
Foto LaPresse.
Le elezioni israeliane avrebbero dovuto rappresentare soprattutto una resa dei conti con Benjamin Netanyahu. Dopo anni di governo, guerre, tensioni interne e profonde divisioni, il voto sembrava offrire alle opposizioni l’occasione per provare a mettere fine alla sua leadership. Il risultato, tuttavia, ha restituito un quadro più complesso e, per certi versi, ancora più significativo.
A emergere con particolare forza è stato il risultato dei partiti arabi, espressione della componente palestinese della cittadinanza israeliana (oltre un quinto della popolazione totale). Un dato che sposta il significato politico della consultazione: non soltanto una sfida tra Netanyahu e i suoi avversari, ma una prova per la stessa società israeliana. La questione, infatti, non è più soltanto se Netanyahu possa essere sconfitto, ma se le forze che si oppongono al suo governo siano disposte a riconoscere pienamente il ruolo politico dei cittadini arabi e a considerarli interlocutori legittimi nella costruzione di una maggioranza.
È su questo nodo che si concentra la riflessione di Anna Foa, storica ebrea della diaspora e attenta osservatrice della realtà israeliana. Per Foa, il voto dei partiti arabi ha rappresentato un argine a Netanyahu, ma adesso la responsabilità passa alle opposizioni: se non saranno capaci di superare le preclusioni nei confronti di quei partiti, il risultato elettorale rischia di trasformarsi in una vittoria politica del premier. E, soprattutto, potrebbe segnare una svolta molto grave per il futuro della democrazia israeliana.
- Queste elezioni sembravano destinate a essere una resa dei conti con Netanyahu. Il risultato più significativo, però, è stato forse quello dei partiti arabi. Più che un referendum sul premier, il voto sembra porre a Israele una domanda sulla propria identità: chi è Israele e chi sono i suoi cittadini?
Sono assolutamente d’accordo. Il dato più eclatante è proprio la forte partecipazione e il voto ai partiti arabi. Penso tuttavia che, se questi partiti non entreranno a far parte, in un modo o nell’altro, della maggioranza, Netanyahu non potrà essere sconfitto, perché i numeri non ci sono.
Il risultato ha prodotto anche una situazione di stallo per le opposizioni. Ma, considerando i partiti arabi, i numeri sono 67 a 53: esiste quindi una maggioranza alternativa. Adesso bisogna vedere quanti partiti dell’opposizione saranno disposti a fare fronte comune con i partiti arabi, meglio chiamati palestinesi-arabi, e quanti, invece, rifiuteranno questa possibilità.
Se non accetteranno, Netanyahu finirà per vincere la partita, indipendentemente dal risultato elettorale. E forse Israele sarà davvero perduta. Non credo che un’esplosione di partecipazione politica come quella dei palestinesi israeliani possa ripetersi facilmente.
- Sul ruolo dei partiti palestinesi sono state espresse valutazioni diverse. C’è chi sostiene che hanno rappresentato un argine a Netanyahu, sottraendogli seggi decisivi; altri ritengono che il risultato possa diventare un ostacolo per le opposizioni, perché gli altri partiti non sono disposti ad allearsi con loro. Qual è la sua valutazione?
Hanno certamente avuto un ruolo di argine rispetto a Netanyahu. Sono partiti di opposizione che hanno votato contro Netanyahu e contro il suo schieramento. In un qualunque Paese che non fosse razzista e non fosse abituato a suddividere i partiti in base all’etnia, sarebbero semplicemente considerati parte dell’opposizione e avrebbero contribuito a formare una maggioranza.
Quel “67”, che comprende i 19 seggi dei partiti arabi e gli altri 48 dell’opposizione, non deve essere considerato come una somma di blocchi separati. Quei partiti fanno parte dello stesso fronte contrario a Netanyahu.
- Che cosa accadrebbe se una parte delle opposizioni continuasse a rifiutare qualsiasi accordo con i partiti arabi?
Se il blocco dell’opposizione, o una sua parte, continuerà a mantenere questa posizione, avremo chiaramente un Paese con una apartheid all’interno di Israele. Netanyahu vincerà comunque, perché, anche se si arrivasse a un governo di alternanza, per il momento toccherebbe ancora a lui.
Netanyahu non è affatto esaurito politicamente. Ha ancora la possibilità di provocare danni considerevoli e potrebbe anche provocare una guerra con l’Iran da qui a pochi giorni. L’alternativa, dunque, è questa: o un accordo con i partiti arabi, oppure una vittoria di Netanyahu nei fatti, anche se non nei numeri. Questa è la mia opinione.
***
- In questa fase Netanyahu potrebbe essere frenato anche da quello che accade negli Stati Uniti? Un eventuale indebolimento di Trump, alle prossime elezioni di medio termine, potrebbe avere conseguenze sulla sua politica?
Se Trump verrà indebolito e deciderà di non fare la guerra all’Iran, questo avrà certamente un’influenza su Netanyahu. Penso però che Netanyahu potrebbe anche decidere di farla da solo.
Ha un disperato bisogno di continuare la guerra e di distrarre la propria popolazione, i suoi sostenitori, ma anche gli oppositori. E una guerra rappresenta la più grande delle distrazioni.
Se Trump deciderà invece di arrivare a trattative serie con l’Iran, e se anche gli iraniani saranno disponibili, qualche spiraglio in questo senso mi sembra ci sia. Probabilmente Netanyahu sarà frenato. Resta da capire quanto e quanto questo potrà influire sulle trattative per la formazione del governo.
Vorrei però sottolineare un aspetto importante: il lavoro della Knesset è, almeno in parte, autonomo rispetto alle trattative per la formazione del governo. La nuova Knesset potrebbe deliberare alcune cose anche prima che si arrivi a un nuovo esecutivo.
- Per esempio?
Per esempio, potrebbe istituire una commissione d’inchiesta indipendente su quanto è accaduto il 7 ottobre, che Netanyahu ha sempre cercato di impedire. Oppure potrebbe deliberare una limitazione degli insediamenti in Cisgiordania.
Su questioni di questo tipo, i numeri dei partiti arabi potrebbero unirsi senza problemi a quelli degli altri partiti di opposizione. La Knesset potrebbe quindi andare avanti autonomamente, almeno su alcuni provvedimenti, mentre si attende la formazione del governo.
- C’è un elemento che in Italia forse è passato quasi inosservato: nei giorni precedenti alle elezioni i partiti arabi erano stati addirittura esclusi dalla competizione elettorale, per poi essere riammessi grazie all’intervento della Corte Suprema. Nella circostanza non si è vista una particolare mobilitazione delle altre forze politiche in loro difesa.
Certamente. Ma è qualcosa che succede ogni volta che ci sono le elezioni: il governo Netanyahu cerca di limitare la partecipazione dei partiti arabi. Anche questa volta la Corte Suprema è intervenuta giustamente, consentendo loro di partecipare.
Il problema ora è diverso da quello che si sarebbe posto se i partiti arabi avessero ottenuto la metà dei seggi o comunque non avessero avuto un peso così importante nel conteggio complessivo. Ora tutti devono rivedere la propria posizione oppure accettare di lasciare spazio a Netanyahu.
***
- Non c’è quindi il rischio che in futuro si tenti di escludere definitivamente questi partiti dalla competizione elettorale?
Un governo che fosse libero di fare quello che vuole potrebbe certamente cercare di impedirne la partecipazione. Ci sta già provando in tutti i modi.
Questa volta lo ha fatto accusando i partiti arabi di essere contro Israele e di volere la distruzione di Israele. Esiste inoltre una legge del 2018 – espressione del suprematismo ebraico – che prevede la possibilità di escludere dalla competizione elettorale chiunque venga considerato una minaccia per l’esistenza dello Stato di Israele. Anche una semplice interpretazione di questo principio può diventare uno strumento di esclusione.
- Tornando al risultato generale, i sondaggi prima del voto sembravano indicare almeno una possibilità di maggioranza per le opposizioni. Invece il Likud è rimasto il primo partito e Netanyahu non è stato sconfitto. Come legge questo dato di fatto?
Bisogna considerare che il Likud ha comunque perso molti seggi. Inoltre, Shas, il partito religioso sefardita, è quasi scomparso e i suoi voti sono in parte confluiti nel Likud. C’è stato quindi anche un travaso interno allo schieramento.
Il Likud è rimasto il primo partito, ma in una posizione molto meno forte rispetto al passato. Anch’io, come lei, seguivo le previsioni e devo dire che mi aspettavo una leggera maggioranza del blocco dell’opposizione. Questa maggioranza, però, non c’è stata.





