
Nabil al-Lao, siriano, vive in Italia dal 2013. È docente universitario. Nel febbraio di quest’anno ha conseguito la cittadinanza italiana. Per la prima volta – dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad – può rispondere alle nostre domande sulla Siria con la sua identità. L’intervista è curata da Giordano Cavallari.
– Caro Nabil, cos’hai provato e pensato, dall’Italia, nel dicembre del 2024, quando hai saputo della caduta del regime di Bashar al-Assad e della sua fuga dalla Siria?
Ero contento. A causa di quel regime, io ho perso i miei beni e la mia dignità di cittadino siriano. La mia famiglia, rimasta in Siria, ha perso – pure – tutti i beni. A mia sorella è stato ucciso il marito. Tantissime famiglie siriane hanno perso molto di più: mogli, mariti, fratelli, sorelle, figli… oltre che case e beni.
Ho condiviso i sentimenti della stragrande maggioranza del popolo siriano. Ho pensato alla caduta del regime come a una nemesi storica, a una sorta di “vendetta divina”, di giudizio più alto della storia, tanto che avrei voluto vedere Assad davanti ad un giusto tribunale nazionale e/o internazionale, per essere giudicato, secondo il diritto, per i crimini atroci che ha commesso. Confido ancora – col mio popolo – che ciò, un giorno, possa avvenire.
L’immagine della fuga è rappresentativa: è scappato dal suo Paese, dal suo popolo, dopo averlo falcidiato, torturato, martoriato. Non poteva che scappare senza alcuna dignità.
– Cosa sai di Assad? Dov’è? Cosa fa?
Si trova a Mosca, “protetto” dal suo alleato e complice, Putin: non dimentichiamo che Putin è il principale responsabile dei 1.098 giorni ininterrotti di bombardamenti su Aleppo, tra il 2014 e il 2016, giorni di morte e di distruzione totale.
La Russia era l’unico Paese in cui potesse andare e che avesse interesse ad ospitarlo, ma a certe condizioni: non è infatti un ospite gratuito e libero; sta letteralmente pagando la sua ospitalità – dopo essersi portato via tanti soldi rubati al popolo siriano – ma non è certo libero di andare dove vuole; non penso sia mai andato a farsi un giro per le strade di Mosca e che mai possa farlo.
Sua moglie è gravemente malata, vorrebbe farsi curare in Europa, in Inghilterra, ma ciò non è possibile, perché nessuno vuole gli Assad.
Cosa fa? Pare che passi il tempo a giocare con la play-station nel suo appartamento di lusso, o meglio, nella sua prigione dorata: una fine davvero misera, paragonabile a quella di altri dittatori sanguinari. Ma – come ti ho detto – io spero che questa non sia la sua fine, bensì che venga un giorno portato dinnanzi ad un regolare giudizio, nazionale e internazionale. È il popolo siriano a chiederlo.
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– L’attuale governo di al-Shaara, tuttavia, intrattiene rapporti con la Russia di Putin. Quali?
Il popolo siriano certamente non ha dimenticato i bombardamenti di Aleppo, così come non ha dimenticato tutto ciò che ha subìto a motivo della complicità tra Assad e Putin. La Russia non è percepita come un paese amico della Siria. I sentimenti dei siriani nei confronti dei russi sono di “rabbia e frustrazione”.
Ma al-Shaara – che è stato a Mosca già dalla fine dell’anno scorso – sa bene che i sentimenti di rabbia e di frustrazione non giovano al suo governo. Il suo pragmatismo politico lo porta a valutare gli interessi generali del Paese che, per ragioni ovvie, storiche, sin dai tempi dell’Unione Sovietica, sono legati a quelli della Russia: sono legami di carattere strutturale, da cui non si può prescindere, specie dall’oggi al domani; ad esempio, l’esercito siriano è ancora dotato di armi di fabbricazione sovietica; la formazione militare è rimasta sostanzialmente di stampo russo-sovietico.
Cambiare questa realtà da un giorno all’altro non è possibile, perciò al-Shaara si sta muovendo con la Russia di Putin in maniera molto pragmatica e prudente. Sa bene poi che la Russia è membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: i veti che la Russia è in grado di porre in quella sede potrebbero avere conseguenze pesanti sulla futura evoluzione della Siria.
Del resto, anche la Russia ha bisogno di intrattenere rapporti col nuovo governo siriano per poter mantenere certe posizioni nell’area mediorientale: l’esempio più evidente è costituito dalle due basi militari russe sul Mediterraneo. Quelle basi ci sono ancora, ma almeno oggi sono oggetto di trattativa e di remunerazione per la Siria, non più di imposizione, come prima.
– Rispetto a Russia e Stati Uniti, la nuova Siria come si sta posizionando?
È indubbio che con la caduta del regime di Assad e l’avvento del governo di al-Shaara sia avvenuta una svolta rispetto alle grandi potenze: oggi la nuova Siria “parla” molto più americano – e turco – di quanto non “parli” il russo.
La Russia ha “perso” definitivamente la Siria – in primo luogo sul piano politico-culturale – da quando si è posta a fianco di Assad per massacrare il popolo siriano. Per quanto mi consta, non potrà darsi un recupero.
– Gli Stati Uniti sono il principale alleato dello Stato di Israele. Come si pone la Siria oggi – nelle guerre in atto – rispetto ad Israele?
Inutile dire che il rapporto tra Siria e Israele è molto complesso e delicato. Israele tiene un comportamento molto aggressivo nei confronti della Siria. Basti dire che la prima reazione di Israele alla caduta di Assad – nel momento di maggiore di incertezza e di fragilità del Paese – è stata quella di entrare nello spazio siriano per colpire e distruggere tutto ciò che c’era di importanza strategica e militare.
Israele persegue in Siria lo stesso disegno che sta scrivendo in Libano, con l’allargamento delle zone di influenza – quelle che si dicono zone “cuscinetto” – creando sempre maggiori rischi di scontro. Dopo il Golan – che per le Nazioni Unite resta territorio siriano – la mira di Israele è di occupare un’altra parte del territorio siriano, strumentalizzando i drusi.
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– La nuova Siria ha la capacità di fronteggiare Israele?
Certamente no, né – mi pare – abbia la volontà di farlo. Al-Shaara appare molto pragmatico e prudente anche nei confronti dell’aggressività di Israele, e aspira ad un accordo di pace, anche se un accordo con Israele può apparire “umiliante” per il nostro Paese.
– E rispetto ad Hezbollah e alla guerra di Israele in Libano, la Siria come si pone?
Il regime iraniano – con l’Hezbollah libanese – è stato l’altro grande alleato di Assad. Anche Hezbollah è responsabile del massacro del popolo siriano a maggioranza sunnita. Questo non lo dimentichiamo. Perciò ritengo impossibile un aiuto siriano ad Hezbollah per colpire Israele, come, del resto, ritengo impossibile un aiuto siriano ad Israele per colpire Hezbollah.
Il governo siriano ha pubblicamente affermato di non voler andare a “regolare conti” con Hezbollah in Libano, in primo luogo per il rispetto che deve al legittimo governo libanese.
– Il governo di al-Shaara ha effettiva sovranità su tutto il territorio siriano?
Sino a pochi mesi fa, avrei detto “no”. Ora posso dire che gran parte del territorio è tornato parte della Siria-Madre. Direi che “fuori controllo”, come accennato, c’è solo la parte sud, la parte drusa, manovrata da Israele.
Sino a poco tempo fa, c’era una parte “nord” controllata dai miliziani curdi – da cui gli ultimi scontri armati –, ma è recentissimo l’accordo che integra i miliziani curdi nell’esercito siriano, così come attribuisce ai curdi compiti e responsabilità in “posti chiave”. Io penso che questo sia un accordo giusto e importante per l’integrità della Siria.
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– Ci chiarisci le questioni dei drusi e dei curdi?
I drusi in Siria costituiscono circa il 3% della popolazione totale. Israele non appoggia la loro causa per “amore” dei drusi. Solo avviene che, in parte della popolazione drusa, Israele abbia trovato la “pretesa” dell’autonomia dalla Siria, pretesa che non ha alcuna ragione geografica e soprattutto economica. Ora questa popolazione è “mantenuta” da Israele; ma sino a quando?
Voglio spendere qualche parola che ritengo importante per il popolo curdo. È importante che i lettori capiscano. Io ritengo i curdi parte integrante e costitutiva del popolo siriano. L’accordo di cui ti dicevo viene da tale presupposto. I curdi sono stati storicamente perseguitati e discriminati: è vero, ma non dall’attuale governo. Le grandi persecuzioni sono avvenute ad opera del partito Ba’th, sia nell’Iraq di Saddam Hussein, che nella Siria della famiglia Assad.
Qual è la storia dei curdi? Andiamo indietro nel tempo. Un tempo la nostra terra si chiamava “Assiria”, la Mesopotamia del nord. Comprendeva, oltre all’attuale Siria, il Libano, la Giordania, la Palestina e una parte dell’attuale Iran. I popoli che la abitavano erano semiti; le loro lingue erano semitiche (siriaco, aramaico, ebraico antico, arabo…). Da 3.500 anni in questa terra si parla in “semitico”. L’eccezione è costituita da un popolo indoeuropeo, di origini nomadi, pastorizie, di lingua indoeuropea: il popolo curdo appunto. Provenivano dal Kurdistan – la “terra dei curdi” – e sono stati pacificamente ospitati. Per questo dico che ora sono parte integrante e costitutiva della Siria. E che il governo fa bene a tenere conto delle loro specificità linguistiche e culturali.
Per questo ritengo che l’accordo raggiunto poche settimane fa sia una buona cosa, perché prevede, non solo l’integrazione dei curdi nell’esercito e in posti chiave, ma anche il diritto di insegnare e di imparare la lingua curda, di festeggiare la festa annuale, di ottenere documenti siriani – carte e passaporti – come ogni cittadino siriano, a pieno titolo.
Sul piano dei diritti e del diritto il conflitto coi curdi è finito. E io penso che lo sia davvero.
– Ci vuoi dire degli alawiti, l’etnia della famiglia Assad? Cosa è successo loro?
Gli alawiti costituivano l’8,6% della popolazione siriana: oggi, percentualmente, un po’ di più. È una minoranza che il regime di Assad ha reso suo strumento – suo “ostaggio” – per esercitare il potere dispotico su tutti i siriani; alawiti al servizio di Assad si trovavano in tutti i posti del potere, specie nell’esercito e nei numerosi servizi segreti controllati personalmente da Assad.
È naturale il risentimento popolare percepito nei loro confronti. Ciò spiega – ma non giustifica – certi fatti di sangue che sono avvenuti sulla costa, quella maggiormente abitata dagli alawiti. Io penso e spero che tutto questo sia finito. Il risentimento dei siriani non è per ogni alawita. Chi ha commesso cose gravi va giudicato col giusto processo. Chi non ha fatto niente va rispettato. Il risentimento non è personale, è contro quel regime e contro quella ideologia di morte che il regime ha interpretato.
– Questi giusti processi sono iniziati?
“Timidamente”. Ma è passato ancora troppo poco tempo, rispetto alle enormità che sono accadute. La gente che reclama giustizia non è soddisfatta di questa situazione, “per niente”. Solo ogni tanto, ancora, qualche responsabile, viene fermato e consegnato alla giustizia.
Tieni conto che le principali figure complici sono scappate, come è scappato Assad: chi in Russia, chi in Libano, chi in Paesi africani. Di queste figure abbiamo un elenco dettagliato, pubblicato. Ma la giustizia nei loro confronti ancora tarda.
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– Isis e terrorismo islamico sono ancora operanti in Siria?
Sai che l’Isis non è un’unica realtà: sono riconosciute almeno quattro forme del cosiddetto Stato Islamico. Alcune sono scomparse, altre sopravvivono. C’era un Isis dei combattenti provenienti dall’estero: ora non c’è. C’era un Isis direttamente al servizio del regime di Assad nei pressi di Damasco: ora non c’è più. C’era un Isis iraniano e uno iraqeno (per conto di Daesh). Qualche cellula sopravvive – una si trova nel deserto di Palmira – ma non preoccupa più.
– La minoranza religiosa cristiana come è vista e come è trattata?
Tu sai della “protezione” che il regime di Assad ha “offerto” alla minoranza cristiana, attraverso i vescovi e i sacerdoti. Alcuni di questi si sono lasciati “stringere” da questo abbraccio mortale. La popolazione ha visto questo: una certa complicità, anche se non si può parlare di complicità in fatti di sangue; la gente ha visto che le famiglie cristiane, al contrario di quelle sunnite, non sono finite a vivere sotto le tende. Ma la popolazione ha visto anche sacerdoti coraggiosi farsi oppositori del regime. Ne ricordo solo uno – padre Dall’Oglio – che ho conosciuto personalmente.
Io penso che non ci sia nessun rischio oggi per i cristiani, in quanto cristiani, in Siria. I cristiani sono nel nostro Paese dalle origini del cristianesimo, in convivenza pacifica, prima col paganesimo, poi con l’Islam. Io penso che la Siria possa confidare nella convivenza religiosa storica, pacifica e multireligiosa.
– Il fanatismo religioso è davvero scomparso?
Alcuni fatti – che ritengo circoscritti – possono suscitare la tua domanda. Ma sono sicuro che il fanatismo religioso non appartiene affatto alla società siriana. I cristiani, come tutte le minoranze, possono vivere tranquillamente in Siria.
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– La gente come sta ora?
I siriani hanno trovato la libertà, e questo è un grande motivo di soddisfazione. Ma, in un senso economico, la gente non sta affatto bene. Il costo della vita è esorbitante. Il prezzo dell’energia è insostenibile per troppe famiglie. La gente spera in una ripresa produttiva che, purtroppo, non ci sarà domani. Ma la gente spera e ha voglia di fare, cosa che prima non c’era.
– I profughi stanno tornando dalla diaspora?
Prima della caduta del regime il numero complessivo di profughi – secondo l’ONU – era di 13.700.000 (su una popolazione totale stimata in 23/24 milioni): un numero enorme, un numero e una percentuale, probabilmente, mai visti prima. 1.200.000 siriani stanno tornando dal Libano in fiamme: la maggioranza abitava nei quartieri poveri ed era ed è sotto le bombe di Israele. Dalla Giordania, pure, stanno tornando. Dalla Turchia una parte è tornata.
– Anche dall’Europa?
In Europa abbiamo il caso emblematico della Germania che ha accolto circa 1.400.000 profughi, già dall’inizio della guerra. Al-Shaara ne ha parlato con Merz a fine marzo scorso: ha detto che, quando la Siria sarà tornata alla “normalità” economica, l’80% dei profughi potrà tornare a casa; Merz ha colto l’occasione per affermare che l’80% dei siriani può già tornare in Siria; ma, a quel punto, sono stati molti cittadini tedeschi a reagire dicendo che i professionisti siriani inseriti nel settore medico (e non solo), sono attualmente indispensabili al sistema-Germania. Quindi, al momento, non c’è alcun rientro significativo da là.
A frenare, c’è anche il tema delle famiglie e dei bambini siriani inseriti nelle scuole in Germania. Se la Germania e altri Paesi europei vogliono davvero favorire il rientro e aiutare la ripresa della Siria – questa è una mia proposta – dovrebbero finanziare scuole di doppia lingua nelle principali città siriane, per i bambini e per i ragazzi siriani.
– Il governo di al-Shaara sta incoraggiando il rientro dei profughi?
Il governo non può che auspicare il ritorno dei siriani alla propria terra, ma sa bene di non essere in grado, per ora, di offrire granché. La terra siriana è stata “bruciata” e, per renderla ancora feconda di attività produttive, serve tempo.
Il governo, quindi, ha la volontà, ma non ha, da sé, le risorse, neppure tecniche, per rimettere in moto l’economia. Tieni conto che, per riprendere, si deve, letteralmente, scavare tra le macerie e rifare le infrastrutture, prima ancora di ricostruire case, aziende e servizi.
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– Chi sta aiutando la Siria?
Il solo aiuto evidente è quello della Turchia, per tante ragioni: la Siria ha mille chilometri di confine con la Turchia e ci sono i 3.700.000 di siriani fuggiti e ospitati là. C’è una classe di siriani che sta contribuendo all’economia turca, ci sono tanti siriani che offrono manodopera vantaggiosa alle imprese turche, ma ci sono anche tanti siriani poveri e mal tollerati che, secondo i turchi, dovrebbero tornare in Siria.
La Turchia sta aiutando, ma l’aiuto dovrebbe essere la politica di tutta l’Europa e della Comunità internazionale, e questo non c’è.
– La Siria sarà mai una democrazia?
La democrazia era e resta nelle attese della nostra “primavera”, soprattutto da parte dei giovani. Ma la democrazia è da conquistare e poi da coltivare. Oggi non si può certamente dire che sia stata raggiunta la democrazia in Siria. Avverrà – per quel che ti ho detto – attraverso un processo lungo, più o meno.
Oggi però c’è una libertà di espressione che prima non c’era. Sono io stesso sorpreso nel vedere che la gente può andare liberamente in strada a manifestare per i prezzi dei generi alimentari. C’è dunque, mi pare, la volontà di andare nella direzione della democrazia, da parte di questo governo e soprattutto del popolo siriano.
– Come vedi al-Shaara, questo uomo tanto discusso in Occidente per il suo passato?
Ho studiato per mesi il suo linguaggio, i suoi discorsi, le sue apparizioni: è, per me, un uomo che legge molto e che parla poco; un uomo che sa mantenere una postura ferma in mezzo a situazioni difficili e caotiche. Dà la sensazione di riuscire, a poco a poco, a mettere sicurezza.





