
Sono passati quattordici anni dalla morte del card. Carlo Maria Martini. Quattordici anni nei quali la sua figura, anziché appannarsi, sembra aver acquistato una singolare capacità di interpellare ancora il presente.
Ma, ricordarlo oggi, non significa indulgere alla nostalgia, né sottrarlo al tempo nel quale visse. Significa, piuttosto, chiedersi che cosa del suo modo di pensare, di leggere la Bibbia e di stare nel mondo continui a parlarci.
A farlo, in questa intervista, è il cardinale Gianfranco Ravasi, che di Martini fu allievo al Pontificio Istituto Biblico e ne ha condiviso, da biblista e da protagonista della vita culturale della Chiesa, molte delle domande decisive. Il suo è dunque uno sguardo insieme personale e intellettuale: quello di chi ha conosciuto il Martini professore, rigoroso studioso della Scrittura, ma anche l’uomo capace di trasformare la Parola in dialogo e il dialogo in apertura verso l’altro.
Nelle parole di Ravasi emergono così tre tratti che possono ancora definire l’eredità di Martini: la Parola, il dialogo, la capacità di abitare le frontiere. Non un’eredità da custodire nel ricordo, ma una domanda rivolta al futuro.
– Che ricordo personale conserva del cardinale Martini al di là del ruolo e della notorietà che ha avuto?
Il mio primo incontro diretto fu all’esame di Critica Testuale, quando, tra il 1966 e il 1969, ero studente al Pontificio Istituto Biblico di Roma. Era una materia delicata e complessa: lo studio della Parola così come ci è stata trasmessa, con le sue varianti e, talvolta, le sue incertezze. La Bibbia, e soprattutto il Nuovo Testamento, ci è stata trasmessa attraverso una quantità enorme di testimonianze, molto più ampia, per esempio, di quella attraverso cui ci sono giunti Platone o Aristotele.
Martini teneva le lezioni ed era chiarissimo, come sempre. Parlava in latino, un latino didascalico ma corretto. All’esame ci fece portare dieci esempi di critica testuale, cioè parole o frasi che potevano presentare dei dubbi. Ricordo una cosa curiosa: quando venne a Milano, nel dicembre del 1979, ci rivedemmo e mi disse, con assoluta precisione, quale testo avevo scelto per quell’esame di critica testuale.
– Carlo Maria Martini fu a lungo docente di critica testuale biblica.
Divenne uno dei massimi specialisti a livello internazionale e fu chiamato a far parte del ristretto gruppo di studiosi impegnati nella preparazione del Greek New Testament, rigorosa edizione critica del testo greco del Nuovo Testamento.
Fu proprio nell’esercizio di questa disciplina che maturò in lui non soltanto un profondo amore per la Parola di Dio, ma anche una particolare attenzione alle parole concrete nelle quali essa si esprime: parole da sottoporre al rigore filologico, ma anche da riscoprire nella loro ricchezza di significato. Oggi sono davvero pochi coloro che possono ancora ricordare Martini come professore.
In seguito, è diventato rettore del Biblico, poi della Gregoriana, e di quel Martini docente siamo rimasti in pochissimi a conservare un ricordo diretto. Era solenne anche mentre insegnava. Quella era la sua cifra: una particolare compostezza, che si manifestava nella postura e nel modo di parlare. Le sue erano parole sempre scandite, sempre cesellate. Ed è significativo che proprio questo sia rimasto un tratto costante lungo tutta la sua vita: Martini è stato sempre, in un certo senso, l’uomo della Parola.
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– Lei ha definito Martini “lo scriba del Regno di Dio”, un’immagine nella quale egli stesso si riconosceva. Che cosa c’era di particolare nel suo modo di leggere e raccontare la Bibbia?
Il suo modo di leggere la Bibbia per poi raccontarla nasceva, paradossalmente, dall’incontro di due atteggiamenti che potrebbero sembrare quasi antitetici, ma che Martini ha saputo far convivere.
Da una parte, c’era la fedeltà rigorosa alla parola. La critica testuale significa fermarsi talvolta alla sillaba, quasi alla cellula germinale di una frase. Richiede una vera e propria ingegneria esegetica, che Martini possedeva in modo straordinario. Basta pensare alla sua tesi di dottorato in Sacra Scrittura sulla recensionalità del Codice B, il celebre Codice Vaticano, uno dei più antichi e autorevoli testimoni greci del testo biblico. Era uno studio di grande sofisticazione, fondato sul continuo confronto e sulla verifica delle diverse testimonianze del testo.
Dall’altra parte, ed è questo il paradosso, già allora Martini aveva sviluppato un altro modo di accostarsi alla Scrittura. Lo si vede, per esempio, nei corsi biblici che teneva presso la Comunità di Sant’Egidio e nelle molte occasioni in cui si dedicava alla divulgazione biblica. Era una lettura simbolica, spirituale, esistenziale della Bibbia, destinata a diventare sempre più importante nella sua esperienza di pastore. Ecco perché il cardinale Martini è stato davvero l’uomo della Parola: tanto nella fedeltà rigorosa alla parola del testo quanto nella capacità di lasciarne emergere la ricchezza simbolica, spirituale ed esistenziale.
– Martini ha dato vita a Milano alla “Cattedra dei non credenti”, mentre lei ha avuto la felice intuizione di avviare e guidare per molti anni il “Cortile dei Gentili”. Mi pare che siano due modi diversi per ragionare sul confronto tra fede e modernità. Crede che ci sia un metodo di ascolto, uno “stile” di stare dentro il mondo di Martini da cui ancora oggi possiamo imparare?
La parola fondamentale a proposito di lui è “dialogo”: era quello l’elemento capitale per Martini. C’è però una cosa che differenzia la “Cattedra dei non credenti” dal “Cortile dei Gentili”, pur essendo esperienze parallele.
La “Cattedra dei non credenti” nasceva dalla convinzione che il non credente avesse qualcosa da dire a noi credenti. Per questo saliva in cattedra, teneva la lezione lui, il non credente, e poi Martini faceva un commento, seguito da un po’ di dibattito. Questo è l’elemento fondamentale che ci lascia, in un tempo come il nostro in cui non si ascolta più l’altro, anzi, si tende a bollare chi sta fuori dal proprio perimetro prima ancora che abbia finito di parlare. Lui aveva introdotto una vera capacità di ascolto.
Il “Cortile dei Gentili” è invece un confronto alla pari: credente e non credente argomentano sullo stesso tema, e lo spettatore deve capire quale dei due convince di più, chi ha l’argomentazione più solida. Per questo è difficile: oggi si fa fatica a trovare il vero credente e il vero ateo. Ci troviamo di fronte al dominio dell’indifferenza, a questa nebbia generica.
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– Sono passati quarantasei anni dall’ingresso del card. Martini a Milano. Nel frattempo la città è cambiata e pure il mondo…
Sì, e non poco. Tante cose che oggi si pongono con urgenza, al suo tempo semplicemente non si ponevano ancora, o si ponevano in forma molto diversa. Penso alle migrazioni, alle forme di fondamentalismo che si sono sviluppate nel frattempo e, naturalmente, alla tecnologia e all’intelligenza artificiale.
Ma il problema più profondo è forse la crescente difficoltà di costruire il dialogo, che era la sua parola d’ordine, e lo è anche per me. Oggi è più difficile entrare in profondità nelle questioni e confrontarsi realmente con l’altro. Eppure credo che Martini, con la sua intelligenza, sarebbe stato capace di affrontare questo mondo meglio di tanti pastori di oggi.
– Dunque, per comprendere davvero Martini occorre collocarlo nel suo tempo.
Certamente. È un’operazione dalla quale non possiamo sottrarci. Martini apparteneva a un’altra epoca. E questo non significa assolutamente sminuirlo. Ha dato alla Chiesa e alla cultura alcune cose che rimangono permanenti. La prima è la Parola, come dicevamo; la seconda è il dialogo; la terza è la capacità di abitare le frontiere, di essere un uomo di frontiera, capace di guardare anche dall’altra parte. È per questo che oggi avrebbe avuto qualche difficoltà di fronte alla logica dello scontro. Sarebbe andato comunque oltre, anche in quegli ambienti nei quali magari non c’è alcun desiderio di incontrare o di conoscere l’altro. Lui sarebbe andato anche lì.
La nostalgia di Martini nasce anche dalla sua capacità di interloquire in modo credibile con l’intera comunità milanese: con la cultura e l’industria, con la giustizia e con le periferie. Aveva la visione di una Chiesa capace di essere presente nel proprio tempo. Il suo sguardo era rivolto al futuro: radicato nella realtà, ma capace di intuire le tensioni che stavano emergendo.
– Cardinale Ravasi, lo stile di Martini ricorda molto anche il suo: radicato dentro un’identità, ma capace di uno sguardo oltre, di uno sguardo altro.
Sì. E credo che questo sia proprio il frutto di una frequentazione profonda con la Parola. È la Parola che aiuta ad avere questo sguardo: non uno sguardo di nostalgia o di rimpianto, ma uno sguardo sempre proteso in avanti. Alla base c’è il fatto che la Bibbia sia, per sua natura, un libro messianico. Che cosa significa? Che è proteso verso il futuro. L’unica eccezione, in questo senso, è Qoèlet; ma tutti gli altri libri hanno sempre uno sguardo profetico, uno sguardo rivolto all’oltre.
Ma questo sguardo verso il futuro non significa affatto sottrarsi al presente. Al contrario: la Bibbia è profondamente immersa nella storia, nella concretezza dell’esistenza umana. Basta guardare le pagine della Bibbia per accorgersene: sono piene di questioni politiche, militari, di conflitti, di rapporti con le istituzioni. Gesù stesso si impegna continuamente dentro la realtà, anche frequentando quella che potremmo chiamare la “cattiva compagnia”: pubblicani, prostitute, peccatori. A un certo momento entra persino in dialogo con i Greci. La Bibbia stessa ci offre un principio fondamentale sul rapporto tra fede e politica, tra fede e società, tra fede e mondo.
Martini, proprio per la sua formazione e per la sua docenza di critica testuale, ha sempre avuto anche questo respiro. Mi ricordo che una volta gli avevo citato una frase di Kafka che mi piace moltissimo: Der fliegende Pfeil ruht, “La freccia che vola riposa”. Credo che questa possa essere una definizione, un po’ libera e creativa, dell’opera del card. Martini: un uomo profondamente radicato nella propria identità e, nello stesso tempo, sempre in movimento, sempre proteso verso l’altro e verso il futuro. E, soprattutto, un uomo che amava dialogare.
- Pubblicato su l’Eco di Bergamo (31 agosto 2026).





