa

Certamente, dunque, la nuova situazione crea problemi anche dentro alle Chiese. E questo accade soprattutto in Brasile, dove è particolarmente forte, e spesso problematica, la convivenza tra Chiesa cattolica e comunità neo-evangeliche. “Da Bolsonaro arriva una proposta di potere per difendere quelli che sono definiti ‘valori cristiani’, ma per il cristiano il segno con cui si è presenti nel mondo è la carità, non la rabbia e il potere. Vedo un fanatismo che decenni fa, in forme diverse, prevaleva, invece, a sinistra, in certi eccessi della teologia della liberazione”, spiega il professor Borba.

Il sociologo sottolinea che la realtà è più complessa, rispetto a facili letture: “Spesso, si afferma che i neo-evangelici stanno con la destra, mentre la Chiesa cattolica, con le comunità protestanti tradizionali, sostengono la sinistra. In realtà, la spaccatura è trasversale, e investe soprattutto la Chiesa cattolica, che si trova a vivere al suo interno la polarizzazione politica”.

Quanto alla gerarchia, “in maggioranza i vescovi hanno delle posizioni moderate e non faziose, non sono di parte, ma, inevitabilmente, l’attuale destra viene vissuta come avversaria. La situazione, dentro le comunità, diventa difficile da gestire”.

Un episodio è rivelatore del clima che potrebbe crearsi tra Bolsonaro e la Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb), che pure, durante la campagna elettorale, ha mantenuto una posizione ufficiale di neutralità, cercando piuttosto di “illuminare le coscienze”, anche se consapevole dello squilibrio di forze in campo.

Flávio Bolsonaro, pochi giorni prima del voto, ha accusato “gente all’interno della Cnbb” di aver affermato che, se eletto, Bolsonaro avrebbe tolto a Nostra Signora di Aparecida il titolo di patrona del Brasile. Dichiarazioni, in tutta evidenza, arbitrarie, e che hanno provocato la secca smentita dell’episcopato. L’intento era chiaro: creare una spaccatura con i vescovi, accusandoli di tramare contro un candidato che, al contrario, proclama la sua adesione ai valori religiosi, e sbandiera i suoi legami con ambienti e movimenti religiosi. In poche parole, l’intento, non nuovo, è quello di spaccare le comunità e chiese cristiane.

Ancora quattro anni fa, nel momento del risicato successo di Lula su Bolsonaro, coordinando il gruppo di il gruppo di analisi congiunturale della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile, dom Francisco Lima Soares, vescovo di Carolina (Maranhão), in un colloquio con il sottoscritto, per l’agenzia Sir, aveva ben spiegato il “meccanismo” utilizzato dai bolsonaristi, accusati, niente meno, che di mettere in atto una vera e propria “necropolitica” (una politica che sfrutta la morte), di “utilizzare i social media per propagare fake news” e di “strumentalizzare la religione”.

Diceva il vescovo: “È stata soprattutto l’estrema destra a tentare di spaccare la Chiesa, a piegare la devozione popolare verso la propria forza politica”. Il vescovo accennava alle decine di aggressioni, minacce, contestazioni aperte, che hanno dovuto subire in tutto il paese sacerdoti e anche non pochi vescovi e cardinali, come dom Odilo Scherer di San Paolo e dom Leonardo Steiner di Manaus. Spesso, per citare i fatti meno gravi, “singoli fedeli si alzano e apertamente contestano il sacerdote che sta parlando”.

“Non si tratta, spiegava dom Lima, di giudicare un candidato o l’altro, ma di una propaganda oggettiva, fatta per strumentalizzare la religione, e di una strategia per dividere il Paese, anche geograficamente”. Fatti simili si sono ripetuti nelle ultime settimane, basti pensare alle reiterate accuse alla Cnbb di essere “di parte” e ai duri attacchi contro uno dei vescovi più impegnati in difesa dell’ambiente e contro l’estrattivismo illegale, dom Vicente de Paula Ferreira, vescovo di Livramento de Nossa Senhora.

Non saranno anni facili, in Brasile, per la Chiesa cattolica, e in particolare per la gerarchia, se, come tutto fa pensare, vincerà Bolsonaro: se i vescovi parleranno, i bolsonaristi avranno facile gioco nell’affermare che “ce l’hanno con loro”, se non lo faranno, saranno accusabili di “complicità”, o quanto meno, “eccesso di prudenza”. Risalta, in tale contesto, la difficoltà a far emergere, non solo in Brasile, ma, storicamente, in tutta l’America Latina, realtà associate e figure di laici impegnati, in grado di entrare nel “gioco” del dibattito pubblico.

Padre Bossi: “Scenari preoccupanti su diritti umani e politiche ambientali”

In questo contesto, c’è un ulteriore aspetto da tenere presente, evidenziato, sul sito di Nigrizia, da padre Dario Bossi, missionario comboniano, che per molti anni ha vissuto in Brasile, secondo il quale “lo scenario più preoccupante riguarda infine la garanzia dei diritti umani e il possibile smantellamento delle politiche socioambientali, come già avvenuto durante il governo di Jair Bolsonaro. Sarebbe particolarmente grave per le comunità indigene e afrodiscendenti, per la protezione dei biomi e per la lotta al disboscamento, proprio mentre il ministero dell’Ambiente guidato da Marina Silva, porta avanti una politica di contrasto alla crisi climatica”.

Anche in questo caso, un oggettivo punto di contrasto con la Chiesa brasiliana, negli ultimi anni particolarmente impegnata nella difesa dei diritti umani, dei popoli indigeni e delle loro terre, del creato e del bioma amazzonico, in particolare.

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