Un pensiero cattolico?

riccard-pensiero1

Foto di Adrian Harris.

“Riprendere il pensiero sull’uomo”. È questo l’argomento trattato dal professor Massimo Borghesi nel corso di uno dei dibattiti che si sono svolti al Meeting di Rimini – e che ha preso le mosse da una frase di Leone XIV citata dal moderatore dell’incontro, Alessandro Banfi: “la specie umana deve continuare ad abitare la terra?” (dall’introduzione del suo volume, antologico, sulla pace).

A questa domanda Massimo Borghesi ha risposto partendo dalla constatazione che, come nelle crisi precedenti, anche in questa il volto dell’uomo diventare enigmatico, oscuro. Chi è l’uomo? È stata la domanda che ci è posti dopo la Prima Guerra Mondiale, un conflitto durato cinque anni, quando l’Europa sembrava idealmente finita.

La domanda si ripete: chi è l’uomo, “chi sono io, chi siamo noi, noi europei, noi occidentali” che ci arriviamo dopo un passaggio repentino, come se da Erasmo da Rotterdam si fosse approdati a Thomas Hobbes, dalla pace universale, addirittura la fine della fame nel mondo entro il 2000, all’uomo guerriero.

***

Borghesi non ha sorvolato sull’importanza del 2001 nelle dinamiche politiche mondiali, ma ha posto al centro della sua riflessione una data precedente, il 1989. È cambiato il mondo o è cambiato l’uomo? Non lo sappiamo, ha osservato, perché a suo avviso non abbiamo più un pensiero dal 1989. “Sono più di quarant’anni che il pensiero ristagna, non è più coltivato, non serve” è considerato dannoso.  “Dopo l’89 l’Occidente vittorioso ha deciso che il pensiero era inutile”.

Prima il pensiero era considerato importante perché si sfidava il comunismo, ideologia e fede di milioni di persone, con un’altra ideologia: la sfida era valoriale, antropologica, l’Occidente era “la terra della libertà, della persona e dei diritti” davanti al materialismo sovietico. La sfida non era solo militare, era antropologica. Ora questo surplus di ideali appare inutile, “aggiungo un termine, dispendioso”.

L’odierna crisi di tutte le discipline umanistiche è per Borghesi una conseguenza dell’89. Dal 1945 al 1989 l’Europa si è costruita in base al compromesso tra illuminismo e cristianesimo. Poi è prevalso l’ideale tecnocratico. Si è detto che l’economia, il modello capitalista, il benessere, è ciò che unisce. Il titolo del famoso libro di Francis Fukuyama (La fine della storia e l’ultimo uomo) è stato citato come simbolo, riassunto di un’epoca e di una visione. È l’economia liberale che unisce il mondo, se tutti sono concentrati sul benessere le guerre non hanno più senso, la storia è finita.

Ne esce un modello antropologico che ha sancito nella sua analisi il tramonto del pensiero, imponendo una forma di pensiero. Anche questo è un pensiero, anche il pensiero che teorizza la fine del pensiero è pur sempre una forma di pensiero. Questo pensiero però ha imposto una forma di pensiero che ha escluso tutte le altre. Il titolo della famosa opera di Herbert Marcuse L’uomo a una dimensione diventa realtà dopo l’89: è l’uomo tecnico, tecnocratico, che ragiona solo per parametri di utilità e benessere.

È questa scelta politico-culturale che ha determinato la crisi europea, perché si è scelto questo modello, quest’uomo, economico, tecnico, utilitarista, competitivo, mentre “ogni ideale di solidarietà viene lasciato nell’angolo perché appartiene alla vecchia visione”. Così si illustra un bel paradosso: la fine del comunismo ha comportato la fine di ogni ideale solidale che viene qualificato come utopia. L’uomo vero è l’uomo competitivo, per la selezione. Quindi questo modello ha svuotato la politica e determinato la crisi del pensiero di cui oggi, davanti a un mondo pericoloso, segnato dalla manipolazione dei media, avvertiamo la mancanza.

***

Avremmo bisogno di un pensiero capace di dirci in che mondo viviamo, ma non ci sono più maestri: i giovani, le università, non hanno più maestri, cioè persone che aiutano a riflettere. Un anno fa è morto Jurgen Habermas, l’ultimo grande intellettuale europeo.

C’è oggi qualcuno da indicare come punto di riferimento? Questo vuoto riguarda anche il pensiero cattolico. Ecco il perché del titolo provocatorio del suo libro, Esiste ancora un pensiero cattolico?

Fino agli anni Novanta i maestri erano tanti: von Balthasar, De Lubac, Ratzinger e molti altri. Oggi? Dove sono i teologi, i filosofi, i letterati, gli artisti, dove sono? Ce ne sono, ovviamente, ma dove sono quelli che possono essere indicati da tutti?

Il pensiero cattolico è stato fecondo fino agli anni Sessanta, Settanta, ha contribuito a elaborare e permettere il Concilio Vaticano II. Poi, negli ultimi trent’anni, il deserto. Borghesi si è detto colpito dal fatto che l’arcivescovo di Milano, inaugurando l’anno accademico dell’Università Cattolica, ha detto più volte: “ci vorrebbe un pensiero”. I pensatori ci sono, manca un pensiero per il quale la fede orienti i cattolici, gli dia una prospettiva propria, che non si arrenda ai poteri o alle mode del momento, del mondo. Non c’è un pensiero sistematico e critico che non si arrenda ai poteri del mondo.

Così quando un papa è lasciato solo nella sua denuncia della guerra, che sia Giovanni Paolo II per l’Iraq o a papa Francesco per Russia e Ucraina, vuol dire che non c’è un pensiero cattolico. C’è solo un pensiero astratto che alla prova della storia si piega ai poteri reali.

Per Leone XIV serve un sano realismo, che eviti idealismo politico e cinismo. Al meeting ha detto che serve un realismo della misericordia: questo è un pensiero cattolico, ha osservato. Perché cala gli ideali dentro la storia. Invece abbiamo idealisti astratti, ovvi, che non servono a nessuno, o realisti che seguono i poteri del mondo. Un pensiero cattolico si cala dentro la storia, è incarnato: serve un realismo al servizio dell’ideale.

————————————

Probabilmente la sensazione del venire meno di un «pensiero cattolico», così come sembrerebbe denunciarlo Massimo Borghesi, è un’ulteriore conseguenza dello sguardo nostalgico con cui il cattolicesimo attuale sta attraversando, con estrema difficoltà, quel cambiamento d’epoca così lucidamente intravisto da papa Francesco. Ma mentre Francesco guardava a questo tempo come l’occasione per la genesi di un nuovo cattolicesimo che abita la storia umana, i cultori della «mancanza» sembrano intenderlo come la stagione dell’estinzione.

Se ho ben compreso come Riccardo Cristiano legge l’intervento di Borghesi, la questione potrebbe essere sintetizzata nei seguenti termini: il cattolicesimo occidentale, pur avendone la possibilità culturale (le risorse di un pensiero alto, con i suoi maestri), non è riuscito a opporre alcuna resistenza alla logica dominante delle potenze tecno-finanziare – anzi, ha finito con l’omologarsi a essa mancando di proporre un’alternativa non solo idealmente affascinante ma anche storicamente praticabile.

Certo, il pensiero è oggi merce rara, probabilmente perché inutile nel far funzionare il mondo tecno-digitale, sicuramente perché pericoloso per quelle potenze che lo governano a loro immagine e somiglianza.

Credo, però, che la Chiesa cattolica abbia contribuito di suo all’affievolimento di un pensiero diffuso e di qualità al suo interno. Questo fenomeno, però, va analizzato non con le lenti nostalgiche di quello che ci manca e prima, presuntivamente, avevamo; ma cercando di capire perché siamo arrivati a questo punto.

Ribalterei quindi la domanda: è mai esistito un pensiero cattolico che potesse essere indicato da tutti? È mai esistita una omogeneità culturale cattolica così pervasiva da poter sfociare in un pensiero guida globale (che sembra essere molto affine alla «Deutsche Leitkultur» su cui fa perno l’AfD in Germania)? Credo che la risposta onesta debba essere un pacato no.

Balthasar, de Lubac, Maritan, Rahner, e tanti altri potrebbero essere richiamati alla memoria, non sono stati pensatori di riferimento per tutti – ognuno di loro, o una combinazione tra loro, lo furono per alcuni cattolici e per altri no. Certo, hanno portato il «pensare cattolico» a livelli di diffusione oggi impensabili – ma il loro era un altro mondo rispetto a quello in cui vive oggi il cattolicesimo occidentale.

Se guardiamo alle cose in questo modo, ci si può accorgere che il Vaticano II non è la soglia di estinzione del pensiero cattolico: dopo di esso abbiamo avuto tutta una serie di figure alte di riferimento che hanno accompagnato e sostenuto non un generico e omogeneo pensiero cattolico, quanto piuttosto il pensare cattolico. Martini, Guiterrez, Hume, Lehmann, Verweyen, Ellacuría, Lafont, de Certeau – e centinaia di altri, fermandosi solo a coloro che non sono più tra noi.

Il fatto che alcuni, la maggior parte forse, di questi non sia «famosa» come quelli proposti dai cultori della mancanza, dice a mio avviso un’altra cosa: dice il rischio di confondere la qualità di un eventuale «pensiero cattolico» con gli effetti del marketing della sua diffusione (solo presuntivamente egemonica).

Mentre l’economia liberale dell’Occidente, vincente ma orfana della dialettica culturale col comunismo, non aveva più ragioni per giustificarsi e per rendere conto della propria aspirazione al dominio totale (due molle del pensiero), la Chiesa cattolica iniziava a guardare con estremo sospetto il pensare al suo interno.

Il lungo pontificato di Giovanni Paolo II, corroborato sul lato dottrinale da Ratzinger, è stato in un qualche modo fatale per il pensare cattolico: si mise mano, infatti, a una formazione dell’élite cattolica che esigeva allineamento devoto e fedele, e quindi non pensasse da sé ma propagasse il pensiero del pontefice, da un lato; e si restringevano sempre più gli spazi di un franco dibattito pubblico nella Chiesa cattolica, dall’altro – attraverso un esercizio del potere del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede sfociato alla fine in un interventismo preventivo rispetto al pensare non allineato o comunque sgradito.

Chi voleva pensare, e non ripetere meramente un pensiero prodotto altrove, si è trovato costretto a farlo come «in segreto» – evitando con cura interventi pubblici su materie di fatto sottratte alla discussione e, quindi, al pensiero (certo, non sono mancate le eccezioni testimoniali – ma erano consentite solo sul piano delle biografie della fede, pagandone il prezzo). Con l’esito, che oserei definire indegno, di un pensare che si auto-censurava per timore delle conseguenze che avrebbe potuto portare con sé.

Il cattolicesimo di oggi è il prodotto di questa convergenza fra censura da parte del potere ecclesiastico e auto-censura del pensare teologico e culturale della fede. Ossia, della messa al bando interna del pensare il Vangelo, con tutto quello che questo comporta. Veniamo da decenni della proscrizione del pensare, di questo esilio del Vangelo sostituito con la narrazione ecclesiastica; decenni che hanno drenato quasi ogni possibilità di dare forma diffusa al pensare cattolico (e di conseguenza a cattolici che pensano). Oggi ne paghiamo le conseguenze, ma ne siamo stati noi stessi gli artefici.

Marcello Neri

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento