
Foto Vatican Media.
Nell’ultima delle 8 catechesi dedicate alla Costituzione conciliare Sacrosanctum concilium, papa Leone ha esposto con grande linearità le ragioni che hanno portato i Padri Conciliari a promuovere una riforma liturgica.
I punti qualificanti del suo discorso possono essere qui brevemente considerati, se messi in relazione con la pretesa di una parte della Curia romana, che vorrebbe equiparare i riti vaticani con i riti tridentini.
Si parte dalle parole di Giovanni Battista Montini, nella sua III lettera dal Concilio, nell’ottobre del 1962, pochi giorni dopo l’inizio della assise ecumenica. Vi si ricorda l’intento di far uscire il popolo di Dio da una condizione di passività: “La loro materiale presenza non può accordarsi con la loro spirituale assenza”. Il compito della riforma riguarda precisamente il superamento di questa “assenza spirituale” riservata al popolo da parte del VO.
Rispetto a questa lettura “anticipata”, il testo di SC 48 brilla, secondo papa Leone, per una giustificata centralità. Ne sottolineo i punti decisivi: “La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene mediante i riti e le preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino a offrire sé stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro”.
In questo testo è evidente che si delinea una “rinnovata consapevolezza del valore della liturgia”. La mediazione dei “riti e preghiere” appare capace di dare alla Chiesa una nuova “intelligenza del mistero”. Perciò, “poiché i gesti, le parole della sacra liturgia sono decisivi per realizzare questa esperienza, la partecipazione dei fedeli non può essere passiva”.
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Di qui discende l’esigenza di una riforma dell’ordinamento celebrativo sia in rapporto ai testi proclamati, sia in rapporto alle sequenze rituali. La revisione dei testi liturgici diventa la condizione per accedere a questa esperienza piena. E’ evidente, anche in questo caso, che la preparazione dei nuovi ordines aveva lo scopo di sostituire integralmente i riti precedenti, viziati da una visione parziale e clericale della azione liturgica.
Un riforma generale della liturgia, come considerata da SC 21, è giutificata da una distinzione, che il Concilio riprende da Mediator Dei (1947): quella tra parti immutabili e parti mutabili della liturgia. Questa distinzione, che in qualche modo si fonda su una differenza tra diritto divino e diritto ecclesiale, ha reso possibile, fin dagli anni 50, una serie di “precedenti” rispetto alla riforma liturgica conciliare: le riforme della Settimana Santa, di Pio XII, il MP Rubricarum instructum di Giovanni XXIII.
Molto interessante è il fatto che papa Leone ricordi anche questo documento del 1960, “nel quale (papa Giovanni) rimandava all’annunciato Concilio Ecumenico la proposta dei principi fondamentali per una riforma della liturgia”.
Anche in questo caso è evidente che la prospettiva di una riforma generale non lascia alcuno spazio alla sopravvivenza di quei riti, che il Concilio intendeva precisamente modificare “secondo le esigenze dei tempi, delle cose e delle anime”.
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Questa comprensione della riforma liturgica la restituisce nella sua qualità di “tradizione vivente della Chiesa”. Questo significa che il superamento delle forme tridentine impone alla Chiesa una nuova pedagogia liturgica, nella quale è certo possibile commettere abusi. A questi si deve resistere.
Ma è chiaro che una corretta applicazione dei “nuovi principi” non può essere assicurata in un regime di concorrenza tra riti vaticani e riti tridentini. Lo spazio per rimediare agli abusi della riforma liturgica non sta al di fuori di essa, ma al suo interno. Nessuno spazio è più possibile per il ricorso a riti che il Concilio ha esplicitamente considerato da superare.
A questo proposito Leone cita SC 26, quando ricorda che le azioni liturgiche “non sono azioni private”, ma azioni della Chiesa, che è sacramento di unità. Qui mi pare che sia molto chiaro l’intento di chiudere la strada a quelle forme di giustificazione di usi paralleli, che trovano nella “nostalgia del passato” o nella “fuga nel futuro” la loro qualità elettiva. La liturgia è il linguaggio elementare della Chiesa: per questo è lo stesso per tutti, anche se ogni comunità lo vive e lo celebra a partire dalla propria sensibilità e dalla propria radice peculiare.
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In conclusione, non è difficile trovare, nel testo e nel tono dell’ultima delle Catechesi su SC di papa Leone, una grande continuità con i due ultimi grandi testi di papa Francesco: Traditionis custodes (2021) e Desiderio desideravi (2022). Le parole del papa restano pienamente nella prospettiva aperta dal Concilio Vaticano II e realizzata dalla Riforma liturgica.
In questa prospettiva non vi è più alcuno spazio per ragionare secondo lo “schema scismatico” introdotto da Lefebvre e fatto proprio dalla Curia romana dal 1984 al 2021: l’unità della Chiesa non si realizza mettendo in concorrenza due riti contraddittori, ma ospitando le differenze dentro l’unico rito riformato.
L’ultima delle Catechesi liturgiche di papa Leone impegna la Curia romana in un percorso di conversione: l’unità della Chiesa non si promuove proteggendo le aspirazioni scismatiche di chi vuole restare legato agli ordines che il Concilio Vaticano II ha voluto riformare. Una tale resistenza non è altro che ostruzionismo burocratico alla crescita dell’unità ecclesiale, che non si identifica più semplicemente con l’obbedienza dei preti al vecchio Ritus servandus: questa semplificazione spirituale ed ecclesiale della liturgia è una forma di privatizzazione del culto.
La differenza è tutta qui: con la riforma liturgica si è passati dal Ritus servandus al Ritus celebrandus. Questo è irreversibile. Papa Leone ha detto chiaramente in quale direzione intende muoversi la Chiesa cattolica del 2026. Sarà bene che una parte della Curia romana sappia tenerne conto e voglia adeguare a questa limpida lettura le sue strategie più ambigue.
- Pubblicato sul blog dell’autore Come se non (qui).






“Questo è irreversibile” dice il Prof. Grillo… per fortuna c’è Dio che fa quello che ritiene più opportuno. Chi vivrà vedrà…
W il Papa e w il Vaticano II. È importante stare al passo coi tempi e in comunione col santo popolo di Dio, ma possiamo anche apprezzare la scelta ecumenica di Benefetto XVI, perché il VO può essere un tentativo di ponte con una fetta non indifferente di fratelli e di sorelle che al momento non la pensano come noi.
E magari un ponte e una continuita’ anche con la comunita’ di tutti i fratelli e sorelle defunti dei secoli passati che pregavano con quelle parole in latino? Quando dico il Pater e l’ Ave in latino , o il Confiteor prego come mia nonna, mia bisnonna, Santa Teresina di Lisieux, e storme e storme di santi di tanti secoli. Preferisco sentirmi in comunita’ spirituale nella preghiera con loro che con i pedanti accademici “liturgisti” di oggi.
Si tralasciando Santa Teresina che bontà sua e dei suoi genitori, che comunque se lo potevano permettere, sapeva bene o male un po’ di latino e capiva vagamente quel che diceva. Forse anche sua nonna è stata fortunata da comprenderlo. Mia nonna no.. al massimo capiva l’ italiano con un po’ di sardo. Cosi dubito che schiere di nonne e bisnonne sapessero anche solo vagamente cosa stessero effettivamente pregando, quindi mi spiace proprio ma non posso condividere che il “sentirsi in comunità” valga solo per chi pregava in un latino che manco sapeva cosa diceva. Ricordo ancora le nonne che al Tantum Ergo Sacramentum, non comprendendo il senso, ma volendo “partecipare” cantavano per assonanza “Canta il merlo sul Frumento” … e ho detto tutto.
guarda che la comunione con i santi e i propri familiari passa proprio da quella con la Chiesa.
Se la comunione passasse dalla lingua sarebbe un bel problema. Il padre nostro è scritto originariamente in greco, senza contare che Gesù probabilmente il greco non lo sapeva e l’avrà insegnato ai suoi in aramaico.
La Sacrosanctum Concilium va applicata integralmente (valore del latino, gregoriano, organo, silenzio, dignità del rito) e non solo sulla partecipazione attiva dei fedeli. Comunque il problema sono le chiese vuote non il vetus ordo.
se il vetus ordo è appunto “vetus”, mi pare di capire che i problemi ci fossero già da allora…
e mi pare di capire che che la causa delle chiese vuote non sia la riforma liturgica. E neanche dei cd abusi liturgici. Andate a chiedere a chi non viene in chiesa se la causa del loro distacco dalla vita della Chiesa sia l’indignazione per la scarsa conoscenza delle rubriche liturgiche…
Ma esiste solo Grillo come liturgista nella Chiesa Cattolica? Su un miliardo e passa di fedeli..
Forse per Settimana News sì. Dopo averlo criticato in lungo e in largo, ora arriva il placet di papa Grillo I nei confronti di Leone XIV. Siamo tutti più contenti…
Lo leggo da 15 anni, ha un blog, insegna in una università Pontificia, una pagina Facebook, scrive un libro al mese, o sponsorizza con introduzioni varie un libro al mese (visto questa mattina nuova uscita per Queriniana), Settimana news lo pubblica ogni tre giorni. Cosa ci si puo’ aspettare di originale dopo questo diluvio di parole?
Finalmente Grillo si sta accorgendo che esiste un nuovo Papa e che esso sta portando avanti, con la sua personalità (https://iltuttonelframmento.blogspot.com/2026/04/un-anno-con-Leone%20XIV.html), quanto ha fatto il suo predecessore: evviva!! Me ne rallegro. Le sue preoccupazioni precedentemente espresse sono del tutto infondate. Non credo che parte della Curia voglia la coesistenza di due ordines, la vogliono semmai alcuni cardinali che amano indossare certe vesti. Ma il problema non è nella Curia, è anche nelle diocesi… troppi vescovi con le pianete, con mitrie riccamente adornate, con pastorali da esposizione museale, pochi vescovi con la casula. Se la liturgia è ridotta ad estetica, a “show” per attirare l’attenzione, siamo messi male. Non si è ancora capito cosa sia e il problema è che non lo sanno i vescovi, i pastori che dovrebbero essere formati.
Veramente se ne e accorto dato che lo ha più volte attaccato. Prima per Acutis poi per il sacerdote come figura di Cristo. Il Sant’Anselmo ha dovuto precisare che parla a nome suo e non dell’Istituto.