
Sono dodici le firme contenute in questo libro. Dodici tra studi e testimonianze che hanno per tema il monachesimo orientale, stato di vita che ha dato alla Chiesa ortodossa una mirabile serie di santi teologi e di venerati maestri di spirito.
L’affermazione che apre il testo è emblematica: «Il monachesimo della Chiesa rappresenta un fenomeno sconvolgente».
Sorto nella Chiesa dopo le sanguinose persecuzioni dei primi secoli del cristianesimo, esso si configura come «martirio della coscienza».
I monaci, sia che scegliessero la vita solitaria sia che vivessero in monastero, si obbligavano a una vita ascetica che conduceva alla purificazione dell’anima-intelletto-cuore. «I monaci – scrive Pavlos Ioannou – sono gli apostoli e i testimoni/martiri della perfezione evangelica. I martiri imitavano il Cristo crocifisso e i monaci-asceti imitano alla lettera i consigli del Vangelo». San Giovanni Damasceno scrive che il “martirio della coscienza” è più difficile del “martirio del sangue”, perché «più lungo e penoso».
Capostipite indiscusso del monachesimo è Antonio il Grande (la nostra liturgia lo celebra il 17 gennaio con il titolo di “abate”). Egli è il padre degli anacoreti (coloro che si ritirano dal mondo). I primi si rifugiarono nel deserto egiziano.
Accanto a costoro, si sviluppa il monachesimo cenobitico inaugurato dall’egiziano Pacomio. Tale monachesimo prevede alcuni momenti di vita comunitaria (cenobio), ma anch’esso pratica l’ascesi di tutto il movimento anacoretico: povertà, castità, obbedienza, preghiera incessante, rifiuto di tutto ciò che è mondano, umiltà, dominio di sé e delle proprie passioni.
A dare fondazione teologica e a strutturare solidamente il monachesimo fu Basilio Magno, il quale scrisse norme e regole che disciplinarono la vita dei monasteri.
Con particolare cura viene descritto il monachesimo che si vive nei 20 monasteri posti sul “Monte Santo”, cioè sulla penisola dell’Athos. In essi convivono diverse etnie, un internazionalismo esemplare. Tutti i monasteri fanno capo al Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. L’Athos costituì un baluardo contro la violenta ondata di islamizzazione del territorio. A giudizio dell’estensore del relativo capitolo, nei monasteri dell’Athos «la vita santa e la sobrietà-vigilanza sono state portate ad altezze impressionanti».
Nelle pagine del testo molte sono le definizioni del monachesimo. Eccone alcune: «Il monachesimo è una testimonianza continua del senso della vita dell’uomo…, è una continua ricerca del Regno di Dio…, è una manifestazione del Regno nel mondo…, è una testimonianza incessante, ma altresì una protesta, di fronte al pericolo che la relazione dell’uomo con Dio diventi una relazione convenzionale». Inoltre, il monachesimo, oltre a essere custode e garante della vera fede, tiene vivo il pensiero delle realtà ultime contro il pericolo di un cristianesimo mondanizzato e secolarizzato.
Sintetica la definizione del monachesimo data da Basilio Magno: «Il monachesimo non è altro che “vita conforme al Vangelo”». Nel contributo a firma di Dimitrios Tseleggidis il monachesimo appare principalmente come «quell’istituzione nel cui alveo il Dio trinitario è glorificato e adorato giorno e notte, il Vangelo è vissuto in modo autentico e la nuova vita in Cristo è alimentata».
Per raggiungere questo traguardo, l’esistenza del monaco «deve mutarsi in fiamma. Il monaco deve continuamente ardere ed essere incendiato da questo fuoco, che è increato», «deve fare a pezzi la morte, il diavolo e il peccato entro i confini dell’esistenza personale… Chi entra nella vita monastica è chiamato a sostenere una lotta titanica, gigantesca contro questi grandi nemici dell’uomo, per acquisire la percezione della vita eterna».
Non dobbiamo però pensare alla vita del monaco come un continuo tormento. Egli deve mirare al raggiungimento della pace interiore, della tranquillità dell’animo. Questo traguardo viene chiamato “esichia” (calma, quiete). Tale stato lo mette in armonia con sé stesso, con Dio e con il creato. Accostandosi a questo monaco, «non si trova qualcosa di sovrumano, ma qualcosa di profondamente umano, umile, che infonde serenità e consolazione». «Il monaco non affoga nelle preoccupazioni e fa silenzio per parlare con Dio, per accogliere Dio stesso e, di conseguenza, per amare anche l’uomo». E amarlo con una intensità che dà le vertigini. Scrive, infatti, san Nilo Asceta: «Beato il monaco che, dopo Dio, considera tutti gli uomini come dio».
Il nostro testo contiene una parte intitolata “Allocuzioni a neomonaci e a neomonache”. Sono discorsi indirizzati agli aspiranti monaci o monache al momento della tonsura. Non esenti da una certa enfasi, questi discorsi sintetizzano in maniera efficace la severa bellezza del diventare monaci o monache, le virtù da acquisire, le tentazioni contro cui combattere, l’anelito costante all’unione con Dio. Spesso a questi aspiranti alla vita monastica viene ricordata l’importanza del nome che viene loro imposto: Silvano, Callinico, Gabriele, Policarpo… come modelli da imitare.
Purtroppo in uno di questi sermoni il predicatore si è lasciato andare ad un’affermazione ingiustificata e sgradevole. Per magnificare il monachesimo ortodosso, «gloria e vanto della Chiesa», ha parlato del monachesimo occidentale definendolo «malato» e lontano dalla teologia «rivelativa, profetica, apostolica e patristica» del monachesimo della Chiesa ortodossa. Come esempio di tale “deviazione” indica gli ordini mendicanti e gli ordini cavallereschi!
A parte questa unica stonatura, le quasi 400 pagine raccontano di un’avventura spirituale – quella del monachesimo ortodosso – ricca di fascino, davvero “sconvolgente” dal punto di vista umano, divina e umanissima allo stesso tempo. I rimandi ai grandi monaci del passato, alle loro profonde riflessioni, al loro anelito alla “deificazione”, li fa sentire davvero come uomini abitati da Dio, tanto che ci si sente trasportati in un mondo “altro”, sovrumano, spirituale.
A rendere coinvolgente la lettura contribuisce la traduzione dei testi greci da parte di Antonio Ranzolin, una traduzione fluida, scorrevole, gradevole di testi che richiedono una perfetta padronanza, oltre che della lingua, anche della teologia e della spiritualità ortodossa.
Ancora una volta, la coraggiosa editrice Asterios ci permette di gustare testi spesso poco conosciuti ed esperienze originali della vita dei nostri fratelli ortodossi. Lunga vita alla “Piccola Bibliothiki”!
- AA.VV., Monachesimo. Testimonianze ortodosse. Traduzione dal greco di Antonio Ranzolin, Piccola Bibliothiki 78, Asterios Editore, Trieste 2026, pp. 378, € 29,00, EAN 9788893133326.






Storicamente le Chiese autocefale orientali hanno eletto i loro vescovi attingendo dalla loro tradizione monastica. Di conseguenza il monachesimo orientale ha gravi responsabilita’ nella coltivazione del cesaropapismo di queste stesse chiese con tutto quello che ne e’ conseguito nella loro storia e nella storia della Chiesa. Forse solo la Chiesa Nestoriana dopo il concilio di Calcedonia per motivi di forza maggiore storici e geografici se ne e’ sottratta. Per le altre chiese parla la storia e l’attualita’.
In Grecia ogni prete non sposato è canonicamente monaco, non vive in monastero ma nella famiglia di origine e si possono incontrarli spesso al bar a quasi tutte le ore che non siano quelle del pasti o del risposo pomeridiano. In più sono tutti archimandriti e pretendono di essere padri spirituali. Ne ho trovati molti così durante i lunghi soggiorni fatti per anni in Grecia
Beh, il fatto che si possono trovare spesso al bar mi sembra un punto da non disprezzare…qualche mangione e beone ci farebbe comodo (sto cercando un emoticon ma il sito ne è sprovvisto)
Un insigne professore, molto osservante, dell’Università di Atene ironicamente li chiamava “i vitelloni dell’Ortodossia”
Come siamo permalosi… perché sarebbe una stonatura? Non e che ha toccato un nervo scoperto? Voi latini avete avuto un exploit di ordini con regole, regolette, congregazioni con presunti “carismi” che ora si stanno sciogliendo come neve al sole mentre il nostro monachesimo respira ancora a pieni polmoni
“ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo; e io di Apollo; e io di Cefa; e io di Cristo. Cristo è forse diviso?”. Queste sì sono parole profetiche, san Paolo le scrisse circa duemila anni fa e a vedere come ancora oggi ci si innervosisce tra cristiani di diversa appartenenza ecclesiale (ciascuno convinto di essere “migliore e più autentico”), si capisce che aveva ragione, purtroppo…….
E continuiamo pure a raccontarci la storia della straordinaria epopea del monachesimo, specie ortodosso. Per carità, tale storia è ricca di personaggi e intuizioni umane e spirituali straordinarie, ma anche di drammatici e terribili chiaroscuri, specie se si verifica la reale concretezza della vicenda storica del monachesimo (basterebbe dare un’ occhiata alle attuali vicende relative di monaci non proprio evangelici spudoratamente schierati per i conflitti armati che dilaniano l’ortodossia). . Farei più attenzione a equilibrare teoria e prassi quando si parla di monachesimo anche per non accreditare l’idea (storicamente falsa e discutibile) che si tratti della “via evangelica” per eccellenza