Condanna a morte per Bashir al-Assad

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Atef Najib, ex capo del Dipartimento per la sicurezza politica nella zona di Daraa durante il regime di Bashar Assad, seduto al banco degli imputati durante un’udienza del processo presso il Palazzo di Giustizia di Damasco (foto LaPresse).

Nabil al-Lao, siriano, vive in Italia dal novembre del 2013 ed ha recentemente conseguito la cittadinanza italiana. È docente universitario. Lo abbiamo interpellato sulla notizia della condanna a morte in contumacia comminata all’ex presidente Bashar al-Assad.

– Caro Nabil, nell’intervista che ci hai concesso in aprile, ci parlavi dei «regolari» processi che stavano «timidamente» iniziando a carico di alcuni collaboratori di Assad arrestati in Siria. Cos’è accaduto nei mesi trascorsi?

Avevo usato l’avverbio «timidamente» perché le autorità siriane – compresa quella giudiziaria – si stavano muovendo con molta prudenza al fine di affermare una nuova pace sociale dopo il repentino rovesciamento del regime criminale di Bashar al-Assad. Ma forte era e resta l’attesa diffusa nella gente di Siria perché sia fatta giustizia. Chi – come me – legge nei “social” siriani ne è testimone.

In questi tempi, è stata coniata in Siria la formula linguistica «giustizia transitoria» che, così tradotta, letteralmente, in italiano, non rende in maniera efficace tutta l’attesa che c’è in Siria perché i responsabili delle torture e dei massacri perpetrati dal regime di Assad siano giudicati, presto e pubblicamente.

Vedere e sapere tante persone ancora libere, la gran parte all’estero, “fare la bella vita”, magari sotto la tutela della Russia e di Hezbollah in Libano – da parte delle famiglie distrutte dalla perdita di figli, mariti, parenti e beni – è qualcosa di veramente insopportabile. Per questo, in questi mesi, le nuove istituzioni siriane hanno dato impulso ai processi avviati, anche con avvisi, convocazioni, richieste di estradizione.

Nel mentre, sono state poste a giudizio due figure emblematiche, fisicamente presenti al banco degli imputati: l’ex generale Atef Najib, al tempo capo dei servizi di sicurezza nella città di Dar’a, culla della rivoluzione siriana contro il regime, e l’ex Gran Muftì Ahmad Badr al-Din Hassoun, già principale autorità religiosa sunnita del Paese.

– Quali le imputazioni per queste persone?

Atef Najib è ritenuto responsabile diretto della repressione e dei morti della “primavera araba” siriana nel 2012, con torture – anche su minorenni – e massacri nella città di Dar’a, nel sud della Siria, verso il confine con la Giordania.

Mentre Hassoun, da Gran Muftì, ha sempre, pubblicamente, promosso e giustificato la prassi cruenta dell’esercito del regime di Assad, in ciò coadiuvato dai militari russi di Putin e dai Pasdaran e Hezbollah dell’Iran.

Per l’ex generale, il Tribunale è giunto alla sentenza di condanna a morte, mentre il giudizio per Hassoun è ancora in corso, ed è molto atteso. Anch’io lo attendo con trepidazione.

Lo stesso processo istruito a Najib ha coinvolto l’ex Presidente Bashar al-Assad, il fratello di Bashar, Maher – che, a capo della principale divisione dell’esercito, si è reso responsabile dei massacri dei civili, oltre che delle distruzioni, nelle città di Aleppo e Damasco (ma non solo) – e altri capi dello Stato Maggiore del regime: tutte queste persone sono state condannate a morte, necessariamente, in contumacia; l’unico arrestato, presente, per cui è prevista l’esecuzione della condanna, ad oggi, è Najib. Il 18 agosto è stato condannato a morte anche un altro cugino di Assad, Wassim al-Assad.

***

– Com’è stato condotto questo processo?

Si è trattato di un «regolare» processo, secondo la Costituzione e il diritto dello Stato siriano; un processo “alla luce del sole”. Dall’Italia, io stesso ho potuto seguirlo online in tutte le sue fasi: è stato un processo con una regolare accusa e con una regolare difesa. Ho assistito ad ore e ore di testimonianze “a viso aperto”, e ad alcune “a viso coperto”, per ragioni di sicurezza dei testimoni.

Ho assistito ad ore e ore di filmati e registrazioni a documentazione e riprova dei fatti avvenuti, dal 2012 sino al 2024. Centinaia di siriani hanno testimoniato: particolarmente “forti”, indescrivibili, le testimonianze dei genitori dei ragazzini di Dar’a, catturati alle prime proteste e alle prime scritte comparse sui muri della città, sottoposti a torture per responsabilità diretta di Najib, e tornati alle loro case, in gran parte, dentro le bare.

Per chi ha vissuto, dal di dentro, queste vicende, queste condanne sono molto importanti: rappresentano la realizzazione di quella «giustizia transitoria» tanto attesa dal popolo, dalla gente che ha subìto, in tutti questi anni, tutto ciò.

– Qual è stata la motivazione della sentenza su Najib, su Bashar al-Assad e sugli altri gerarchi?

La sentenza pronunciata dal giudice ha correttamente invocato tutti gli articoli interessati del Codice penale in vigore e – cosa, a mio avviso, molto rilevante anche a livello internazionale – l’articolo 8 del Trattato o Statuto di Roma ove si tratta dei “crimini di guerra” che dovrebbero essere perseguiti e sanzionati ovunque nel mondo.

Tengo a evidenziare che il diritto penale siriano proviene, in origine, dal diritto romano e poi, con qualche modifica, non sostanziale, dal diritto francese. La Costituzione del nuovo Stato siriano è stata approvata tra il 1946 e il 1947, al termine del “mandato” francese sulla Siria, che è durato 25 anni.

– Perché stai insistendo molto sulla «regolarità» del processo?

Mi sta a cuore evidenziare che la giustizia «transitoria» che ha prodotto questo giudizio non è una giustizia straordinaria, ossia fuori dall’ordinario, cioè fuori dalla norma: non è il portato della rabbia della vendetta, e neppure il frutto di un diritto “primitivo”.

So che il presidente del tribunale che ha emesso la sentenza – già giudice della Repubblica in precedenza – era stato lui stesso estromesso e perseguitato dal regime di Assad e condannato a morte per aver preso le parti della povera gente nel suo Paese. Perciò era fuggito. Posso dire di averlo sempre visto, nelle riprese in Tribunale, molto tranquillo, molto obiettivo, fedele alla Costituzione e alla legge, mai animato da sentimenti di rivalsa. Ritengo che abbia seguito con scrupolo tutta la procedura formale, “alla virgola”.

Ci tengo poi a dire che, in tale giudizio, la Sharia – la cosiddetta legge sacra dell’Islam – non c’entra proprio nulla.

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– Faccio tuttavia fatica, Nabil, da cristiano, in Italia, a trovare giusta la pena di morte.

La Costituzione siriana, nel ’47 come oggi, prevedeva, per i crimini di guerra, la pena di morte, ma non diversamente da gran parte delle Costituzioni e delle legislazioni vigenti nei Paesi occidentali, Italia compresa.

In Italia, per questa motivazione, la pena di morte è stata abolita solo nel 2007, in Francia nel 1981, in Spagna nel 1978. Sappiamo che la pena di morte è tuttora in vigore in 27 Stati USA. In Russia è solo apparentemente sospesa, per effetto di uno stratagemma posto in Costituzione. In Cina, e altri Paesi, c’è, eccome: più di 80 Paesi su 193 conservano la pena di morte per vari reati, in specie per i crimini di massa.

La Siria non ha abolito la pena di morte: non ne ha avuto neppure il tempo e le condizioni per poterlo fare. Forse un giorno ci arriverà. Oggi, per i crimini di guerra e contro l’umanità – atroci – che sono stati commessi, solo a pochissimi anni di distanza, ciò è impensabile.

– Come è previsto che venga eseguita la pena capitale?

L’esecuzione è prescritta per impiccagione “in pubblica piazza”. Da 60 anni la gente di Siria non assiste ad esecuzioni di questo tipo. Torture e mattanze – al di fuori di ogni legge e di ogni senso di umanità – sono avvenute, a migliaia, ma nel buio delle prigioni di Assad.

Ricordo, quand’ero ancora ragazzo, qualche esecuzione fatta così, in piazza: ma non ho visto mai direttamente, perché non ho voluto vedere. Ricordo le foto sui giornali.

Oggi penso che il popolo siriano voglia davvero vedere realizzata, pubblicamente, in piazza, l’esecuzione della sentenza su Najib. So che i genitori dei ragazzini torturati e uccisi – presunti autori delle scritte sui muri della loro scuola media, «dottore (con riferimento a Bashar, oftalmologo), è il tuo turno: vattene!» – stanno chiedendo che l’esecuzione di Najib avvenga nella pubblica piazza di Dar’a.

 – Tu, Nabil, come hai reagito alla sentenza, specie nei confronti di Bashar al-Assad?

Ho lasciato la Siria nell’agosto del 2013 e sono stato anch’io testimone dei fatti che oggi determinano queste sentenze, almeno per un anno, dal 2012 al 2013. Sono stato toccato nella mia stessa grande famiglia dalle persecuzioni e dalla guerra. Ho lasciato il mio Paese proprio a causa del regime di Bashar al-Assad. Oggi ci posso ritornare.

Nella parte meridionale della Siria – a Homs, Hama, Qseir, e in altre parti del Paese – ci sono ancora fosse comuni da aprire: il nuovo governo ha invocato l’intervento dell’ONU, con le sue Commissioni internazionali, perché le fosse siano aperte e verificate, e siano riconosciuti in tutto il mondo i crimini inimmaginabili che sono stati commessi da parte del regime, di Hezbollah libanese dei miliziani sciiti iraniani.

Trovo quindi le sentenze – e la sentenza di condanna per Bashar al-Assad in primo luogo – del tutto giustificate: giuste.

***

– E, di fronte alla condanna a morte, personalmente, come ti poni? Come ti senti?

Penso di condividere la sensibilità che muove la tua domanda. Di fronte alle condanne a morte non mi posso, certamente, sentire “bene”. Ma la mia risposta è ugualmente “forte”: sento che queste condanne a morte sono giuste, ed è giusto – per quanto anche doloroso anche per me – darvi esecuzione.

La sentenza di condanna a morte è giusta, in particolare, per Bashar al-Assad, perché gli ordini venivano indubbiamente da lui. Quegli ordini hanno fatto un milione di morti, milioni di profughi – interni ed esterni – città e villaggi distrutti… e un’economia al collasso.

Queste sono, dunque, sentenze che rendono un po’ di giustizia al martoriato popolo siriano. Chiaramente questa è una giustizia, molto parziale, quella che è possibile fare qui in terra.

Da laico, nato e cresciuto in una cultura musulmana sunnita, borghese, moderata e aperta, spero che esista un’altra giustizia, completa: quella del Signore-Iddio. Invito a non dimenticare che nella cultura semitica, millenaria, della mia terra e di tutto il Medio Oriente è profondamente radicato il detto occhio per occhio, dente per dente, presente sia nella Bibbia che nel Corano.

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