Teologia e Mediterraneo /1

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Pubblichiamo la relazione iniziale del convegno sulla teologia del/nel Mediterraneo svoltosi a Cosenza l’8 maggio 2026 dal titolo “Con tutti i naufraghi della storia” nell’ambito del festival Frontiere, in collaborazione con Caritas diocesana, Migrantes, ISSR di Cosenza e Università della Calabria.

La pubblicazione della lettera pastorale Tornarono a Gerusalemme con grande gioia (Lev 2026) del Cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha coinciso con l’anteprima del Festival “Frontiere” a Cosenza dedicata a temi del convegno del 21 giugno 2019 su “La Teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo”.

I due eventi convergono su più punti, a cominciare da proposte evangeliche di soluzioni alle tensioni sociali e ai conflitti interreligiosi nel Mediterraneo. In origine il convegno di sette anni fa si inseriva nel solco del processo inaugurato dalla Veritatis gaudium, la Costituzione apostolica che avrebbe voluto rinnovare l’insegnamento della teologia nelle istituzioni ecclesiastiche.

La vita delle persone

Papa Francesco accettò l’invito al convegno per parlare della necessità di una teologia dialogica e interdisciplinare, capace di confrontarsi concretamente con le trasformazioni storiche e culturali del presente. La teologia, secondo il Papa, doveva essere vicina alla vita concreta delle persone, per ascoltare le ferite della storia ed elaborare linguaggi nuovi per il nostro tempo.

Essa doveva svilupparsi “in rete”, dentro processi di ascolto reciproco tra culture e tradizioni religiose differenti per implementare modalità di conoscenza reciproca e porre segni concreti di integrazione interculturale e interreligiosa.

Da quel convegno partirono di fatto iniziative per avviare programmi-pilota di conoscenza reciproca e favorire l’integrazione nelle scuole della diocesi di Teggiano-Policastro dove erano attivi centri di accoglienza per migranti.

Gli interventi di ebrei e mussulmani al convegno, d’altra parte, volevano proporre una teologia non solo interdisciplinare, ma interconfessionale. La Verità, in questa prospettiva, non si impone attraverso sistemi chiusi, ma si lascia cercare nell’incontro e nel dialogo.

Uno degli aspetti peculiari della teologia del Mediterraneo era il metodo, che intreccia dialogo interreligioso e analisi delle esperienze migratorie, esegesi biblica, riflessione teologica, filosofia e sociologia, arte e impegno concreto per la giustizia sociale e la pace.

Il convegno anticipò di qualche mese l’enciclica Fratelli tutti, nella quale Papa Francesco parlava di fraternità come risposta alla “globalizzazione dell’indifferenza”. Il contributo specifico della teologia nel Mediterraneo a questa enciclica consisteva nell’offrire un orizzonte simbolico e antropologico particolarmente radicato nella realtà.

L’attualità della Parola di Dio non può prescindere dal suo contesto originario. Somiglianze e differenze tra l’originario contesto socio-religioso della parola di Dio e i contesti di nuove epoche e diverse aree geografiche, mettono in luce l’interconnessone evangelica, nei segni dell’attualizzazione della fraternità, e permettono di interpretarne l’attualità.

Pratiche della fraternità

In questo contesto si parlò di “fraternità resiliente”, intesa non come semplice ideale etico, ma come pratica concreta di relazioni capaci di resistere alle logiche di esclusione sempre più diffuse. La resilienza non consiste nella semplice resistenza alle difficoltà, ma è la capacità di trasformare le ferite storiche e relazionali in luoghi di rinnovamento umano e spirituale.

Una fraternità è resiliente quando riesce a custodire relazioni di prossimità anche dentro contesti segnati dalla paura, dalla conflittualità e dall’incertezza; quando diventa capace di implementare le interconnessioni e immaginare relazioni nuove tra popoli e persone di culture e religioni diverse.

Il fenomeno dell’interconnessione è una caratteristica delle società del Mediterraneo, come l’hanno spiegata esponenti dei metodi delle scienze sociali per lo studio della storia delle prime comunità cristiane. L’“inter-connessione” tra le comunità dei discepoli di Gesù si è rafforzata con la formazione di un nuovo gruppo dopo la crocifissione e resurrezione del Maestro, nel cambio di orientamento: dalle aspirazioni e attese escatologiche e politiche che caratterizzava il gruppo dei primi discepoli, alla comunanza dello stile di vita dei membri (ebrei e pagani) delle comunità fondate da Paolo.

La fonte principale di questa proposta è la teologia giovannea. Attraverso una rilettura del vangelo secondo Giovanni nel suo contesto, è possibile individuare nelle attese di novità del tempio attestate nei testi della bibbia ebraica e nelle loro interpretazioni la profezia di una umanità trasformata e rinnovata.

Alcuni testi rabbinici e della letteratura intertestamentaria spiegano il ruolo del Messia in relazione al tempio e presentano il Messia in relazione al tempio futuro. A Qumran la comunità escatologica è paragonata al tempio. Tutta l’umanità, nelle tradizioni intertestamentarie e rabbiniche, può essere intesa come il tempio escatologico che per il vangelo secondo Giovanni è il corpo di Gesù, la sua umanità: rivelazione dell’amore reciproco e gratuito del Padre.

L’incarnazione del Logos e il dono dello Spirito del risorto sono così il fondamento di una antropologia relazionale: Dio non salva l’umanità dall’esterno, ma entra nella storia umana e la trasforma, ne assume la fragilità e inaugura una nuova forma di prossimità.

L’evento dell’incarnazione diventa il modello di una umanità capace di accogliere tutti, anche gli svantaggiati e gli esclusi, di abitare le differenze e trasformarle in comunione reciproca. Nei racconti giovannei, l’accoglienza produce continuamente trasformazione: pensiamo al dialogo con la samaritana, e al perdono dell’adultera. Questi episodi non sono soltanto narrazioni spirituali, ma rappresentazioni di una possibile convivenza fondata sulla reciprocità e la cura.

La nuova umanità che nel quarto vangelo è il futuro del tempio e il tempio futuro è rappresentata per esempio dal gesto di amore di Maria di Betania e nasce precisamente dalla convinzione che l’identità umana non si costruisce nella chiusura, ma nella cura e nelle relazioni gratuite. L’umanità di Gesù rivendica la presenza gloriosa del Padre nella storia degli afflitti e delle vittime: dell’arroganza religiosa, dell’ingiustizia, dell’odio gratuito, e dell’ambiguità politica. L’accoglienza di questa umanità è la comunione con la gloria del Padre e l’attualizzazione della pace messianica.

L’altro necessario

L’accoglienza diventa allora una categoria decisiva della teologia nel Mediterraneo. L’altro non è una minaccia da neutralizzare, ma una presenza che contribuisce a definire il nostro essere umani, come spiega il Patriarca di Gerusalemme nella lettera pastorale.

In questo senso la fraternità non è una raccomandazione morale per la vita sociale, ma una categoria antropologica e teologica fondamentale, spiegata nel quarto vangelo canonico con la simbologia delle feste ebraiche. Durante una festa delle Tende, o delle Capanne ― in ebraico Sukkòt ― Gesù nel quarto vangelo parla del futuro del tempio con le immagini bibliche dell’acqua e della luce, per offrire la partecipazione alla sua umanità e la fraternità che ne deriva. In questa festa e in questo modo Gesù parla della realizzazione delle profezie, del compimento delle attese escatologiche, e spiega un significato ulteriore delle celebrazioni della festa: l’accoglienza della Parola di Dio simbolizzata dall’acqua e dalla luce, come connessione alla sorgente della vita, generazione di figliolanza, offerta di liberazione, dono di fraternità e testimonianza dello Spirito.

Gesù compie la reciprocità delle relazioni che caratterizza la fraternità profetizzata con la purificazione del tempio e implicata dalla rivelazione e dall’incarnazione della Parola di Dio (e dalla venuta del Regno), rendendo il credente partecipe della sua vita, e della sua comunione all’amore del Padre.

La partecipazione alla vita di Gesù, e alla fraternità profetizzata prima con la purificazione del tempio e poi con la simbologia dell’acqua ― nel vangelo di Giovanni e in testi delle religioni monoteiste ― si compie reciprocamente, in comunione con il creato e le creature come testimonianza e opera dello Spirito santo. Questa antropologia biblica diventa particolarmente attuale nell’epoca in cui gli sviluppi tecnologici dell’intelligenza artificiale fanno interrogare sull’essenza e sul futuro dell’umanità.

Una umanità e una fraternità resiliente non consistono in una omologazione delle differenze né in un universalismo astratto, ma nella relazionalità e nella capacità di costruire comunione dentro la pluralità. La fraternità evangelica non elimina le differenze culturali, religiose o identitarie; le rende luogo di arricchimento reciproco.

La novità antropologica proposta da questa teologia consiste proprio in questo: l’essere umano viene definito a partire dalla capacità di entrare in relazione con l’altro. La fraternità diventa il criterio attraverso cui ripensare tanto la vita ecclesiale quanto quella sociale e politica.

Immaginare la convivenza umana: il meticciato

Prima della “rete teologica”, la teologia del mediterraneo proponeva una visione dell’umano fondata sulla reciprocità, sulla vulnerabilità condivisa e sulla possibilità di trasformare le ferite della storia in occasioni di comunione.

In un tempo segnato da rapidi progressi tecnologici, dalle guerre e dalla tentazione di muri culturali e identitari, recuperare questo orizzonte può restituire alla teologia una funzione evangelica e umanizzante: aiutare a immaginare e a costruire forme nuove di convivenza umana, che ripudiano la logica del più forte e del più ricco ― che disprezza l’alterità se non è servile, compiacente o conveniente.

La fraternità resiliente che traduce nella pratica la teologia nel mediterraneo promuove l’incontro col diverso, l’accoglienza dello straniero, il dialogo, la conoscenza reciproca e l’impegno comune per la convivenza pacifica.

Al convegno sulla teologia dopo Veritatis gaudium nel Mediterraneo, che fu occasionato dall’incontro in Vaticano con il Presidente israeliano Rivlin (figlio del traduttore del Corano in ebraico moderno), papa Francesco propose il mediterraneo come paradigma teologico di una nuova umanità e come luogo narrativo e simbolico nel quale ritrovare la propria vocazione originaria all’incontro.

Francesco definì il mediterraneo “mare del meticciato”: luogo nel quale popoli, religioni e culture sono chiamati a confrontarsi con le grandi questioni della convivenza umana, delle migrazioni, della pace e del dialogo; un luogo teologico nel quale le differenze non devono essere negate né assolutizzate, ma attraversate dentro un orizzonte di fraternità. Egli chiese una teologia che rende ragione della speranza tracciando modalità per vivere la prossimità, per costruire ponti tra culture e religioni, e curare le ferite della storia a partire dal contatto concreto con la vita delle persone.

Accogliere e perdonare

Gli aspetti politici e sociali della teologia, come fu pensata all’epoca di quel convegno, sette anni fa, concorrono con le visioni teologiche di politiche che ne sono l’esatto contrario. Rispetto a queste, per la teologia nel Mediterraneo l’esperienza della resurrezione di Gesù e il dono del suo Spirito permettono di accogliere la rivelazione della Parola di Dio e il compimento del tempo della salvezza nell’accoglienza del diverso e nel perdono del nemico.

Con questa rivelazione è possibile riconoscere la testimonianza dello Spirito, celebrare l’attualizzazione del compimento delle profezie, discernere i segni dei tempi e vedere l’attualità della salvezza. L’accoglienza, in questa prospettiva e secondo questo orizzonte, significa lasciarsi trasformare dalla presenza dell’altro, superando la paura che alimenta le logiche di esclusione che generano emarginazione sociale, alimentano l’odio e i conflitti e producono frammentazione.

La lettera pastorale di Pizzaballa suggerisce che la teologia nel Mediterraneo può ripartire dal centro del conflitto, da Gerusalemme che è un paradigma della contemporaneità: attraversata da pluralità religiose, disuguaglianze e tensioni identitarie, ma anche luogo nel quale può maturare una possibilità di incontro e di riconciliazione.

A Gerusalemme

In questo senso Gerusalemme diventa simbolo della condizione umana globale: una frontiera fragile e insieme generativa, nella quale si decide il futuro della convivenza umana. Ne era profondamente convinto il Cardinal Martini, e nonostante guerre, violenze e ostinate chiusure ne è ancora convinto il Patriarca dei latini.

Gerusalemme può diventare laboratorio di una civiltà dell’incontro per recuperare una teologia dell’accoglienza. Non si tratta di una utopia ingenua né di un universalismo astratto, ma della speranza del Vangelo che nella luce (interiore) del risorto fa vedere nella vulnerabilità condivisa il fondamento di una fraternità possibile. Gesù è risorto a Gerusalemme, e a Gerusalemme si vedono anche segni di fraternità resiliente, di una giustizia profetica che ha messo in cammino la pace.

In definitiva, sette anni fa la teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del mediterraneo proponeva una visione dell’umano fondata sulla relazione, sulla vulnerabilità condivisa e sulla capacità di costruire comunione dentro le differenze.

La nuova umanità rivelata ― a Gerusalemme ― dalla glorificazione di Gesù si diffonde con la consapevolezza che nessuna identità può salvarsi da sola: una umanità rinnovata dalla presenza dello Spirito del risorto e capace di custodire la relazione anche dentro la fragilità, la pluralità e la crisi. Questa umanità è un processo storico che si concretizza profeticamente ogni volta che la giustizia coincide con la pace, e la verità si fa con misericordia; ogni volta che le ferite diventano occasione di incontro e di accoglienza, anziché motivo di divisione.

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