
C’è una domanda che la Chiesa dovrebbe avere il coraggio di porsi con maggiore radicalità: che cosa accade a un prete quando compie settantacinque anni? La domanda non è semplicemente anagrafica. È ecclesiologica, pastorale, spirituale e, in fondo, profondamente umana.
Un presbitero che ha trascorso quarant’anni della propria vita al servizio del popolo di Dio, che ha celebrato battesimi e funerali, accompagnato famiglie, visitato malati, ascoltato solitudini, sostenuto giovani, attraversato crisi e gioie di intere generazioni, che cosa diventa quando raggiunge l’età nella quale normalmente gli viene chiesto di lasciare la responsabilità pastorale?
Diventa semplicemente un emerito? Diventa un presbitero «a riposo»? Diventa una risorsa da collocare altrove? Oppure rischia, più semplicemente, di diventare materiale di scarto? La domanda è volutamente provocatoria, perché riguarda una contraddizione che rischia di insinuarsi nella vita ecclesiale.
Parliamo della Chiesa come famiglia. Celebriamo la Giornata mondiale dei nonni e degli anziani. Esaltiamo la memoria, la saggezza degli anziani, il valore delle radici, la necessità di una società capace di prendersi cura delle generazioni più avanti negli anni. E poi, proprio dentro la Chiesa, rischiamo di comportarci diversamente.
Celebriamo i nonni e scartiamo i preti-nonno. Parliamo della dignità dell’anziano e talvolta trattiamo un presbitero di settantacinque anni come una funzione che ha esaurito il proprio tempo. È una contraddizione sulla quale dovremmo interrogarci.
Un padre non va in pensione. Un prete può andare in pensione. Può lasciare una responsabilità amministrativa. Può non avere più le energie di un tempo. Può avere bisogno di rallentare, di essere aiutato, di vivere un ministero più leggero. Tutto questo è naturale.
Il ministero come storia di una vita
Ma occorre distinguere tra la fine di un incarico e la fine di una paternità. Un parroco può cessare di essere parroco. Ma non smette per questo di essere padre. La sua storia con una comunità non si interrompe necessariamente con un decreto.
Ci sono bambini che ha battezzato e che oggi sono adulti. Ci sono famiglie che ha accompagnato per decenni. Ci sono persone che hanno confidato a lui le proprie sofferenze. Ci sono malati che ha visitato. Ci sono morti che ha accompagnato. Ci sono persone lontane dalla Chiesa che continuano magari a riconoscere in lui un volto amico.
Le relazioni pastorali non hanno una data di scadenza. Il ministero può cambiare forma. La responsabilità può diminuire. L’attività può ridursi. Ma una vita donata non può essere cancellata perché è terminato un incarico.
Il parroco non è una lampadina. Dovremmo forse cambiare anche il linguaggio. Si parla troppo facilmente di «sostituzione» del parroco. Ma un parroco non è una lampadina che si fulmina e viene sostituita. Non è un funzionario che cambia ufficio. Non è un dirigente che lascia un’azienda. È una persona che ha costruito relazioni. È una memoria vivente. È parte della storia di una comunità.
Per questo, quando un parroco di lunga permanenza deve lasciare la responsabilità pastorale, il passaggio dovrebbe essere pensato non come una sostituzione, ma come una successione. Non come una cesura, ma come una consegna. Non come uno strappo, ma come un passaggio generazionale.
La sostituzione di un parroco che ha guidato a lungo una comunità dovrebbe essere preparata con anticipo. Il futuro parroco dovrebbe poter essere affiancato al parroco anziano per un periodo sufficientemente lungo da permettere una vera conoscenza reciproca e una graduale familiarizzazione con la comunità. Non una semplice consegna delle chiavi. Non un passaggio di registri, documenti, bilanci e password. Una vera compresenza pastorale.
Il parroco che lascia e quello che arriva potrebbero celebrare insieme, visitare insieme i malati, incontrare le famiglie, conoscere i collaboratori, partecipare alle riunioni pastorali, ascoltare le persone.
Il nuovo parroco potrebbe conoscere la comunità attraverso la memoria di chi l’ha servita per decenni. Perché una parrocchia non è fatta soltanto di strutture. È fatta di volti, nomi, storie, ferite, relazioni. Il presbitero anziano potrebbe dire al suo successore: «Questa persona ha bisogno di essere cercata.» «Quella famiglia sta attraversando una crisi.» «Quel ragazzo non viene più in chiesa, ma non ha mai smesso di avere fiducia.» «Quell’anziana vive sola.» «Quella persona non entrerà mai spontaneamente in canonica, ma se vai a trovarla ti aprirà il cuore.» Questa non è burocrazia. È memoria pastorale. Ed è una ricchezza che non si può trasferire attraverso un fascicolo.
C’è poi un altro punto delicato. Perché il presbitero anziano dovrebbe necessariamente essere allontanato dalla comunità che ha servito? Perché dovrebbe lasciare contemporaneamente la parrocchia, la canonica, gli amici, le relazioni e tutto ciò che ha costruito?
Perché dovrebbe essere mandato altrove proprio quando potrebbe ancora offrire alla sua comunità la ricchezza della sua esperienza? Non significa sostenere che ogni presbitero debba necessariamente rimanere nella stessa canonica. Possono esistere ragioni pastorali, personali, sanitarie e organizzative che rendono opportuno un trasferimento. Ma non dovrebbe diventare un automatismo.
Quando è possibile e opportuno, perché non permettere al parroco anziano di rimanere nella canonica e vivere accanto al nuovo parroco? Due generazioni sacerdotali sotto lo stesso tetto. L’esperienza e la novità. La memoria e il futuro. La tradizione e la creatività. Non due parroci. Non due autorità. Non due padroni. Ma due presbiteri al servizio della stessa comunità.
Una canonica abitata da due generazioni di presbiteri potrebbe diventare una straordinaria scuola di fraternità presbiterale. Il giovane potrebbe imparare dal vecchio. Il vecchio potrebbe imparare dal giovane. L’uno potrebbe offrire esperienza. L’altro, energia. L’uno potrebbe custodire la memoria. L’altro aprire nuovi percorsi. Potrebbero pregare insieme. Mangiare insieme. Condividere la vita quotidiana. Sostenersi. Correggersi. Aiutarsi. E forse scopriremmo che la fraternità presbiterale non è soltanto una bella espressione da inserire nei documenti ecclesiali. È una forma concreta di vita.
Quando arriva un nuovo parroco (o un nuovo vescovo), qualche volta sembra quasi necessario cancellare ciò che c’era prima. Nuovo parroco. Nuovo stile. Nuove persone. Nuovi programmi. Nuova immagine. Come se il passato dovesse essere rimosso perché il futuro possa cominciare. Ma la Chiesa non vive di cancellazioni. Vive di memoria. Il nuovo parroco non dovrebbe avere paura del bene compiuto dal predecessore. E il predecessore non dovrebbe avere paura della novità portata dal successore. Il nuovo non dovrebbe dire: «Adesso tocca a me.» Il vecchio non dovrebbe pensare: «Adesso non conto più nulla.» Dovrebbero poter dire insieme: «Adesso tocca a noi.»
Forse dovremmo recuperare una parola semplice e bella: preti-nonno. Non soltanto preti emeriti. Non soltanto presbiteri pensionati. Non soltanto presbiteri «a riposo». Preti-nonno. Perché il nonno non è un padre che ha fallito. È un padre che ha attraversato il tempo. Il nonno custodisce la memoria. Racconta. Ascolta. Ricorda. Conosce le radici. Non corre più come un giovane, ma vede cose che il giovane non può ancora vedere.
Cosa può un prete anziano?
Così dovrebbe essere anche per i presbiteri anziani. Un prete di settantacinque anni possiede una ricchezza che nessun giovane presbitero può avere. Ha conosciuto generazioni. Ha attraversato trasformazioni della società e della Chiesa. Ha visto famiglie nascere e spezzarsi. Ha accompagnato malati e morenti. Ha conosciuto la sofferenza. Ha commesso errori. Ha imparato. Ha visto cambiare la Chiesa. Questa è una ricchezza immensa. E sarebbe assurdo disperderla.
Che cosa può ancora donare un prete anziano? Forse dovremmo smettere di chiederci: «Che cosa possiamo ancora fargli fare?» E cominciare a chiederci: «Che cosa può ancora donare questo presbitero?»
Può ascoltare. Può accompagnare. Può visitare anziani e malati. Può confessare. Può offrire direzione spirituale. Può accompagnare seminaristi e giovani presbiteri. Può raccontare la storia della comunità. Può essere una presenza discreta. Può essere un padre. Può semplicemente esserci. Quante cose può ancora fare un presbitero quando gli viene finalmente tolto il peso di dover fare tutto!
Dovremmo smettere di pensare che il dono di una vita presbiterale possa essere misurato, o addirittura vanificato, dall’ultimo atto di obbedienza. Un prete non ha donato la propria vita alla Chiesa perché un giorno, a settantacinque anni, possa dimostrare la propria fedeltà accettando senza discutere una decisione amministrativa.
La sua obbedienza non comincia con l’ultimo trasferimento. È cominciata il giorno della sua ordinazione. È passata attraverso decenni di servizio. Attraverso le notti accanto ai malati. Le porte aperte della canonica. I funerali. I battesimi. Le crisi familiari. I giovani incontrati. Le famiglie accompagnate. Le solitudini ascoltate. Le comunità amate. Le incomprensioni sopportate. Le proprie fragilità offerte a Dio. Quella è obbedienza. Quella è una vita donata.
E non è certo un ultimo atto, magari imposto in nome di una necessità burocratica, a poter giudicare o squalificare un’intera esistenza presbiterale. L’obbedienza cristiana non può essere confusa con la semplice esecuzione di un ordine. L’obbedienza evangelica è ascolto. È discernimento. È relazione. È ricerca comune della volontà di Dio. È anche capacità di parlare, di esprimere una sofferenza, di porre una domanda, persino di manifestare un dissenso rispettoso. Il vescovo non è un funzionario che impartisce ordini e il prete non è un dipendente che deve semplicemente eseguirli. Sono due fratelli, con responsabilità diverse, dentro la stessa Chiesa e al servizio dello stesso popolo di Dio.
Dovremmo avere il coraggio di distinguere tra obbedienza evangelica e obbedienza burocratica. Una decisione pastorale non diventa automaticamente evangelica soltanto perché viene chiamata «obbedienza». L’autorità ecclesiale è autenticamente pastorale quando ascolta prima di decidere, quando spiega, quando accompagna, quando discerne, quando tiene conto delle persone e delle relazioni coinvolte.
Un presbitero che dice: «Questa decisione mi fa soffrire. Vorrei capire. Vorrei parlarne. Vorrei trovare insieme una soluzione» non sta necessariamente disobbedendo. Sta parlando da uomo. E chi ascolta quella sofferenza non sta necessariamente cedendo alla debolezza. Sta esercitando la paternità. L’autorità nella Chiesa non dovrebbe avere paura dell’ascolto. Anzi, dovrebbe sapere che qualche volta è proprio attraverso la parola dell’altro che Dio ci obbliga a rivedere una decisione.
Un prete può avere difficoltà ad accettare una decisione. Può essere ferito. Può chiedere tempo. Può avere bisogno di essere ascoltato. Può persino sbagliare nel modo in cui reagisce. Ma non permettiamo che tutto questo cancelli quarant’anni di fedeltà.
Un presbitero non può essere ridotto all’ultima decisione che gli viene chiesto di accettare. Il suo sacerdozio è molto più grande di un decreto. La sua storia è molto più grande di un trasferimento. Il suo amore per la Chiesa è molto più grande di un atto burocratico. Se davvero crediamo che il sacerdozio sia una vita donata, dobbiamo dirlo con chiarezza: Il dono di una vita non si misura dall’ultimo atto di obbedienza, ma dalla totalità dell’amore con cui quella vita è stata consumata per il popolo di Dio.
Il vescovo emerito
Lo stesso principio deve valere, con assoluta coerenza, per i vescovi. Anche il vescovo, al compimento dei settantacinque anni, diventa emerito. Ma che cosa significa davvero «emerito»? Significa forse che un uomo che ha ricevuto la responsabilità di una Chiesa particolare diventa improvvisamente un uomo senza più nulla da offrire? No.
Il vescovo emerito porta con sé una conoscenza della diocesi che nessun nuovo arrivato può possedere immediatamente. Ha conosciuto i presbiteri. Ha visitato le comunità. Ha accompagnato famiglie. Ha ordinato preti. Ha affrontato crisi.
Ha preso decisioni. Ha portato sulle proprie spalle una porzione della Chiesa. Come può tutto questo diventare improvvisamente inutile a settantacinque anni? Anche per i vescovi l’emeritato dovrebbe essere una stagione preparata e accompagnata.
Il nuovo vescovo dovrebbe poter ricevere dal predecessore non soltanto gli archivi, ma la memoria. Il predecessore dovrebbe poter consegnare non soltanto documenti, ma una storia. E, quando opportuno, dovrebbe poter continuare a vivere nella diocesi, a pregare con essa, a servire discretamente, a offrire la propria esperienza quando richiesta. L’emeritato non dovrebbe diventare esilio.
Questo è importante anche per una ragione di giustizia. Non si può chiedere ai presbiteri di accettare serenamente il proprio emeritato e poi non applicare la stessa misura ai vescovi. Non si può dire al parroco: «A settantacinque anni non sei finito» e contemporaneamente pensare che il vescovo, raggiunta la stessa età, debba semplicemente uscire di scena.
La dignità dell’anzianità o è universale oppure rischia di diventare privilegio. La cultura della cura o vale per tutti oppure diventa retorica. La Chiesa-famiglia o protegge i suoi padri oppure non è ancora quella famiglia che proclama di essere. Perché anche il vescovo, prima di essere vescovo, è stato prete. E anche il vescovo, prima o poi, diventa anziano. Anche lui dovrebbe poter sentire: «La tua responsabilità è terminata. La tua storia con noi, no».
Comunità che custodiscono le storie che le hanno plasmate
È facile denunciare la cultura dello scarto quando riguarda i poveri, gli immigrati, gli anziani, i malati, gli ultimi. È molto più difficile riconoscerla quando rischia di toccare noi. La domanda diventa allora scomoda: possiamo denunciare la cultura dello scarto fuori dalla Chiesa se qualche volta non ci accorgiamo che essa può entrare anche dentro la Chiesa?
Un presbitero non può valere soltanto finché produce. Non vale perché amministra. Non vale perché organizza. Non vale perché è efficiente. Non vale perché riempie la chiesa. Vale perché è una persona. E quando diminuiscono le sue forze, non diminuisce la sua dignità.
Una famiglia si riconosce soprattutto da come tratta i suoi membri più fragili. Una famiglia non butta fuori il nonno perché è arrivata una nuova generazione. Gli prepara un posto. Gli avvicina una sedia. Gli chiede di raccontare. Gli permette di esserci.
Per questo una Chiesa che celebra la Giornata dei nonni e degli anziani dovrebbe avere il coraggio di interrogarsi sui propri preti-nonno. Non possiamo predicare agli altri la cultura della cura e non praticarla con i nostri stessi presbiteri. La Chiesa-famiglia deve cominciare dalla propria casa.
Occorre allora immaginare una diversa cultura del passaggio generazionale. Quando un parroco ha guidato una comunità per venti, venticinque o trent’anni e arriva il momento di lasciare la responsabilità, non dovrebbe semplicemente ricevere una comunicazione. Dovrebbe iniziare un percorso.
Il successore dovrebbe arrivare per tempo. I due presbiteri dovrebbero conoscersi. La comunità dovrebbe essere accompagnata. Il nuovo dovrebbe entrare gradualmente. Il vecchio dovrebbe continuare a essere presente. La memoria dovrebbe essere trasmessa. La responsabilità dovrebbe passare. Il passaggio dovrebbe essere una consegna. Non una cancellazione. Non una sostituzione. Non un esilio.
Da questa riflessione potrebbero nascere alcune scelte pastorali molto semplici.
- Il compimento dei 75 anni non dovrebbe essere vissuto automaticamente come un’espulsione dalla comunità.
- Ogni presbitero anziano dovrebbe essere accompagnato personalmente nella preparazione della nuova stagione ministeriale.
- La successione di un parroco che ha guidato a lungo una comunità dovrebbe prevedere, quando possibile, un periodo di affiancamento del successore.
- Il nuovo parroco e quello uscente dovrebbero poter vivere una vera compresenza pastorale.
- Il presbitero anziano, quando le condizioni lo consentono, non dovrebbe essere automaticamente allontanato dalla comunità che ha servito.
- Quando possibile e opportuno, dovrebbe poter rimanere nella canonica insieme al nuovo parroco, con ruoli chiaramente definiti e nel rispetto dell’autorità pastorale del successore.
- Il passaggio dovrebbe comprendere la trasmissione della memoria pastorale della comunità.
- La comunità dovrebbe essere preparata al cambiamento.
- Ogni diocesi dovrebbe sviluppare una vera pastorale per i presbiteri anziani.
- Dovrebbe essere favorita la presenza intergenerazionale nelle canoniche.
- Criteri analoghi dovrebbero essere applicati ai vescovi emeriti, perché anche il loro emeritato non diventi una forma di esilio.
L’importanza delle parole
Forse dobbiamo cambiare le parole. Non sostituzione, ma successione. Non trasferimento, ma passaggio. Non pensionamento, ma nuova stagione del ministero. Non allontanamento, ma accompagnamento. Non canonica da liberare, ma casa da condividere. Non prete anziano da sistemare, ma padre da custodire. Non vescovo emerito da collocare, ma padre della Chiesa da continuare ad accogliere.
Le parole non sono innocenti. Rivelano una mentalità. E qualche volta dobbiamo cambiare le parole per cambiare il modo di pensare.
Forse è questa la Chiesa che dovremmo imparare a costruire. Una Chiesa nella quale il giovane non debba eliminare l’anziano per poter essere riconosciuto. Una Chiesa nella quale l’anziano non debba temere il giovane. Una Chiesa nella quale il vescovo emerito possa stare accanto al nuovo vescovo. Nella quale il parroco emerito possa stare accanto al nuovo parroco. Nella quale il presbitero anziano possa accompagnare il giovane presbitero. Nella quale il giovane possa ricevere la memoria del vecchio senza sentirsi prigioniero del passato.
Non una Chiesa che sostituisce una generazione con un’altra. Ma una Chiesa nella quale le generazioni si consegnano reciprocamente il Vangelo. Questa sarebbe una forma concreta di sinodalità. Non soltanto camminare insieme nello spazio. Ma camminare insieme nel tempo.
La vita e i luoghi
Immaginiamo una canonica. Dentro, un presbitero anziano e un presbitero giovane. Uno ha alle spalle quarant’anni di ministero. L’altro ne ha davanti forse altrettanti. Uno conosce la storia della comunità. L’altro ne accompagnerà il futuro. Uno racconta. L’altro ascolta. Poi sarà il giovane a raccontare qualcosa che il vecchio non conosce. E il vecchio ascolterà. La sera pregano insieme. A tavola discutono. Qualche volta non saranno d’accordo. Qualche volta si irriteranno. Ma resteranno fratelli. E fuori dalla canonica c’è una comunità che non ha dovuto perdere un padre per ricevere un nuovo pastore.
Una comunità che ha potuto assistere a qualcosa di molto bello: una generazione che consegna il testimone a un’altra. Forse questa è la Chiesa che dovremmo costruire. Non una Chiesa che sostituisce. Una Chiesa che trasmette. Non una Chiesa che scarta. Una Chiesa che custodisce. Non una Chiesa che esilia. Una Chiesa che accompagna. Non una Chiesa che manda in pensione i suoi padri. Una Chiesa che insegna ai suoi figli a diventare adulti senza dimenticare da dove vengono.
Perché un parroco può smettere di essere parroco. Può lasciare una responsabilità. Può diminuire il ritmo. Può cambiare ministero. E un vescovo può cessare di governare una diocesi. Ma c’è una cosa che nessun decreto dovrebbe riuscire a cancellare: la loro appartenenza alla Chiesa che hanno servito e amato.
E allora, quando un prete compie settantacinque anni, prima di chiedersi: «Che cosa dobbiamo fargli fare?» dovremmo chiederci: «Come possiamo prenderci cura di lui?» E quando arriva un nuovo parroco, prima di dire: «Adesso comincia una nuova storia», dovremmo dire: «Adesso una storia continua, e qualcuno consegna a qualcun altro il testimone».
E quando un vescovo diventa emerito, prima di pensare a dove collocarlo, dovremmo chiederci: «Come possiamo continuare a riconoscere il bene che ha donato alla Chiesa?» Perché nella Chiesa di Cristo nessuno è materiale di scarto. Né il prete. Né il vescovo. Né l’anziano. Né chi ha terminato un incarico. Né chi non è più efficiente come un tempo.
E soprattutto: un uomo che ha consumato la propria vita per il popolo di Dio non dovrebbe mai sentirsi estraneo proprio nella casa che ha contribuito a costruire. Il dono di una vita non si cancella con un decreto. La paternità non va in pensione. L’obbedienza non è burocrazia. L’emeritato non è esilio. Il passaggio non è uno strappo. E nella Chiesa nessuno dovrebbe mai diventare materiale di scarto.






Quest’anno ho compiuto 70. Per ben due volte i miei predecessori sono rimasti in parrocchia… posso solo dire, senza entrare nei dettagli un po’ spiacevoli, che dipende alle persone: tutto è possibile (teoricamente tutto molto bello…) ma poi non è così semplice devo ammettere da entrambe le parti. Al mio scadere non rimarrò nemmeno se me lo chiedessero, sarò disponibile per altri servizi ma fuori dalle parrocchie in cui ho esercitato e poi non c’è solo il ministero parrocchiale. Poi vi saprò dire quando verrà il momento e come starò soprattutto di salute… mentale.
Leggendo dal blog dell’autore (OLTRE LA SCORZA) le notevoli qualità teologiche e i molteplici impegni pastorali alla luce dell’autopresentazione, mi sorge spontanea una domanda: se e quando il Monsignore diverrà un parroco emerito, il suo successore avrà davanti una strada spianata o una corsa a ostacoli?
Al di là della battuta toscanamente polemica, credo che alla radice del problema ci sia la difficoltà di sentirci, noi preti sia vecchi che giovani appartenenti all’unico presbiterio diocesano alimentando, al di là delle legittime e preziose differenze e sempre interagendo col laicato, progetti pastorali condivisi di annuncio e testimonianza.
Ho 96 anni e quello che hai scritto è la mia vita e le mie difficoltà
Sarebbe opportuno un intervista ,sono disposto a raccontare tutto
Se sei interessato fammi sapere. Don Corrado
Sono un prete 80nne e da 5 anni esonerato dall’essere parroco; Rigettato dal partecipare al consiglio pastorale parrocchiale e alla riunione con i parroci del mio paese per incapacità e incompetenza mai dimostrata, Posso andare a concelebrare ogni giorno in una delle parrocchie del paese e confessare chi me lo chiedesse e poi andarmene a casa e guardarmi dal girare per le famiglie con ammalati e anziani: avrei invaso il campo altrui come pascolo abusivo. Neanche ho potuto avere una rettoria: rischio di fare concorrenza alla chiesa parrocchiale. Meglio accorpare le parrocchie piuttosto che affidarne qualcuna a chi è ancora in buona salute di mente e di corpo e di cuore pur avendo 80 anni.
Tutto quello che hai scritto nell’articolo, caro don Domenico, io lo condivido, anche perchè vissuto. Grazie.
Una domanda: Se un papa è sempre in servizio anche dopo 75 e da ammalato grave e quasi demente, perchè un vescovo o un parroco valido ancora a 75 anni non deve usufruire del giuramento divino: “di servirlo senza timore, in santità e giustizia per tutti i nostri giorni”? tranne che appena intervenisse una grave malattia. Solo perchè chi fa la legge è al di sopra della legge?
Un prete da scarto
Conosco realtà dove il presbitero “ex-parroco” per questione di anzianità o talvolta di malattia invalidante di una Comunità, non viene affatto allontanato “d’ufficio”, ma rimane come “aiuto parroco” (o come lo si voglia chiamare) e oltre a essere in comunione e di aiuto con il “nuovo parroco”, che umanamente parlando, deve calarsi nella nuova realtà, aiuta il “subentrante” che spesso si trova in situazione di solitudine, con tutto ciò che comporta.
Vedo anche come al presbitero anziano, tanti rimangono legati e per abitudine e fiducia a lui si accostano per proseguire nella guida spirituale e/o semplicemente nel Sacramento della Riconciliazione.
Questa dovrebbe/potrebbe essere la prassi.
Per inciso e come amara constatazione, la situazione di un vecchio parroco/presbitero (uso il termine “vecchio” senza falsi pudori essendo anche la vecchiaia dono di Dio), non è tanto diversa da quella di un vecchio padre di famiglia, un vecchio nonno quando non seve con babysitter “a chiamata”, un vecchio lavoratore, insomma un “vecchio” (vale anche per la declinazione al femminile). Perché questa è la realtà e non sono certo le “giornate dei nonni” o simili anche nell’articolo citate, a modificare la situazione di una società improntata sul modello produttività/improduttività quindi “scarto”. Modello che non dovrebbe riflettersi non solo nella Chiesa, ma nella Comunità Cristiana propriamente detta.
La mia impressione è che don Domenico voli piuttosto alto sopra una realtà molto schiacciata su un sistema, ben da lui conosciuto e delineato in modo ineccepibile e sapientemente criticato, che in pratica ha congelato la sinodalità propugnata dal Concilio, la quale doveva investire, seppur differenziata, tutto il popolo di Dio. Riferendomi in particolare all’ideale di comunità fra presbiteri, bisogna considerare che la loro formazione è stata improntata all’autodeterminazione, da giocare nel ‘governo’ sulle parrocchie. In orientamento opposto agli Ordini cenobitici. Di comunità presbiterali, quante se ne conoscono? Vedi “Amicizia presbiterale dei santi Basilio e Gregorio”, Modena
Forse la formazione dei preti impone la solitudine sin dal seminario: un manager solo al comando della nave, unico responsabile, anche civilmente. È notorio il tentativo di arruolare qualche laico,in altre strutture (sempre gli stessi come era già 50 anni fa). E noi laici con famigliaa pensione non ci sgrava di impegni come i poveri preti. La sera,chiusa la porta del residence fornito dei servizi adatti e coccolati da qualche pia donna, possono continuare a passare il tempo senza i”piccoli fastidi” delle bollette, auto, tasse,Imu,e visite mediche agevolate da qualche medico “buoncristiano” che fa la carità! Questi preti ci hanno inculcato che donando la vita alla Chiesa avevano o il privilegio della sacralità! E così l’antico sacerdozio ebraico, azzerato da Gesù, si è mantenuto nei secoli.
E nella Chiesa nessuno dovrebbe mai diventare materiale di scarto. Ma ciò che viene detto dei preti dovrebbe essere vero per tutti….anche per quelli che la Chiesa scarta molto presto, e sono laici, sono donne, sono persone che hanno donato la propria vita al Signore, che hanno una storia particolare, studi, pensieri, sogni….. Io sono arrivata a pensare, molto prima che Papa Francesco ne parlasse, che la storia è intessuta di scarti di popoli, culture….ma la chiesa è specialista in questo ( quanti carismi e doti ha buttato via!), anche se proprio molti preti e Vescovi si salvano per i contesti e le relazioni che hanno saputo tessere…. Parlare oggi poi della solitudine del prete perchè non ha una famiglia sua (un commento)è proprio fuori posto, significa non vedere la realtà dei tanti che sono soli, uomini e donne, e non per scelta, e magari hanno pure una famiglia. Smettiamo di teorizzare parrocchie e famiglie da Mulino bianco come in certe immagini. Affrontiamo la realtà, smettendo di ignorare i casi che ci circondano…e i preti siano educati a far da ponti, aprire porte a sensibilità diverse, ecc…..
“Siamo servi inutili: abbiamo fatto quanto dovevamo fare” Lc 17,10 arrivare a comprendere questo passo del Vangelo aiuterebbe… anche a vivere in Cristo e a “lasciar fare alla Provvidenza”
grazie don Domenico per questo articolo. sono prete da 39 anni e sono stato parroco in una comunità per 23 anni ( ora lo sono da 7 in un’altra). nella mia prima esperienza di parroco ho avuto il dono di vivere insieme in canonica con il vecchio parroco ( non quello che avevo “sostituito” -fatto parroco altrove) che era stato 9 anni fidei donum in Brasile. é stato per me veramente un grande dono poter imparare da lui la storia della comunità come pure pregare insieme e progettare gli impegni pastorali. mi ricordo i commenti di alcuni confratelli quando accolsi Don Riccardo ( così si chiamava) in canonica: “stai attento ti farà ombra”, ti condizionerà. cosa che non è mai successa anche perchè Lui era un uomo buono, umile e intelligente. Anzi per me è stato un aiuto importante. Certo sempre questo non accade, dipende anche dal temperamento e dal carattere delle persone. a volte chi rimane condiziona o divide la comunità. penso comunque che cio che tu hai scritto sia molto vero. Ciò richiede però un cambiamento di paradigma nel considerare il ministero ordinato nelle comunità parrocchiali o diocesane. ancora troppo spesso sono comunità “pretocentriche ” o “episcopalicentriche” ( scusa questi brutti neologoismi). certo che il prete e il Vescovo sono necessari e importanti per la chiesa , ma non sono il tutto. c’è veramente bisogno di un nuovo sguardo di Chiesa, di riscoprire effettivamente e affettivamente. l’essere popolo e famiglia di Dio. come pure vivere un autorità che nasce dall’ascolto e serve . grazie per i tuoi stimoli e buon lavoro…e scusa se ho usato il tu
Quesf’ ultimo paragone per me non regge : i laici con il pensionamento tornano a tempo pieno nelle loro famiglie, trovano tutto il calore e l’affettuosita’, si godono la famiglia cose suol dirsi, ma un sacerdote anziano, dopo aver dato tanto alla comunita’ si trova sbattuto in un nuovo contesto, gia’ amalgamato e rischia di sentirsi escluso,o per lo meno deve fare fatica a trovare il nuovo equilibrio
L’articolo solleva una problematica evidente soprattutto dalla parte del sacerdote anziano che, se allontanato dalla comunità che ha servito, trascorre i giorni e gli anni che gli restano nella solitudine. Tuttavia l’esperienza mi dice che il vecchio prete (non solo il vecchio parroco) che resta nella parrocchia che ha servito, rischia di costituire un grosso problema per il nuovo che arriva, perché i fedeli continueranno comunque a preferirlo al nuovo. Certamente molto dipende dalla personalità del vecchio e del nuovo prete, se il primo sa farsi da parte ed è abbastanza umile… Però secondo me è meglio liberare completamente il campo, soprattutto per evitare difficoltà a chi inizia a conoscere la nuova comunità ed intraprende un compito ecclesiale molto delicato. D’altronde anche in questo si vede lo stile del vero servizio: sei stato chiamato ad un compito, lo hai accolto e svolto ed ora vieni trasferito; quel ruolo non lo hai chiesto né ti sei proposto, l’hai fatto non asservendo alcuno a te (nemmeno perché eri soddisfatto di essere sempre al centro dell’attenzione), ora è terminato il tempo a tua disposizione e ritorni “soldato” semplice. Non si dice sempre che un sacerdote vale per ciò che è e non per ciò che fa? Certamente oggi i 75 anni non sono quelli di dieci anni fa e un uomo può giungervi anche con una ancor buona salute: spetterà quindi al vescovo comprendere la situazione ed affidare gli incarichi e i pesi che il prete è ancora capace di portare. Ma per il resto direi: Largo ai giovani!
E invece i laici quando vanno in pensione dal loro lavoro che fanno? Niente. Un prete va in pensione a 75 anni e poi continua in altre forme il suo ministero (dire che è ‘padre’ è davvero troppo!!!!). Un vescovo pure continua in altre forme, e magari viene prorogato fino a 78 o anche 80. E poi comunque come emerito ha sempre un ruolo. I laici invece vanno in pensione e non contano più niente, ammesso e non concesso che abbiamo contato qualcosa prima. Soprattutto se parliamo di personale che ha lavorato nelle strutture centrali o diocesane. Ergo, l’articolo è parziale, molto parziale, perchè non considera l’area di privilegio, vero e proprio, che hanno preti e vescovi, a causa di uno ‘status’ che comunque non finisce o non si conclude con l’età del pensionamento.