La pax americana e il futuro del Medio Oriente

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Ci sarà un accordo? Per ora sembra a quasi tutti più sì che no. Nell’attesa di sapere cosa preveda nel dettaglio la tregua tra Stati Uniti e Iran, una prima domanda si può porre: a che cosa è servita questa guerra? Quale vittoria avrebbe ottenuto la superpotenza americana?

Due fatti oggi sono indiscutibili: il “regime change” non c’è stato, anzi molti dicono che l’attuale regime iraniano sia più compatto del precedente. Poi, si ricorderà, abbiamo letto una dichiarazione ufficiale, sui social, dei Donald Trump: “Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente accadrà” – questo dopo aver detto “li riporteremo all’età della pietra”. Difficile dimenticare.

Ci sono capitoli molto importanti di cui si scrive da ore, ma sui quali non entro perché quanto scritto in queste ore può essere non accurato, potrebbe essere modificato nelle prossime ore o addirittura potrebbe saltare. Di certo sappiamo che del nucleare si parlerà dopo la firma del cessate il fuoco a cui seguirebbero 60 giorni di negoziati. Poi si potrà dire cosa emergerà.

Intanto si vedrà su tutto il resto, a partire da Hormuz, dove l’Iran dice che manterrà il diritto di pedaggio, che non c’era. Si vedrà inoltre se l’Iran (che lo esclude) prenderà impegni sul disarmo delle milizie, sul suo programma missilistico. Tra le indiscrezioni di cui è pieno il mondo c’è molto altro. Ovvio che se Trump dice di aver vinto anche gli iraniani lo dicano. Poi vedremo: quando ci sarà l’ufficialità capiremo chi avrebbe vinto di più. Ma ciò che tutto il mondo aspetta è la riapertura di Hormuz.

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A me sembra che comunque non abbia vinto l’impostazione di Netanyahu. Se davvero l’intesa, se andrà in porto, prevedesse anche il cessate il fuoco in Libano e Israele non lo rispetterà, come è stato affermato, viene da chiedersi se questo esito non possa finire col costituire un ulteriore problema, oltre che un dramma (come Gaza, la Cisgiordania, la Siria, l’Iraq, lo Yemen).

Già l’idea di un accordo sul cessate il fuoco (sempre positiva) in Libano senza il Libano appare curiosa, anche considerando che c’è un negoziato in atto tra Israele e Libano con la mediazione degli Stati Uniti. Cosa dirà il mediatore a quei negoziatori? E cosa dirà all’alleato che già dice che non lo rispetterà?

Il libanese Joumblatt dice di non credere a Washington, sempre pronto a sostenere Israele. Si vedrà anche questo. Ma l’iraniano Ghalibaf ha già avvertito che gli accordi si rispettano.

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Sperando di esporre un pensiero non mio in modo onesto, provo a esporre un punto di vista molto diffuso e poi una contro-deduzione. Il punto di vista che cito è che l’Iran e le milizie a esso collegate sono i soli che hanno saputo opporsi all’emergere di una nuova egemonia israeliana nella regione.

Se guardiamo a quanto successo negli ultimi anni a me sembra che le milizie filo-iraniane abbiano fatto esattamente il contrario. Tutto è cominciato molto tempo fa, quando gli attentati suicidi ispirati da Teheran hanno mandato in crisi il processo di pace tra israeliani e palestinesi. Il seguito è noto, sventuratamente.

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Ma torniamo all’accordo, al cessate il fuoco: questa intesa come ci avvicinerebbe all’inevitabile epoca del ritiro americano? Leggo che i filo-americani ritenuti i più vicini a Israele nel mondo arabo, quelli di Abu Dhabi, hanno sbloccato 10 o 20 miliardi di dollari per l’Iran – 3 dei quali già sarebbero stati corrisposti a Teheran, ma Abu Dhabi nega, in cambio di un impegno di Teheran a porre termine agli attacchi contro gli Emirati.

Il passo va capito nel quadro complessivo: per alcuni è un modo per consentire agli Stati Uniti di risolvere un problema senza formalmente varcare le proprie “linee rosse”, almeno formalmente. Ma comunque non si manda l’idea di una vittoria. Inoltre Abu Dhabi avrebbe proposto ad altre due monarchie del Golfo di fare la stessa cosa.

Queste considerazioni, necessarie, esulano da ciò che tento di scrivere negli ultimi tempi. Ho cercato, leggendo e ascoltando qualche voce araba, di presentare il peso politicamente contenuto ma culturalmente forte e positivo delle società civili arabe che si oppongono a milizie e militarismi.

La sconfitta del ’67 ha creato tra tanti arabi il mito dell’uomo forte sperando nel riscatto dall’umiliazione, ma si sono via via anche consolidate altre voci, popolari, diffuse, che nei giorni della Primavera rimossa hanno trovato pochi amici e tanti assassini, anche nella loro stessa lingua.

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Il dopo pax americana non vede un nuovo protagonismo arabo. L’unico piccolissimo segno positivo è la decisione saudita di riaprire all’export libanese. Una prova di fiducia nello Stato che fa qualche vagito. Molto poco, ma sebbene sia poco val la pena di accennarlo.

Gli arabi hanno spostato il loro “cuore” nel Golfo, dove si è sposato il paradigma teocratico, per usare la felice espressione di papa Francesco. Ora io credo che gli arabi dovrebbero considerare non solo la ricchezza del Golfo, ma anche l’investimento di una sua parte per curare il loro “cuore mediterraneo”.

Il modello del Golfo, il “sistema Dubai”, ha subito un colpo e se si vuole evitare che questa guerra abbia l’esito di mettere in crisi politica, le corone, forse bisogna intervenire sul modello: il modello Dubai non rimpiazza il modello Beirut, non sostituisce il “cuore mediterraneo”.

Ma un cuore ha bisogno di sangue per battere. Ripensare il modo in cui si pensa al futuro, con le pipeline ma non solo, è un modo.

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