
«Stiamo sottovalutando la posta in gioco alle elezioni di midterm. Una sconfitta di Trump potrebbe aprire una crisi definitiva della democrazia i cui effetti arriverebbero ben oltre il confine degli Stati Uniti». Dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 1 novembre 2026
La nuova ondata di rabbia
I casi sono due: o siamo ormai talmente assuefatti allo smantellamento degli Stati Uniti d’America da non prestare nemmeno più attenzione a quel che succede, oppure stiamo sottovalutando ciò che ci potrebbe aspettare dietro l’angolo, nell’ormai prossimissimo futuro.
Stiamo parlando, ovviamente, delle elezioni di mid-term negli Stati Uniti. Tutti i sondaggi prevedono una catastrofe per Donald Trump e per il suo partito personale, quel Grand Old Party ormai talmente in là con gli anni da essere afflitto da demenza senile.
Veloce considerazione preliminare da mettere in un angolo della mente: i sondaggi sbagliano con sempre maggior frequenza; per di più, nel caso specifico, sono falsati tanto dai closet republicans – cioè quelli che non osano dire che, nonostante tutto, voteranno per il partito di Trump, come ai bei tempi della prima repubblica, quando «nessuno era democristiano» ma la DC vinceva sempre le elezioni – quanto dai wishful thinkers, cioè da quelli che vorrebbero, vorrebbero, fortissimamente vorrebbero.
Le loro speranze sono così possenti da ricordare la magica telecinesi di Uri Geller: come questi piegava le forchette con la sola forza del pensiero, così quelli riescono a spostare l’ago della bilancia – ma solo nei sondaggi, nei media e nei loro sogni.
Ma mettiamo che i sondaggi, questa volta, c’azzecchino. Si presentano allora i due casi di cui sopra: infatti, tutti sanno che, se perdesse, Donald Trump non accetterebbe il risultato delle elezioni.
Nonostante ciò, pochi si azzardano a calcolare le conseguenze della crisi istituzionale che potrebbe aprirsi. E le conseguenze che quella crisi avrebbe sul resto del pianeta.
Dal 1945 ad oggi, è sempre stato vero il detto secondo cui «quando gli Stati Uniti starnutiscono, il mondo prende il raffreddore»; continua ad essere vero anche oggi. E forse oggi ancora di più, alla luce della volontà dei dirigenti di Washington di sfruttare la persistente schiacciante superiorità finanziaria e militare del loro paese per nuocere agli altri, secondo la logica semplicistica – e sbagliatissima – della somma zero.
È difficile ignorare la profondità della crisi istituzionale americana, probabilmente giunta a un punto critico, forse – lo vedremo presto – a un punto di non ritorno.
Ma non è una buona ragione per considerare, fin d’ora, lo scontato rifiuto di Donald Trump e della sua amministrazione di accettare i risultati delle urne dopo il 3 novembre come una semplice tappa di quella crisi.
La battaglia per impedire il voto
Da mesi, ormai, Trump e i suoi fedelissimi si affannano a delegittimare le elezioni di mid-term, a escogitare modi sempre più vari e originali per impedire a una parte dei presunti elettori democratici di prendervi parte, per alterarne il risultato o addirittura per annullarle, in tutto o in parte.
Il fronte su cui si sono inizialmente impegnati con più pervicacia ha riguardato il voto per corrispondenza, uno strumento a cui tradizionalmente ricorrono più i democratici che i repubblicani. Il tentativo di abolirlo è fallito perché manifestamente incostituzionale: sono infatti i singoli Stati che decidono le modalità di voto sul loro territorio, mentre il governo federale – cioè Trump e i suoi – ha tentato di imporre una regolamentazione nazionale.
Per fermarlo, è stato necessario l’intervento di 34 tribunali distrettuali federali di cui 22 presieduti da giudici nominati da presidenti democratici e 12 da presidenti repubblicani (otto dei quali da Trump stesso).
Il Texas e il Tennessee, governati dai repubblicani, hanno comunque ristretto le regole per accedere al voto per posta; il Texas, segniamocelo, potrebbe anche passare ai democratici, secondo certi sondaggi.
Per la stessa ragione – prevaricazione delle istanze federali su quelle statali – è stato respinto il tentativo di creare un registro nazionale degli elettori, il cui scopo sarebbe stato di depennare dalle liste i presunti non-americani.
Dopo che diversi tribunali federali avevano bloccato anche questa iniziativa, la Corte suprema ne ha revocato le sentenze e autorizzato l’uso, da parte dell’amministrazione, di una controversa banca dati federale di informazioni sulla cittadinanza e su altri dati personali per identificare potenziali elettori fraudolenti.
Il carattere pretestuoso di tale operazione appare evidente non appena si scopre che i casi accertati di voto da parte di non cittadini sono statisticamente infinitesimali. Nel 2016, per esempio, i funzionari incaricati di supervisionare lo spoglio di 23,5 milioni di voti in 42 giurisdizioni hanno segnalato 30 casi sospetti di voto da parte di non cittadini, cioè lo 0,0001% dei voti espressi.
Non abbiamo dubbi che anche quello rimarrà un fronte di contestazione. A maggior ragione alla luce del successo di quell’espediente in India.
La locale Commissione elettorale – formalmente indipendente ma ormai infiltrata da fedelissimi del primo ministro Narendra Modi – ha radiato dalle liste 133,7 milioni di elettori, cioè il 15% circa del totale, perché defunti (anche se molti «defunti» hanno intentato ricorso, col pretesto di essere ancora in vita) o perché, appunto, non-indiani.
Per un singolare accidente della sorte, la maggior parte di quei morti e di quei non-indiani erano musulmani o dalit (fuori casta), due categorie nelle quali l’entusiasmo per il partito di Modi è particolarmente flebile. Se ha funzionato in India, ragionano alla Casa Bianca, perché mai non dovrebbe funzionare in America?
Fallita la possibilità di impedire agli elettori di votare per posta, Trump e i suoi hanno moltiplicato le illazioni secondo cui le macchine per il voto e i sistemi di conteggio sarebbero «estremamente vulnerabili ad attacchi informatici».
L’unica prova prodotta a supporto di questa tesi, però, è stata quella delle elezioni presidenziali venezuelane del luglio 2024 che avevano riportato Nicolás Maduro alla presidenza; in quel caso, però, erano state utilizzate macchine diverse, in un Paese, poi, i cui sistemi di verifica e di controllo erano meno solerti di quelli, seppur declinanti, degli Stati Uniti.
Kurt Olsen, un avvocato di Washington che per anni aveva sostenuto il carattere fraudolento dell’elezione di Joe Biden nel 2020, è stato incaricato dall’amministrazione Trump di dimostrare l’hackeraggio delle macchine per il voto da parte di «rivali politici» e perfino di «agenti stranieri» nel 2020.
Tuttavia, dopo quasi due anni di indagini, Olsen non è riuscito a produrre nessuna prova, e si è dimesso dall’incarico tre giorni dopo, il 29 settembre scorso.
La pressione sui seggi
Un’altra strada presa in considerazione è lo spiegamento massiccio di forze dell’ordine ai seggi elettorali. Il direttore dell’FBI Kash Patel ha prospettato la possibilità di inviare un numero di agenti federali doppio rispetto alle scorse elezioni.
Il ministro per la Sicurezza interna, Markwayne Mullin, ha dichiarato per parte sua che potrebbero essere schierati davanti ai seggi di tutto il paese gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), «non per pattugliare ma per far fronte a minacce specifiche», o nell’eventualità di «notificare un mandato a una persona che stiamo attivamente ricercando».
Considerando che, tra le persone «attivamente ricercate», solo le più stupide vanno a votare documenti alla mano; e considerando che, secondo lo stesso responsabile delle retate anti-immigrati, Tom Homan, l’ICE ha effettuato «arresti collaterali» di «molti» cittadini americani, le intenzioni di Mullin prendono il loro giusto senso. «Molti» cittadini americani dal cognome non adeguatamente inglese potrebbero sentirsi «attivamente ricercati» e disertare le urne per non rischiare di gettarsi nelle fauci del lupo.
A queste mobilitazioni paramilitari, si potrebbe aggiungere il migliaio di osservatori elettorali federali che prospetta di inviare il dipartimento di Giustizia, poco meno del doppio dei 590 schierati nel 2024.
Nel passato, gli osservatori avevano il compito di impedire discriminazioni; il 3 novembre, nelle parole della viceprocuratrice generale Harmeet Dhillon, lo scopo sarà di garantire che «nothing funky» (niente di strano) accada. Ovviamente, spetterà al solo dipartimento stabilire cosa sia «funky» (letteralmente: maleodorante) e cosa no.
Da ultimo, ma certamente non meno importante, a fine settembre Donald Trump non ha escluso di poter invocare lo stato di emergenza prima delle elezioni, considerandole «insicure»; aggiungendo che «a lot of people» lo incita a usare l’Insurrection Act, la legge del 1807 che autorizza il presidente a dispiegare l’esercito sul territorio americano per sedare disordini civili, insurrezioni e ribellioni – proprio ciò che gli era stato vanamente richiesto di fare il 6 gennaio 2021, al momento dell’assalto al Campidoglio (i cui responsabili sono stati tutti graziati dallo stesso Trump il giorno stesso del suo insediamento alla Casa Bianca, nel gennaio 2025).
Alcuni si sono spinti fino a ipotizzare che uno degli scopi delle purghe nell’esercito volute da Pete Hegseth fosse proprio di far fuori i generali che avrebbero potuto opporsi allo schieramento di truppe all’interno, come si erano opposti all’epoca del Black Lives Matter, sospendendo al tempo stesso sulla testa dei «sopravvissuti» alle purghe la spada di Damocle del licenziamento nel caso di rinnovata velleità di ostruzione.
Vero è che il nuovo capo dei capi di stato maggiore, il generale Dan Caine, ha smentito ogni possibile dispiegamento di truppe federali o della Guardia nazionale presso i seggi, o confisca di materiale elettorale. Ma sapendo che si tratta dello stesso generale che aveva «sconsigliato» l’attacco all’Iran, gli auspici non sono eccellenti.
Preparare la contestazione del risultato
Il bello – se così si può dire – è che, nella logica orwelliana di Donald Trump, tutto quanto riportato sopra avrebbe lo scopo di «garantire elezioni oneste».
Viene da pensare che, come tutti i mitomani, Trump creda davvero a quello che dice. A tutto quello che dice, compreso il suo contrario: alla fantastica convenzione repubblicana di settembre a Dallas ha infatti esortato i propri sostenitori a «cheat like hell» (imbrogliare come disperati) alle elezioni di novembre, che fossero «iscritti o meno» nelle liste elettorali.
Donald Trump gode di una profonda, genuina, naturale e istintiva vena orwelliana: quella del doublethink descritto in 1984: «Sostenere contemporaneamente due opinioni che si annullano a vicenda, sapendo che sono contraddittorie e credendo in entrambe». Che creda in entrambe, non sembrano esserci dubbi; che sappia che sono contraddittorie, invece sì.
E non finisce qui. Alla domanda se sia preoccupato per i sondaggi a lui sfavorevoli, il Nostro risponde: «Sono dati falsi. Oggi batterei chiunque di 20 punti. I dati che ha lei sono falsi. I sondaggisti sono corrotti».
A parte il sempre saggio monito di non parlare di corda in casa dell’impiccato – o, mutatis mutandis, di corrotti in casa di chi si è intascato 2,7 miliardi di dollari nel primo anno e mezzo di presidenza – a parte quello, si diceva, se i sondaggi sono falsi e corrotti, se il suo vantaggio su «chiunque» è di 20 punti, perché darsi tanto da fare per tentare di impedire il voto per posta, demonizzare le macchine elettorali, cercare di cancellare dalle liste centinaia di migliaia di elettori preventivamente fraudolenti, minacciare di mandare davanti ai seggi l’ICE, l’FBI e persino l’esercito, se non addirittura proclamare lo stato di emergenza?
Tutto questo, prima delle elezioni. Figurarsi dopo.
Un’anteprima l’abbiamo avuta il 22 ottobre, quando il presidente ha ordinato al dipartimento di Giustizia di aprire un procedimento preventivo per impedire la certificazione dei risultati delle elezioni senatoriali in Alaska, nel caso in cui il senatore repubblicano in carica dovesse perdere.
È un’anteprima perché la mancata certificazione o il blocco dei verbali vengono visti come tattiche per procrastinare l’inaugurazione del futuro Congresso, lasciando quindi più a lungo possibile tutto il potere nelle mani della sola presidenza, che continuerebbe a governare per decreto – come d’altronde ha fatto fino qui, firmando 292 executive orders dal 20 gennaio 2025 al 20 ottobre 2026, con una media di 166 all’anno (per ora) contro i 35 di Barack Obama e i 41 di Joe Biden.
La certificazione dei voti da parte delle commissioni elettorali locali (contee o distretti) dovrebbe essere – ed è sempre stata – un atto puramente formale, di conferma della regolarità delle procedure e dei conteggi.
Da quando Trump è nei paraggi, però, e soprattutto dopo il 2020, molti funzionari incaricati sono stati «invitati» – nello stile di don Vito Corleone, dietro minacce di denunce e di licenziamenti – a rifiutare la certificazione in caso di sconfitta della propria parte, invocando brogli e altre irregolarità.
Il dipartimento di Giustizia, e persino quello della Sicurezza interna – creato dopo l’11 settembre per combattere le minacce terroriste – hanno già lanciato indagini per sospette irregolarità sugli uffici elettorali di diversi Stati chiave, e intentato cause legali contro chi si è rifiutato di fornire al governo dati sensibili sugli elettori.
Questo potrebbe essere il rischio maggiore, meno clamoroso e meno oppugnabile dell’invio di truppe o dell’arresto di elettori in coda al seggio: una serie di ricorsi, richieste di ripetizione dei conteggi, denunce, sospetti di frode e/o di interferenza straniera (canadese, per la precisione), sequestri giudiziari delle urne e così via.
Si tratterebbe di fare quello che già Trump tentò nei giorni e nelle settimane successive alla sua sconfitta nel 2020, quando – oltre al celebre caso del segretario di Stato della Georgia, Brad Raffensperger, a cui fu esplicitamente e insistentemente chiesto di «trovare 11.780 voti», cioè quanti ne mancavano per rovesciare il risultato – furono esercitate pressioni sui deputati locali repubblicani in Michigan, Arizona e Pennsylvania affinché bloccassero i risultati. Con la differenza sostanziale che, allora, si trattò di iniziative goffe e improvvisate; oggi, potrebbero arrivare (e arriveranno) dopo anni di preparazione meticolosa.
Le prove generali in vista della «prima» del 3 novembre sono in corso. L’esito del secondo turno delle presidenziali brasiliane ha offerto a Trump l’occasione per definirle «terrible», «very strange» e, ovviamente «rigged» (truccate), senza naturalmente fornire alcuna prova.
Da par suo, il giovane Bolsonaro ha rinverdito le tradizioni familiari aggiungendo un paio di righe all’ormai abusata sceneggiatura. La rappresentazione vera, quella che conta veramente, andrà in scena il 3 novembre.
La prova dei contrappesi
Quella sera stessa, poi nei giorni successivi e, molto probabilmente, nelle settimane che seguiranno, si parrà la nobilitate di quel che resta dei checks and balances, i contrappesi istituzionali che, secondo la Costituzione americana, dovrebbero limitare e riequilibrare il potere presidenziale.
Anche in questo caso, gli auspici sono infausti. Nei due anni trascorsi, l’amministrazione ha fatto sostanzialmente ciò che ha voluto in materia di politica economica e di politica estera, incontrando soltanto lo sporadico contrappeso di qualche giudice federale e, soprattutto, di Wall Street e della Federal Reserve.
L’obiezione più istituzionalmente rilevante è venuta dalla Corte suprema a inizio d’anno, quando ha annullato i dazi del «Liberation Day».
Trump ha reagito prima insultando i giudici, poi annunciando un nuovo dazio globale del 10%, portato al 15% subito dopo, giusto per ripicca; nei mesi successivi, ha poi imposto ulteriori tariffe a 80 paesi, ricorrendo talvolta a disposizioni legislative talmente bislacche da mettere in conto inevitabili contestazioni legali che lui stesso ha promesso di trascinare per anni da un tribunale all’altro.
Tra le tante giustificazioni addotte per penalizzare l’economia altrui figurano le pratiche commerciali sleali, il dumping sociale e persino ambientale, e persino il fumo degli incendi boschivi canadesi, colpevoli di avvelenare l’aria degli Stati Uniti.
Non faremo qui l’elenco di tutte le misure adottate dall’amministrazione ai margini del quadro istituzionale (se non oltre), sul fronte interno come su quello esterno. L’enumerazione prenderebbe troppo spazio e, del resto, non direbbe nulla di nuovo a chi ha seguito il caos di cui sono preda gli Stati Uniti da due anni e il caos internazionale che ne è in gran parte derivato.
Una cosa è certa: al di là di qualche lodevole eccezione, i contrappesi istituzionali non hanno saputo – e in certi casi non hanno voluto – condizionare, rallentare e tanto meno impedire quelle misure. Nonostante che la prima vittima siano proprio gli Stati Uniti che, in questo modo, hanno ormai definitivamente compromesso la propria affidabilità e credibilità internazionale.
Chi può fermare Trump
Su quanto potrebbe succedere dopo il 3 novembre circolano diverse ipotesi. La più ottimista, pur dando per scontato che Trump non riconoscerà l’esito del voto, confida in una «soluzione Pence», cioè in uno scatto di lealtà istituzionale da parte dei repubblicani, come quello dell’allora vice-presidente Mike Pence che validò il voto presidenziale del 2020 in un Congresso messo sotto assedio dalle truppe cammellate di Trump il 6 gennaio 2021.
Le probabilità o meno di successo di questa ipotesi dipendono, in buona misura, dall’entità della prevedibile sconfitta. Se i democratici dovessero conquistare la maggioranza sia al Senato che alla Camera, nel campo dei perdenti potrebbero verificarsi due reazioni opposte: da un lato, Trump darebbe inevitabilmente libero sfogo alla sua vena coprolalica e, quel che più conta, vendicativa; dall’altro, però, molti dei suoi fedeli potrebbero perdere di colpo la fede e saltare dalla nave che affonda.
C’è persino chi prefigura, in questo caso, una sorta di notte dei lunghi coltelli all’interno dell’amministrazione, dove le acredini non sono mai mancate e potrebbero sfociare in una resa dei conti. Chi, nella cerchia più ristretta, aspirasse a succedere a Trump alla presidenza, sarebbe tentato di scaricare le colpe sul suo più prossimo rivale o anche di smarcarsi il più possibile dal presidente.
Cancellare il numero di telefono di Trump dalla propria agenda potrebbe diventare la nuova moda nel partito repubblicano, a qualsiasi livello di responsabilità.
Se, invece, la vittoria democratica non fosse così netta, l’ira funesta del presidente Trump – e i suoi danni – potrebbero essere più o meno contenuti dai fedelissimi disposti a far quadrato intorno a lui, guadagnando quindi un ruolo di suggeritori. Il processo elettorale sarebbe in ogni caso turbato da contestazioni, ritardi, ricorsi e minacce, ma non tali da compromettere definitivamente le speranze di sopravvivenza di quei fedelissimi.
I quali, d’altra parte, ne hanno già viste di cotte e di crude, e possono pensare che una magagna di più o di meno non sia che un’altra macchiolina sulla loro fedina politica – in un’epoca in cui, peraltro, le magagne si accavallano e si succedono. E in un’epoca in cui gli elettori, appena gli si butta davanti un pezzetto di speranziella anche avariata, abboccano subito, scrollandosi di dosso ogni residuo di scrupolo morale.
Riassumendo, in campo repubblicano, e al netto delle ambizioni personali (che comunque ci sono, e sono feroci), bisognerà tenere d’occhio:
- i «credenti», cioè coloro che sono saltati sul carrozzone Trump per realizzare la loro rivoluzione reazionaria, di restaurazione dell’America bianca e di rappresaglia contro «friends and foes alike» (amici e nemici) a livello internazionale. Questi saranno i partigiani della linea dura, e spingeranno per il rinvio delle certificazioni, la sospensione del Congresso, e magari la proclamazione dello stato d’assedio.
- i «pragmatici», cioè coloro che hanno le stesse finalità dei credenti ma sperano di realizzarle senza troppo trambusto, cioè, per dirla tutta, senza scatenare la guerra civile. Non per questo sono meno pericolosi dei primi, non tanto e non solo per i loro scopi quanto perché hanno tra loro idee molto diverse su come make America great again: dall’isolazionismo «emisferico», cioè continentale, fino al suo opposto – l’esibizione ovunque e comunque dei muscoli militari e finanziari, fintanto che ci saranno muscoli militari e finanziari da esibire. Finora, la fedeltà cieca e assoluta al capo ha tenuto insieme questa pasticciata complexio oppositorum; vedremo quel che ne sarà dopo le elezioni.
- gli «istituzionali», cioè coloro che non solo vogliono evitare la guerra civile, ma vorrebbero restaurare uno straccio di convivenza più sereno in modo da restituire al paese un consenso nazionale con il quale affrontare le tempeste del mondo. Se c’è, questo terzo gruppo, è restato ben al coperto in questi ultimi due anni, e il vento della psicologia sociale americana, comunque, non soffia in quella direzione. Ma una bella scossa elettorale potrebbe ridargli un po’ di coraggio.
Al di là del campo dei fedelissimi di Trump, occorrerà vedere come reagiranno:
- i democratici, anch’essi profondamente divisi su questioni essenziali, anzi: strategiche. Inizialmente, faranno fronte comune per rintuzzare qualunque manovra volta a procrastinare o annullare il risultato delle elezioni, ma finiranno presto per divorarsi gli uni gli altri nel tentativo di capitalizzare sui disastri dell’amministrazione Trump: chi puntando su un populismo da baraccone, chi su una rispettabilità tediosa e molle, inadatta ai tempi che corrono. Per tutti costoro, la campagna delle presidenziali del 2028 inizia il 5 novembre.
- gli Stati, che hanno interessi diversi, sempre più difficili da tenere insieme, ma che vedono come minaccia esistenziale il trasferimento di certe loro prerogative verso il centro.
Ricordiamo che la California, presa da sé, è la terza potenza economica del mondo, davanti al Giappone, il Texas l’ottava, davanti all’Italia, e lo Stato di New York la decima; quattordici Stati della federazione americana si trovano tra le prime trentacinque economie del mondo. Basta questo per capire quali e quanti interessi siano in gioco per ciascuno di essi.
- infine, i poteri dotati – de iure o de facto – di capacità di interdizione: la Corte suprema, l’esercito, l’intelligence, la FED, i grandi gruppi economici, i media, i tribunali federali, lo stesso parlamento. Di essi, come detto, si parrà la nobilitate.
Il caos americano riguarda tutti
Per chiudere, quello che ci interessa maggiormente: le relazioni internazionali, vale a dire il destino del mondo e di tutti noi, appeso al tenue filo delle elezioni americane. Il mondo intero è ostaggio del caos americano, dello smarrimento ormai definitivo di ogni bussola strategica a Washington.
Per decenni, gli Stati Uniti non hanno saputo, né voluto, fare i conti con il proprio declino relativo, finendo così per avviarlo verso un declino assoluto. Incapaci di formulare una diagnosi, hanno lasciato campo libero a una schiera di medici di paccottiglia, ciascuno pronto a prescrivere la propria improbabile cura.
Il paese che per ottant’anni ha tenuto le redini della politica internazionale non è più in grado di farlo, e il caos dilaga e degenera. Tra gli esperti, il dibattito oscilla ormai tra chi prevede anni, se non decenni, di disordini e conflitti localizzati ma sempre più interconnessi, e chi vede il rischio di una nuova guerra mondiale ormai alle porte.
Le elezioni del 3 novembre aggiungeranno elementi di valutazione a quel dibattito. Donald Trump ha adombrato a più riprese un possibile nuovo round della guerra contro l’Iran subito dopo il voto: forse per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle inevitabili magagne all’interno, forse per riacquistare un poco di popolarità grazie a quella che, in ogni caso, sarebbe presentata come una vittoria schiacciante.
O forse per completare il successo del suo amico Benyamin Netanyahu, pavimentandogli la strada verso un «forte governo di destra», magari insieme a qualcuno dei suoi attuali oppositori (che sono, appunto, quasi tutti di destra).
Ma è possibile anche l’opposto: che lo scontro interno agli Stati Uniti diventi talmente incontrollabile da «distrarre» il paese dagli affari internazionali. Sapendo che il disordine mondiale si intensifica in proporzione quasi diretta al disimpegno americano, non sarebbe neppure questa una buona notizia.
Che ne sarebbe delle centinaia di basi militari e delle migliaia di testate atomiche distribuite nel mondo se i loro detentori cominciassero ad accapigliarsi a casa loro? Che ne sarebbe degli investimenti americani che ancora sorreggono l’economia mondiale, o dei dollari, che ancora ne regolano la circolazione?
Di una cosa possiamo essere certi: un’eventuale sconfitta repubblicana, qualunque ne sia l’entità, alimenterà ulteriormente il caos negli Stati Uniti che, molto probabilmente, si ripercuoterà sul piano internazionale.
Per finire, torniamo al punto da cui siamo partiti. Con un piccolo emendamento: forse i casi non sono due, ma tre: il terzo è che io sia la solita Cassandra, che alla fine Trump si ammansisca, diventi educato e, come si dice, «vada tutto bene». Ai posteri (del dopo-3 novembre) l’ardua sentenza.





