Lettera a un migrante

ceuta-bertolone11

Caro amico senza nome,

con la lettera a Ulisse ho cominciato a raccogliere, con gratitudine e inevitabile modestia, una felice intuizione di Albino Luciani. In Illustrissimi egli conversava con i grandi della storia e della letteratura per parlare, con semplicità, agli uomini del proprio tempo. Non desidero imitarne soltanto la forma: vorrei, alla sua maniera, partire dalle vicende degli uomini per lasciarvi risuonare una parola di Vangelo.

Pensavo che sarebbe stato difficile trovare un altro destinatario: tremila anni di racconti hanno fatto di Ulisse un compagno dell’umanità. Di te, invece, non possiedo neppure il nome. Sei vivo, eppure mi sei più lontano di un personaggio dell’Odissea. La difficoltà non viene dal tempo, ma dalla distanza che noi abbiamo lasciato crescere.

Ti chiamo “amico” con esitazione, perché non so nulla della tua vita. Ignoro la lingua nella quale hai pronunciato le prime parole, il luogo dal quale sei partito, il lavoro che facevi, la persona alla quale hai promesso di telefonare. Potrei conoscere soltanto la rotta: il deserto, la Libia, il Mediterraneo. È poco per scriverti e, forse, proprio per questo devo farlo.

Le cronache parlano di sbarchi, flussi, quote, rimpatri. Sono parole necessarie quando si deve governare un fenomeno complesso. A forza di parlare al plurale, però, abbiamo dimenticato il singolare. Si discute dei migranti e tu scompari. Rimangono il numero degli arrivi, il costo dell’accoglienza, le preoccupazioni per la sicurezza; non la tua voce.

Ulisse

Mentre scrivevo a Ulisse ho pensato anche a te. Nell’Odissea egli arriva sulla riva dei Feaci stremato, coperto di salsedine e irriconoscibile. Le ancelle di Nausicaa fuggono; la giovane principessa resta e ricorda loro: «Straniero, vengono tutti da Zeus, gli ospiti e i mendicanti». Gli fa dare un mantello, cibo e acqua; soltanto dopo ascolta il suo racconto.(1) Nausicaa non conosce l’uomo che ha davanti e non sa ancora se debba fidarsi. Non risolve in anticipo ogni domanda. Comprende, però, che alcune necessità vengono prima: salvare, coprire, nutrire, ascoltare.

Omero non conosceva le migrazioni contemporanee e Nausicaa non governava una frontiera. Mi colpisce però che Ulisse, prima di essere riconosciuto come re, abbia avuto bisogno dell’ospitalità offerta a uno sconosciuto: anche lui fu un uomo comparso dal mare e capace di suscitare paura.

La Bibbia che leggo da una vita racconta un Dio che chiama. Chiama Abramo, Mosè, Samuele, Maria. Per bocca di Isaia dice: «Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni» (Is 43,1). Gesù presenta il buon pastore come colui che chiama le pecore «ciascuna per nome» (Gv 10,3). Maria di Magdala riconosce il Risorto quando lo sente pronunciare: «Maria!» (Gv 20,16). Per la fede cristiana il nome esprime una storia che non può essere scambiata con un’altra.

Tu invece vieni spesso chiamato “flusso”. Comprendo il linguaggio degli uffici, ma non posso accettare che diventi il nostro unico modo di guardarti. Dietro quella parola vi sono persone che ricordano una casa, pregano nella propria lingua e continuano a preoccuparsi per chi è rimasto lontano. Restituire il nome a un morto significa permettere alla sua famiglia di conoscere la verità della sua sorte. Chiederlo a chi è giunto vivo significa riconoscere che porta con sé una storia più grande del bisogno nel quale lo incontriamo.

Nella grotta del Ciclope, Ulisse disse di chiamarsi Nessuno. Per lui quel nome fu uno stratagemma, scelto per salvarsi e abbandonato appena il pericolo fu superato. Tu puoi diventare nessuno senza averlo deciso. Se il mare ti prende, rischi di rimanere una cifra aggiunta alle precedenti; in qualche cimitero una lapide potrebbe riportare soltanto una data e le parole «migrante non identificato». Lontano, una famiglia continuerebbe ad aspettare senza conoscere la tua sorte. L’anonimato che per Ulisse durò una notte, per te potrebbe non avere fine.

Lampedusa

A pochi mesi dall’elezione, l’8 luglio 2013, papa Francesco raggiunse Lampedusa. Pregò per i morti e parlò della «globalizzazione dell’indifferenza». Riprese le domande poste da Dio all’inizio della Genesi: «Adamo, dove sei?» e «Caino, dov’è tuo fratello?». Disse che l’abitudine alla sofferenza altrui finisce per sottrarci perfino la capacità di piangere.(2)

Quelle parole, caro amico, non erano rivolte soltanto ai governanti. Raggiungevano la coscienza di ciascuno, anche la mia. È comodo attribuire tutto alla politica, all’Europa, ai Paesi di partenza o alle organizzazioni criminali. Le loro responsabilità sono reali e gravi. L’indifferenza, tuttavia, può abitare anche una casa tranquilla, una redazione, una parrocchia. Entra quando ascoltiamo il numero dei morti, proviamo dispiacere per pochi minuti e poi lasciamo che la notizia venga cancellata dalla successiva.

«Dov’è tuo fratello?» è una domanda che non mi permette di considerarti completamente estraneo. Caino tenta di sottrarsi: «Sono forse io il custode di mio fratello?». Dio non accetta la sua difesa. Quando la Chiesa parla delle migrazioni non aggiunge un po’ di umanitarismo alla propria dottrina. Cerca di essere fedele a una fraternità che viene prima delle simpatie, delle appartenenze e delle convenienze.

Anche il popolo della Bibbia ha dovuto impararlo. Abramo parte; Giuseppe viene condotto in Egitto; Israele riceve il comando di non opprimere lo straniero, ricordando di esserlo stato (cf. Es 23,9). Quando offre le primizie, l’israelita confessa: «Mio padre era un Arameo errante» (Dt 26,5). La fede gli impedisce di cancellare la propria origine e gli domanda di ricordarla quando incontra chi viene da fuori.

Nel Vangelo Gesù bambino viene portato in Egitto per sfuggire alla persecuzione di Erode (Mt 2,13-15). Non ogni vicenda migratoria può essere sovrapposta alla fuga della Santa Famiglia: le cause e le condizioni giuridiche sono differenti. Tuttavia, il Figlio di Dio ha conosciuto la precarietà di chi deve lasciare la propria terra. E quando parla del giudizio finale dice: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Non si limita a raccomandare la compassione. Si identifica con lo straniero. Prima di applicare questa parola alla società e alla politica, devo permetterle di giudicare me.

Essere stato vescovo e avere predicato per tanti anni non mi dispensa da un esame di coscienza. Devo domandarmi se ho sempre avuto la pazienza di ascoltare chi veniva da lontano, o se qualche volta mi sono accontentato della categoria alla quale una persona era stata assegnata. La carità cristiana non consiste soltanto nel dare ciò che manca. Comincia anche dal riconoscere ciò che l’altro possiede e che può offrire.

Diritti e doveri

Non voglio descriverti soltanto come una vittima. Sarebbe un’altra maniera di non vederti. Porti capacità e responsabilità. Se hai diritto alla protezione, essa deve esserti riconosciuta; se vieni accolto, sei chiamato a rispettare le leggi, ad apprendere la lingua e a partecipare alla vita della società. Potrai lavorare, formare una famiglia, offrire la tua cultura e forse contribuire alla vita di paesi segnati dallo spopolamento. L’integrazione non richiede la cancellazione della tua origine; richiede legami e doveri verso la comunità che ti riceve.

So che, mentre ti scrivo, qualcuno penserà: «Non si possono accogliere tutti». È un’obiezione seria. Uno Stato deve governare le frontiere, stabilire condizioni d’ingresso, distinguere chi fugge da una persecuzione da chi cerca lavoro, garantire sicurezza e rimpatriare, nel rispetto della dignità e degli obblighi internazionali, chi non ha titolo per restare. Una comunità politica priva di regole espone soprattutto i più deboli a nuove ingiustizie.

Esiste però un limite che non dovrebbe essere oltrepassato. L’ingresso irregolare non cancella la dignità. Il soccorso di chi rischia la vita, l’esame delle domande di protezione, la tutela dei minori e la lotta alla tratta non possono dipendere dalla parte politica che governa. Le rotte irregolari non si fermano con le dichiarazioni. Occorrono cooperazione con i Paesi di origine e di transito, vie legali realistiche, corridoi umanitari, contrasto delle reti criminali e una responsabilità europea effettiva.

La dottrina sociale della Chiesa non consegna ai governi un programma già scritto. Offre criteri: dignità della persona, bene comune, solidarietà e sussidiarietà. Mi aiuta a non porre te contro i cittadini italiani più poveri. Le famiglie fragili delle nostre periferie e i migranti non dovrebbero contendersi risorse insufficienti. Abbandonare gli uni o gli altri prepara rancori che, in seguito, vengono attribuiti alla presenza dello straniero.

Non posso parlare sempre delle responsabilità altrui. Devo guardare anche la Chiesa che ho servito come sacerdote e vescovo. Parrocchie, religiosi, famiglie e associazioni hanno offerto alloggio, insegnamento della lingua, assistenza e amicizia, spesso senza clamore. Accade, però, che cattolici venuti da altri continenti partecipino alla stessa eucaristia e rimangano sconosciuti. Ci si scambia il segno della pace e si esce senza sapere il nome di chi era accanto.

Incontro, dialogo e missione

L’Istruzione Erga migrantes caritas Christi ha collocato le migrazioni dentro la storia della salvezza e le ha indicate come occasione d’incontro, di dialogo e anche di missione.(3) Questo non autorizza a fare proselitismo approfittando della debolezza. Chiede di testimoniare il Vangelo con rispetto e di riconoscere che chi viene accolto può diventare soggetto della vita ecclesiale. Le comunità immigrate portano talvolta nelle nostre chiese una freschezza della fede della quale abbiamo bisogno.

Francesco ha raccolto il cammino in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.(4) Non vorrei ripeterteli come una formula. Accogliere significa anzitutto non lasciarti morire. Proteggere chiede che i tuoi diritti non restino parole. Promuovere vuol dire offrirti la possibilità di studiare, lavorare e sostenere la famiglia. Integrare significa renderti parte della società senza chiederti di rinnegare la terra dalla quale vieni. Questi verbi riguardano le istituzioni, ma interrogano anche le comunità cristiane.

Dopo l’approdo comincia infatti un cammino lungo. Bisogna imparare la lingua, ottenere i documenti, cercare un alloggio e un lavoro, accompagnare i figli a scuola. Ci sono abitudini diverse e incomprensioni che non scompaiono con una dichiarazione di buona volontà. Chi accoglie deve evitare tanto la paura indiscriminata quanto l’ingenuità; chi è accolto deve comprendere che entra in una comunità con una storia, leggi e responsabilità condivise. L’integrazione si costruisce nel tempo, attraverso rapporti reali.

Dietro il tuo viaggio vi sono cause che nessun approdo può risolvere: guerre, persecuzioni, regimi corrotti, povertà, squilibri economici e trasformazioni ambientali. La politica deve risalire a queste cause e non limitarsi a gestirne gli effetti sulle nostre coste. Io posso compiere un gesto più piccolo, che non sostituisce le decisioni pubbliche: sottrarti all’anonimato e ascoltare ciò che hai da dire.

Chiamare per nome

Chiederti il nome non risolverà le migrazioni. Dopo il nome verranno domande difficili, diritti da riconoscere e doveri da assumere. Potranno esserci incomprensioni e perfino conflitti. L’incontro reale non produce sempre una storia edificante. Impedisce almeno di rinchiuderti nelle categorie assolute: tutti buoni o tutti pericolosi, tutti da accogliere o tutti da respingere.

Ulisse ritrovò Itaca perché, nonostante il tempo e il travestimento da mendicante, qualcuno seppe riconoscerlo. Il primo fu il vecchio cane Argo, che lo attendeva da vent’anni e morì dopo averlo rivisto.(5) Quel riconoscimento non risolse i problemi di Itaca e non restituì a Ulisse gli anni perduti. Gli disse però che non era diventato un estraneo nella propria casa.

Tu non cerchi un’Itaca immaginaria. Cerchi forse un luogo nel quale vivere senza paura, lavorare e mantenere i figli. Non so se l’Italia diventerà la tua casa o soltanto una tappa. So che non dovrebbe diventare la terra nella quale perdi definitivamente il nome.

Ho cominciato chiamandoti “amico” senza conoscerti. Non posso fingere che questa lettera ti raggiungerà davvero. La affido a chi la leggerà, perché provi a compiere un gesto semplice: fermarsi davanti a una persona venuta da lontano, ascoltarla e impararne il nome. Anch’io devo ricominciare da qui.

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[1] Omero, Odissea, VI, in particolare vv. 127-210.

[2] Francesco, Omelia nella visita a Lampedusa, 8 luglio 2013.

[3] Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Istruzione Erga migrantes caritas Christi, 3 maggio 2004, nn. 12-18 e 96-104.

[4] Francesco, Messaggio per la 104ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018, 15 agosto 2017.

[5] Omero, Odissea, XVII, in particolare vv. 290-327.

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