Vite digitali

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Le tecnologie dell’informazione hanno smesso di essere semplici mezzi di comunicazione e si sono trasformate nel nostro contesto esistenziale. L’ambiente digitale, affascinante e per molti aspetti ancora inesplorato, segnato da confini sempre più incerti tra reale e virtuale, è una vera e propria rivoluzione culturale. Essa condiziona l’esperienza individuale e sociale e deve essere compresa a fondo, se si vuole che le persone riescano a riappropriarsi di uno sguardo più contemplativo sulla realtà con l’obiettivo di equilibrare l’ecosistema della comunicazione, donando profondità alla parola, spessore all’ascolto e autenticità al dialogo tra le persone. Di questo si occupa l’intervista a Giovanni del Missier, teologo moralista e docente alla Accademia Alfonsiana, autore del saggio Vite digitali (EDB, 2020), che riprendiamo di seguito.

copertina

  • Quale rivoluzione culturale hanno scatenato le tecnologie dell’informazione?

Il fulcro del libro è la convinzione che l’avvento delle nuove tecnologie dell’informazione ha prodotto un cambiamento antropologico radicale per il quale noi abitiamo in un “nuovo mondo” generato dalla commistione tra natura e tecnica, tra reale e virtuale, i cui confini si intersecano e si contaminano reciprocamente in un mix inedito che mette alla prova il nostro modo di “abitare sotto il cielo”. Ciò significa che dobbiamo pensare ai dispositivi digitali (e forse a tutta la tecnologia con cui conviviamo) non come fossero semplici strumenti di uso (utensili) che assumono una connotazione etica a partire dal loro impiego buono o cattivo, ma come una dimensione che trasforma in profondità la nostra esistenza e che co-determina il nostro modo di fare esperienza del mondo. Abbiamo alle spalle un cambiamento epocale senza ritorno, del quale dobbiamo ancora prendere piena coscienza: viviamo ormai in un ambiente connotato dalla tecnologia che interagisce costantemente su di noi, perché mentre la usiamo, assorbiamo le sue caratteristiche, ci sottoponiamo alle sue regole e da essa veniamo trasformati anche nelle dimensioni più propriamente umane che ci caratterizzano. Riflettere in termini etici su quanto sta accadendo significa porre la questione di come continuare a essere autenticamente umani anche nel mondo tecnologico-digitale.

  • In che modo l’ambiente digitale condiziona l’esperienza individuale e sociale?

Come sarebbe stato il confinamento causato dal coronavirus senza le risorse tecnologiche di cui disponiamo? Certamente sarebbe stato tutto molto diverso, perché è evidente che le nuove tecnologie dell’informazione influiscono sul nostro modo di comunicare, di gestire i rapporti interpersonali, di passare il tempo, di intrattenersi e di informarci… Sono delle risorse che facilitano l’interazione e l’esplorazione, ma nel confinamento ci siamo resi conto che non possono supplire in tutto e per tutto all’incontro presenziale, in carne e ossa. Qui emerge un limite su cui è opportuno riflettere: la relazione mediata dalla tecnologia comporta sempre una riduzione rispetto all’evento poiché la somma delle informazioni veicolabili – per quanto ampia ed esauriente possa essere – non coincide mai con l’evento simbolico dell’incontro dei corpi, del contatto della presenza. Qualcosa di simile si può dire anche della costruzione della propria identità individuale mediata dai social network: il profilo on line è certamente più ricco della nostra carta d’identità, ma assomiglia molto a una vetrina nella quale ci esponiamo allo sguardo altrui più che presentarci quali realmente siamo. Come influisce tutto questo sulla costruzione della nostra immagine personale, sulla nostra identità e su quella in formazione dei nostri adolescenti? Ugualmente l’accesso all’informazione senza mediazione giornalistica e la possibilità di pubblicare qualunque notizia anche senza competenza pongono serie questioni sul nostro modo di conoscere i fatti e di concepire la verità… Tutte domande che non troverebbero risposta sui motori di ricerca, perché richiedono una certa pazienza intellettuale per condurre una riflessione seria e non scontata, temi che il libro cerca di approfondire con agilità.

  • Che cos’è la (post-)verità?

È una modalità di comunicazione in cui conta più l’aspetto emotivo che la corrispondenza con la realtà dei fatti comprovati. Il problema è legato al fatto che il mondo digitale presenta un’alta componente di attivazione emotiva perché manca del simbolismo del corpo: moltiplichiamo le emoticons perché ci manca l’espressività del volto e l’interazione empatica in presenza; mettiamo in piazza (digitale) i nostri segreti più intimi perché percepiamo la povertà simbolica di una interazione solo virtuale; ciò che appare sensazionale e spettacolare attira l’attenzione e molti siti fanno soldi collezionando migliaia di click da parte dei cercatori di sensazioni… Durante le nostre navigazioni digitali non siamo sempre consapevoli di queste e di altre dinamiche tipiche della rete, così può capitarci di rimanere isolati in vere e proprie “bolle informative” dove ci giungono solo messaggi che confermano le nostre posizioni anche se erronee; possiamo trovarci a frequentare circoli autoreferenziali che emarginano opinioni differenti e che tendono a estremizzare le posizioni, fino ad assumere atteggiamenti violenti ed aggressivi. È chiaro che ci manca consapevolezza e auto-formazione, soprattutto in termini di etica del discorso e della comunicazione: ciò non deve stupire trovandoci in un mondo nuovo, per molti versi ancora inesplorato; e il libro intende offrire una mappa orientativa per evitare grossolane imprudenze o errori che pur compiuti nella sfera virtuale non mancano di avere conseguenze spiacevoli nel mondo reale, talvolta anche penali e finanziarie.

  • Quale sfida pongono alla democrazia i Big data?

Siamo così preoccupati della nostra privacy che in internet rendiamo manifesta senza particolari problemi una mole immensa di informazioni che ci riguardano da vicino!!! A questo paradosso se ne aggiunge un altro: quello che noi pubblichiamo gratuitamente viene raccolto e messo sul mercato a caro prezzo per condizionare i nostri gusti e le nostre preferenze. Se si tratta di acquisti, una certa frequentazione con la pubblicità ci rende abbastanza guardinghi, almeno noi adulti… Ma se si tratta di opinioni politiche? Sembra che non ci sia altrettanta avvedutezza nel pubblico che spesso rimane affascinato da messaggi populisti, complottisti o emotivamente caricati, appositamente confezionati a partire dalla profilazione dei dati che noi stessi abbiamo sparso lungo i canali della rete. L’accesso a un’informazione equilibrata e verificabile è fondamentale per la formazione dell’opinione pubblica che è coinvolta nei processi democratici: per questo esistono leggi che regolano le campagne elettorali, la verifica delle fonti di informazione, la responsabilità delle testate giornalistiche, perché il gioco democratico è delicato e la posta è alta. Chi possiede l’accesso ai big data può condizionare fortemente la formazione dell’opinione pubblica, può agire in modo non del tutto corretto sui cittadini attraverso un’informazione non del tutto rispettosa della persona e può accadere che gruppi di pressione, lobby economiche e perfino potenze straniere si intromettano alterando i processi democratici di una nazione. Nel corso degli ultimi anni si sono verificate interferenze in più di 40 elezioni e nel referendum del Brexit: dati che non lasciano indifferenti.

  • Quali problematiche affronta una cyberteologia?

Non si dà esperienza di fede se non all’interno di una cultura. La nostra cultura è ormai digitale. Dunque è inevitabile che la teologia debba assumere un profilo digitale, se vuole rivolgersi alle persone di oggi. Ciò implica un ripensamento dei codici comunicativi, dei modi di intendere la comunità credente, delle forme celebrative e catechetiche, del senso stesso della info-sfera nel mistero della salvezza cristiana, della responsabilità dei credenti che si muovono in rete. Per me due sono le analogie che possono illuminare in nuovo sforzo di evangelizzazione che deve essere rivolto al mondo digitale: il passaggio del Cristianesimo dal contesto ebraico a quello greco-romano del I sec. e l’evangelizzazione delle Americhe. Si tratta di processi complessi, non privi di errori, che hanno richiesto uno sforzo notevolissimo di confronto e di riflessione per l’inculturazione del Vangelo in ambiti nei quali esso era sconosciuto. Oggi sappiamo che tale sforzo ha dato i suoi frutti e che il Vangelo ha messo radici, nella nostra vecchia Europa e nelle terre al di là dell’Atlantico, con forme originali e feconde che fanno risplendere la fede cristiana nella molteplicità di lingue e di culture diverse. Saremo capaci anche noi, navigatori del terzo millennio, di impiantare il Vangelo nel nuovo mondo caratterizzato dalle tecnologie digitali dell’informazione? Questa è la posta in palio della cyberteologia: affascinante e impegnativa!

Giovanni Del Missier (1968), teologo moralista, professore consociato presso l’Accademia Alfonsiana di Roma dove si è occupato di bioetica sociale, morale familiare ed etica dei new-media. È anche docente invitato presso le Pontificie Università Lateranense, Gregoriana e Urbaniana di Roma. Ha pubblicato con EDB: Per il bene possibile della coppia. Sessualità, dilemmi etici e vita reale (2019 – coautore con Massaro e Contini); Vite digitali. Comportamenti umani e sfide della rete (2020). L’intervista è apparsa su www.letture.org il 1 giugno 2020.

 

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