
La sacra Scrittura ci rivela che la misericordia del Padre, oltre che concedere il perdono dei peccati nel nome di Cristo suo Figlio, agisce anche come forza purificatrice e rinnovatrice della nostra natura mediante lo Spirito Santo. Come afferma l’Apostolo: «Egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo» (Tt 3,5).
Così, il pentimento (messo in atto dalla grazia divina e dal desiderio sincero del cuore, nonché portato a compimento nel sacramento della penitenza) ci purifica, ci rinnova e santifica tutta la nostra esistenza, disponendoci a partecipare della vita filiale di Cristo, fatti “figli nel Figlio”.
Volontà di conversione
I Padri della Chiesa insistono molto sull’importanza delle disposizioni della persona che si avvicina al sacramento della penitenza, e ciò per il fatto che l’essenziale del sacramento consiste proprio nell’autentica conversione del cuore che si riavvicina alla scelta di Dio.
Il tema della penitenza, in generale, ossia del passaggio dell’uomo dallo stato di peccato allo stato di virtù, è oggetto di quasi tutte le note a piè di pagina introdotte da san Stăniloae nella Filocalia da lui redatta (note necessarie per chiarire concretamente le parole dei Padri della Chiesa sulla riconciliazione). Ciò che egli ci dice categoricamente in queste note è che l’uomo non è mai solo nella sua lotta contro il peccato e nel suo ritorno alla virtù. È Dio che lo assiste sempre nel suo cammino, ma anche sempre ne rispetta la libertà.
«Quando l’uomo si ricorda dei suoi peccati e si pente da sé, allora anche Dio si prende cura di lui per dargli riposo. Perché Dio si rallegra che egli abbia inflitto a sé stesso la condanna per aver deviato dalla sua via […]. E, quanto più l’uomo impegna la propria anima nel pentimento, tanto più cresce l’onore che riceve da Dio».[1]
Questa conversione, tuttavia, non viene relegata solo alla sfera individuale del singolo penitente, perché il peccato non riguarda esclusivamente quest’ultimo, ma anche la sua relazione con la Chiesa a cui esso appartiene. Allo stesso modo, la scelta rinnovata di Dio non è una conquista solitaria, ma un atto di comunione che si compie nella Chiesa e con la Chiesa.
Da qui emerge, nella tradizione ortodossa, un modo di concepire il sacramento della penitenza che è legato non solo ad una funzione di assoluzione dai peccati, ma anche di direzione spirituale, operata al fine di ricostituire nel penitente, oltre che il rapporto con Dio, anche una disposizione nuova alla continuazione di questo rapporto in vista di un cammino di santità che lo coinvolge nella sua appartenenza alla Chiesa.
Riguardo al sacramento della penitenza, la visione di diversi teologi ortodossi è di tipo esperienziale e comunitario. A loro avviso, i confessori e i direttori spirituali sono i testimoni del Signore. Essi assistono al processo di purificazione dai peccati e di rinnovamento dei fedeli che confessano con pentimento e sincerità le loro colpe, processo realizzato con la potenza dello Spirito Santo e con il desiderio concreto di cambiamento.
Ciò significa che lo scopo della confessione non è solo ricevere il “perdono” e la “remissione dei peccati”, ma anche ottenere la “purificazione” e il “rinnovamento” del proprio essere con l’affioramento di una costante disposizione al pentimento personale, che sempre verrà manifestato e prolungato comunitariamente nelle successive celebrazioni del sacramento della penitenza.[2]
Chi si fa garante di questo cammino di santità che sgorga dalla conversione è proprio la Chiesa, la quale, come depositaria dei carismi dello Spirito Santo, è incaricata da Dio di esercitare il ministero della riconciliazione ed il servizio dell’accompagnamento dei fedeli nella scoperta e nella scelta rinnovata della vita nuova in Cristo interrotta dal peccato.
Guidati dallo Spirito
Nella tradizione ortodossa è chiaro, allora, che la penitenza è impregnata dal discernimento, cioè dall’attenzione a saper distinguere le situazioni nascoste del cuore, sotto l’influsso della presenza dello Spirito Santo e all’insegna della misericordia.
Alla luce di questo binomio riconciliazione-direzione, il sacramento della penitenza è sempre stato associato, in tutta la tradizione orientale, alla figura dello starec, “direttore spirituale”, incarnata in figure umili di uomini, sacerdoti e non, ricche di spiritualità e di conoscenza umana.
Questo lascia trasparire chiaramente la concezione ortodossa sul fatto che il sacramento è legato ad una espressione vivente dei carismi ecclesiali derivanti dallo Spirito Santo e non tanto da una istanza rituale strettamente connessa alla gerarchia; in tale prospettiva «San Simeone il Nuovo Teologo (949-1022) aveva sostenuto, per esempio, che un carismatico poteva ascoltare la confessione, ancorché non avesse ricevuto l’ordinazione sacerdotale»,[3] questo per il fatto che i carismatici, che si identificavano con gli starec, venivano considerati i veri depositari dello Spirito Santo.[4]
Lo starec nella tradizione ortodossa è soprattutto colui che è nato dallo Spirito Santo e che, dunque, è depositario di grandi doni spirituali, come quello della preghiera incessante, del discernimento degli spiriti e del pensiero, della conoscenza del cuore, della consolazione, e, dunque, sa come orientare le persone all’incontro autentico con Dio e alla partecipazione piena all’esperienza della vita della Chiesa.
Secondo Yannaras, all’interno del sacramento della penitenza, «il rapporto e il legame con una simile guida spirituale costituisce un evento di paternità spirituale, una libera consegna del volere, dei pensieri, dei desideri e delle tentazioni, al discernimento e alla guida».[5]
Il corretto attuarsi della confessione dei peccati nel sacramento della penitenza presuppone una profonda conoscenza di sé facilitata, certamente, dal confronto con lo starec, ma necessita anche di una capacità di sincera introspezione quotidiana, maturata nella preghiera, nel digiuno e nelle opere di carità fraterna.
Nella tradizione ortodossa, e orientale in genere, tali pratiche concorrono a che il penitente possa trovare la forza e il coraggio di aprirsi alla grazia di Dio, senza la quale non è possibile confessare integralmente e totalmente i peccati al confessore in uno spirito di umiltà.
Nella logica del binomio riconciliazione-direzione, il sacramento della penitenza viene vissuto come canale della misericordia e, insieme, dell’esperienza di ascesi e di santità della Chiesa, trasmessa attraverso la figura del direttore spirituale; così «l’innesto del fedele nel corpo della Chiesa, mentre resta un evento di libertà, si spoglia però di ogni elemento di conquista individuale. […] Il fedele “è condotto per mano” alla conoscenza, alla preghiera, all’ascesi, nella verità e nella vita della Chiesa. La comunicazione della verità e dell’esperienza si attua come amore e la sua accoglienza e accettazione come umiltà».[6]
Questo potere carismatico attribuito agli starec, non esclude il fatto che il ministero della riconciliazione rimane affidato al vescovo, che è per eccellenza l’economo del sacramento della penitenza. Spetta a lui incaricare i sacerdoti penitenzieri o i monaci, affinché esercitino questo ministero nella coscienza di essere depositari di un’autorità, “quella di legare e di sciogliere”, che non viene loro primariamente dall’istituzione, ma innanzitutto da Dio per mezzo dello Spirito Santo.
Il sacerdote e i monaci incaricati per la confessione, sono così testimoni e canali della presenza dello Spirito Santo. Il loro potere è un potere di trasmissione del perdono che viene da Dio: «Questa, infatti, era la volontà di Cristo. Egli aveva avvicinato il dono dello Spirito Santo e l’istituzione del sacramento della penitenza, dicendo ai suoi apostoli dopo la risurrezione: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi li riterrete saranno ritenuti”. Questo sacramento veniva così messo sotto il regime dello Spirito».[7]
Si comprende, dunque, perché la tradizione ortodossa dia ampio spazio all’aspetto spirituale e poco spazio all’aspetto giudiziario della penitenza, così che i ministri incaricati dalla Chiesa di celebrare insieme ai penitenti il sacramento, più che giudici davanti al peccato, sono chiamati ad essere “medici delle anime”.
[1] D. Stăniloae, ibid., nota 276, p. 148.
[2] M. Keller, Despre curățirea și înnoirea oamenilor în taina pocăinței la părintele Dumitru Stăniloae (Sulla purificazione e il rinnovamento delle persone nel mistero della penitenza secondo padre Dumitru Stăniloae), in «Ortodoxia» 2 (2019), 26-40 [qui pp. 26-30].
[3] Felmy, ibid., 327.
[4] M. Arranz, Planimetria sacramentale del rito bizantino: liturgia e spiritualità, in Aa.Vv., Liturgia e spiritualità nell’Oriente Cristiano, ed. San Paolo, Milano 1997, 42-43.
[5] C. Yannaras, La libertà dell’ethos, EDB, Bologna 1984,159.
[6] Ibid., 160.
[7] Aa.Vv., La Penitenza, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1967, 150-151.





