La ferita e il mondo

ingranaggio

«Che cosa fare del male che mi accade?» è la domanda che completa il titolo del ritiro di riflessione e meditazione tenuto dal 27 al 29 agosto presso il Centro di spiritualità San Giovanni Gualberto a Passignano-Barberino Tavarnelle (FI), con Gabriele Goria, Vito Mancuso e Armando Buonaiuto che ha curato il programma.

L’urto del reale

«Che cosa fare del male che ci accade?», si chiede Vito Mancuso iniziando la sua riflessione. È un urto che scompagina la nostra vita, ne ostacola il fluire e ci “inchioda al suolo”. Vorremmo poterlo controllare, ma rispetto agli accadimenti il nostro potere viene meno.

La ferita cambia il nostro sguardo sulla vita perché in noi sussiste «l’invincibile attesa di ricevere il bene» (S. Weil, La persona e il sacro, 1943) ed è per questa aspirazione che le ferite ci colpiscono.

«Cosa fare allora per arginarle?». Tutto sta in noi: nella nostra capacità di utilizzare le energie fisiche, psichiche e spirituali, insieme alla bellezza del contesto, come quello – ad esempio – dell’abbazia benedettina, ricca di storia, cultura e spiritualità, che ospita il convegno.

«Se siamo fatti per la salute» – come dice S. Weil – e il benessere è la nostra aspirazione, solo in quella che Hegel chiamava la “domenica della vita” lo spirito, elevato «al di sopra degli affanni quotidiani e purificato dal finito», può ritrovare sé stesso «nella contemplazione della verità». Sollevando dunque lo sguardo «dalla terra al cielo» si diventa consapevoli della nostra eternità e capaci di usarla come balsamo sulle ferite.

Tuttavia il reale non è da considerare come esterno e lontano da noi, anche se ci urta. Siamo fatti di realtà, per composizione fisica, linguaggio, cultura. Di fronte alla realtà proviamo la stessa meraviglia provata da Teeteto di fronte ai problemi della conoscenza, da cui è nata la filosofia.

Non la colpa, quindi, il dolore e la sofferenza sono i motori dell’esperienza spirituale, ma la meraviglia e la gratitudine insieme, perché il mondo che ferisce è anche quello che genera. «Camminare accorgendosi della realtà sotto i nostri piedi»dice Thích Nhất Hạnhè meraviglioso perché «ogni passo vissuto nel presente guarisce in quanto ci fa comprendere che l’esistenza è prodigiosa».

Il mondo però ci urta e l’urto fa male proprio perché a ferirci è ciò che ci nutre e che continua a nutrirci. Più abbiamo a che fare con la realtà, più essa ha la possibilità di farci del bene o del male. Tuttavia, se è vero – come dice S. Weil – che «noi siamo il nostro corpo» in quanto è attraverso di esso che facciamo esperienza del reale, esiste qualcosa di più sacro che, in una sorta di dissociazione fra corpo e noi stessi, lo specchio non riflette.

Quando il corpo ci tradisce, sulla base dei nostri parametri di giustizia, facciamo sorgere la domanda: perché? Ma il mondo spesso è diverso da come dovrebbe essere e non sempre – ci ricorda Kant – alla giustizia corrisponde la felicità e alla logica la razionalità. Di qui la protesta, per rivendicare un ideale al quale ci sentiamo di appartenere, un mondo di bene che consideriamo come nostra patria. Allora forse il dolore è la risposta al perché questo ideale sia venuto meno.

«Sono figlia della terra e del cielo stellato. La mia vera patria è il cielo», recitano le parole incise sulle lamine d’oro orfiche, rinvenute nelle tombe degli iniziati, che l’anima rivolge a se stessa. La terra dunque non soddisfa del tutto il nostro anelito al bene; lo suscita ed alimenta, ma non lo realizza pienamente. Altrove, forse, – come dice la preghiera del Padre nostro – questa pienezza va cercata.

«Ci si può fidare, allora, di questa vita?». «In che misura il bene e il male se la spartiscono?».

Cinque sono i modi di intendere la vita. Il primo pensa che essa sia per la gran parte buona; il secondo che il bene e il male siano distribuiti in eguale misura; il terzo che la maggior parte della vita sia male con qualche sprazzo di bene; il quarto che tutta la vita sia veleno; il quinto che tutto sia bene e che il male esista perché il metro di valutazione è inadeguato. Ciascuno di questi modi ha i suoi sostenitori più o meno noti.

È chiaro tuttavia che non esiste un modo più vero dell’altro: l’urto del reale è un’esperienza autentica e come tale ci accompagna nel nostro cammino.

Nella frattura

In interiore homine habitat veritas: la verità è negli abissi dell’interiorità – dice Agostino. In questa ricerca sta la domenica della vita.

Allo stesso modo, Seneca ricorda a Lucilio che Dio abita dentro di lui. Nel cuore dell’uomo c’è dunque la sintesi di tutto ciò che riguarda l’umano. Occorre arrivare in questo abisso, dove corpo, anima e spirito trovano l’armonia. E questo è possibile se una mente, resa sottile dalla pratica meditativa, dalle divagazioni sul finito sa recuperare l’attenzione sull’io e in questa indagine del profondo fa esperienza della trascendenza così da operare – quasi agisse lo Spirito Santo – per la giustizia e per l’ordine.

È, dunque, a ciò che è custodito nel nostro cuore che dobbiamo fare appello quando l’urto del reale sconvolge a tal punto le nostre esistenze da aggiungere sofferenza al dolore, per evitare che ad un colpo esterno ne succeda uno ancora più minaccioso, proprio perché sale da dentro. Già Buddha, nel suo discorso del Sallatha Sutta, presagiva il pericolo della doppia freccia, quando alle sensazioni dolorose provocate dagli eventi esterni si sommavano le reazioni emotive e psicologiche ad essi.

La pratica meditativa diventa allora fondamentale per imparare a guardare il dolore con equanimità, affinché esso continui a mantenersi esterno e non invada l’interiorità.

Aristotele parlava della necessità di arginare la sofferenza cercando un equilibrio – il mesotes, una sorta di sentiero medianoche, frapponendosi con coraggio fra la temerarietà che nega la sofferenza e la vigliaccheria che invece la ingigantisce, aiuti a capire che essere stati colpiti non significa identificarsi con la ferita. Vi è poi un tempo opportuno – kairos – per capire che ciò che prima feriva è ciò che ci ha guarito: il pharmakon evocato in Patmos, l’inno in cui Hölderlin invita a credere che «dove è il pericolo, cresce anche ciò che salva».

Per tracciare però dentro di noi questo sentiero, occorrono disciplina e discepolato; solo così si potrà imparare che non siamo un ferito: siamo stati colpiti ma non siamo fatti per esserlo. Siamo fatti per la guarigione, per il piacere – quello epicureo – che è armonia; per quel giardino – képos – nel quale, vivendo in semplicità, diventiamo l’uno il balsamo dell’altro.

La vita nonostante

 «Qual è il principio del mondo, della vita, la sua legge costituzionale?» continua Mancuso. Alla maniera di Faust, che nel suo studio cerca la parola per tradurre in tedesco l’incipit del Vangelo di Giovanni, il teologo afferma che «in principio» c’è la relazione. Più c’è relazione fra le componenti della vita, più c’è armonia. In questa armonia relazionale trova spazio “la vita nonostante.

L’urto è immeritato; per questo toglie energia, inficia la fiducia e allora la vita diventa “nonostante” contrapposta alla “vita perché?” Una domanda che sarebbe legittima se gli eventi fossero logicamente concatenati e alle azioni di bene corrispondessero riscontri di bene; ma l’urto spezza questa catena, il passato diventa un buco nero entro cui la vita viene risucchiata. Allora, nonostante quello che è avvenuto, la mia vita va avanti. Non si identifica con il buco nero e il “nonostante” diventa tanto potente da spezzare il “perché?”. Il male rimane inspiegabile, ma non è tale da azzerarmi.

A fronte di eventi fatali, davanti ai quali si può pensare che nulla avvenga a caso o che tutto avvenga a caso, il senso da dare alla vita non prescinde da me e dal mio consenso. Il senso è la strada che si sceglie e lo si costruisce sulla base della relazione che, liberamente e in modo armonioso, si costruisce fra sé e sé, tra il corpo e la psiche, fra noi e gli altri.

Nella fiducia in una vita dotata di senso, perché fondata sulla relazione, trova spazio la vita. Nonostante quella ferita che l’ha scompaginata, si origina quell’unica via che, scartando l’isolamento o la vendetta come risposta al male, sceglie di interromperne la catena come garanzia di salute e di salvezza, concetto che ben esplicita Teilhard de Chardin nel passo tratto da La mia fede:

«Se a seguito di un capovolgimento interiore, io dovessi perdere la mia fede in Cristo, la mia fede in un Dio personale, la mia fede nello Spirito, mi sembra che continuerei a credere nel Mondo. La prima e l’ultima cosa in cui credo, l’unica cosa di cui, analizzando le mie convinzioni più profonde, io sia assolutamente certo, è che il Mondo è in cammino, che il Mondo è un’evoluzione, e che questa evoluzione è orientata verso il meglio».

La salvezza e il naufragio

«Salvarsi o dannarsi?». Di fronte al male accaduto questo è il bivio che ci si para davanti. Occorre scegliere, così come fanno Achab e Ismaele, il protagonista e il narratore del romanzo Moby Dick. La salvezza e la dannazione – dice A. Buonaiuto iniziando il suo intervento – dipendono dal modo in cui si guarda l’abisso o l’abisso ci guarda.

Ismaele soffre, è depresso, ma il suo dolore rimane aperto alla relazione; in questo sta la sua salvezza. Achab, invece, è dannato non perché soffra e muoia, ma perché la sofferenza è l’unica lente attraverso la quale guarda il male. Quando il dolore lo “rimpicciolisce”, Ismaele cerca la vastità del mare: nell’avventura si riaccende una vita che, diversamente, sarebbe divorata dalla malinconia.

«Qualche anno fa – non importa esattamente quanto – avendo poco o nessun denaro in tasca e nulla di particolare che mi interessasse a terra, pensai di navigare un po’ e vedere la parte acquea del mondo. È un mio modo di cacciare la malinconia e regolare la circolazione… Quando m’ accorgo che mi si sta formando una piega arcigna intorno alla bocca, quando nel mio animo v’è un umido e piovigginoso novembre… e specialmente quando l’ipocondria prende un tale sopravvento su di me, ch’io debba ricorrere a un forte principio morale per impedirmi di… far volar via dalla testa della gente il cappello… allora giudico che sia gran tempo di andare per mare quanto più presto possibile. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola».

Il mare infido si fa luogo della ricerca di una diversa realtà; il luogo della libertà. La sua eccedenza fa sì che il male non coincida con lui. In questo percorso salvifico c’è l’incontro con il gigante polinesiano Queequeg, dalla cui relazione fraterna germoglierà la salvezza al momento del naufragio. Sarà infatti proprio alla bara-boa che Queequeg, mortalmente ammalato, si era fatto costruire per accogliere il suo corpo, a cui Ismaele si aggrapperà in attesa di essere soccorso dalla nave Rachele.

Achab è diverso, a partire da quei “brividi presaghi” che percorrono il narratore al suo apparirgli.

«… sembrava come un uomo strappato al rogo, quando il fuoco ha invaso e devastato tutte le membra senza consumarle o senza portare via una singola particella della loro consolidata e stagionata robustezza. L’intera sua alta e larga forma sembrava fatta di solido bronzo e plasmata in uno stampo inalterabile come il Perseo fuso da Cellini… Restai così impressionato da tutta l’aria torva di Achab e da quello sfregio livido che lo rigava, che quasi non notai, dapprima, come quella sua aria losca e insopportabile fosse dovuta in gran parte a quella barbara gamba bianca sulla quale si appoggiava a metà. Avevo già saputo che quest’arto d’avorio glielo avevano costruito in mare dall’osso levigato di una mascella di capodoglio».

La mutilazione in Achab si fa male metafisico: in lui il dolore è una miscela in cui «corpo e anima sanguinano l’uno nell’altra». Depositario del male che risale alla notte dei tempi, Achab si sente investito del compito di mettere fine alla sua funesta sequenza, così l’uccisione della balena che l’ha mutilato assume il valore di una vendetta cosmica. A questo fine egli sacrifica la sua esistenza, nell’instancabile inseguimento di quel “visibile” in cui crede incarnato il male. Ma nel “visibile” non sa cogliere l’“invisibile”, quella grazia che anche nel dolore si apre come dono; quanto, invece, accade a Ismaele al quale, in mezzo al naufragio, in un’eccedenza di bene, va incontro la bara- boa di Queequeg come offerta di salvezza.

La salvezza di Ismaele e la nostra stanno nell’aprirsi al mondo e nel fare in modo che il male non sia il nostro unico sguardo.

La meditazione

Le esperienze del silenzio, vissute attraverso le meditazioni guidate da Gabriele Goria, hanno intervallato le riflessioni. L’antica ginnastica posturale Pa Tuan Chin e le pratiche meditative della tradizione buddhista – Anapana (concentrazione sul respiro), Vipassana (osservazione equanime), Metta-Bhavana (gentilezza amorevole) – hanno guidato i partecipanti del Convegno ad imparare a “stare” anche quando il mondo sembra non corrispondere più.

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