
Don Angelo Casati fu un pastore buono, mite, tenero, appassionato, poeta profondo ed essenziale, uno dei grandi cristiani che ha attraversato il nostro tempo portando luce.
«Penso sia per me un invito ad acconsentire alle mani di Dio, che hanno desiderio di guarirmi e di creare in me oggi cieli nuovi e terra nuova, sospingendomi ad abbandonare tutto ciò che fa ombra alla limpidezza. Acconsentire alle mani di Dio» – don Angelo Casati ha acconsentito alle mani di Dio ancora una volta, quella decisiva, quella dell’abbandono fiducioso e finale, la sera del 31 agosto.
Come un antico profeta, carico di anni e di vita, ma con la dolcezza unica che aveva in dono, ha dato compimento a queste parole che aveva scritto qualche tempo fa a commento del Vangelo di domenica scorsa, 30 agosto, quando la liturgia ambrosiana accostava Isaia Is 65, 13-19 («Ecco, infatti, io creo nuovi cieli e nuova terra») al brano di Lc 9, 7-11 («Egli accolse le folle e prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure»).
E davvero, in quel darsi alle mani di Dio c’era tanto di Angelo Casati, la cui ricchezza umana e spirituale è impossibile da contenere in poche righe; ma lui, uomo di «sconfinamenti» — parola che amava e con cui aveva intitolato uno dei suoi ultimi libri — aveva il dono, appunto, di andare oltre il confine, oltre la definizione, oltre il previsto e il già detto, a esempio di quel Dio che, per primo, egli riteneva non si potesse chiudere né imbrigliare: «Vorrei ora sostare sull’altra dimensione dello Spirito, che affiora luminosa nel giorno della pentecoste, quella dello sconfinare, fuori di noi stessi, verso le periferie» (Sconfinamenti), poiché «nulla è pagano», tutto è salvato, e a noi spetta solo accogliere, aprire, muoversi.
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Pastore, parroco (prima a Lecco, poi a Milano), uomo che ha amato i passi lungo le strade, che ha contemplato la grandezza del creato (l’amata montagna) e l’annodarsi di esistenze nella città, da amare e servire e da cui farsi toccare, Angelo Casati è stato un uomo dal cuore traboccante di infinita tenerezza, senz’altro l’uomo più tenero che abbia mai conosciuto, capace di scrivere pagine ricche per tutti e, anche, mail e messaggi privati colmi di affetto, dolcezza, finezza, vicinanza, calore umano.
Sapeva sporgersi con delicatezza e discrezione sulle vite degli altri, accettando con letizia il passare dei giorni e il giungere della debolezza («sfilacciato» si definiva negli ultimi tempi); sapeva spendersi, «privilegiando lo stare tra la gente», ma osservando, notando le tracce di Dio, che prima di tutto amava rincorrere nella Parola, come l’amato cardinal Martini, di cui era stato amico (e come Martini si è spento il 31 agosto).
Amava chi sapeva andare oltre, a partire da Padre Turoldo di cui fu amico e da cui, spesso, si fece ispirare: perché Angelo Casati è stato uomo di Parola, commentatore appassionato del Vangelo, e uomo della parola: poeta attento, acuto, essenziale, profondo, forse il migliore poeta spirituale dopo Turoldo stesso.
Ma mentre il frate servita vibrava di forza, don Angelo aveva il passo leggero del soffio dello Spirito, aveva la mitezza gentile e tenace del cuore, sempre convinto che la poesia fosse nutrimento essenziale: «La poesia è tutt’altro che qualcosa di vago, di nebuloso o surreale; al contrario — come evoca il suo etimo — opera, crea, genera Nel caso fossi annoiato, indifferente, sfiduciato, chiuso ha il potere di riaccendermi: rinasco, riprendo vita, riprendo il vivo dell’acqua. Tenete cara la voce della poesia. Accendetene anche un solo verso».
Il suo è stato un ministero nel vero senso della parola: servizio a uomini e donne, servizio alla Chiesa che ha amato in libertà e in profezia, con sguardi penetranti e lungimiranti, a volte insofferente per certe pesantezze e chiusure; ma il suo è stato anche un ministero di servizio alla bellezza, allo stupore, allo sguardo limpido sul mondo, cantando il «Dio delle infinite sorgenti» e l’incanto del trovarlo: «A me è dato / per grazia / carico d’anni / incantarmi» (Ancora incantarmi), soprattutto là dove non ci si aspetterebbe («Non amo le strade / senza tornanti / autostrade / di pallide ovvietà», Non amo).
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Don Angelo ha avuto la sapienza del congedo: pochi giorni fa ha mandato un messaggio agli amici, comunicando la sua fatica ormai nel comunicare, ma anche scrivendo «mi sento dentro i vostri pensieri e, statene certi, siete nei miei»: ci vuole libertà grande del cuore e gratitudine profonda per chiudere e salutare, ormai sulla riva, ancora una volta con umanità, con dolcezza, così come aveva chiuso, poche settimane fa, il commento al Vangelo che pubblicava su Internet, con un saluto e un abbraccio.
« C’è il tempo del seminare e quello del raccogliere, il tempo del dare e quello del custodire. Mi bussò così il pensiero di dare nome di “ultima” omelia a quella della scorsa domenica. E non certo perchè miracolata più di altre. No, piccola come le altre, una loro compagna in piccolezza. Vi pregherei di passare questa voce come una confidenza, ha il suono di un bisbigliare, il desiderio sarebbe che rimanesse piccolo» (8 agosto), finendo però con una preghiera e poesia di Sr. Marie-Pierre di Chambarand:
Rendimi fedele, Signore,
a questo filo di speranza e a questo minimo di luce sufficienti per cercare.
Rendimi fedele, Signore,
a questo vino del tuo calice e a questo pane quotidiano sufficienti per campare.
Rendimi fedele, Signore,
a questo briciolo di allegria e a questo assaggio di felicità sufficienti per cantare.
Rendimi fedele, Signore,
al tuo Nome sulle labbra, a questo grido della fede sufficienti per vegliare.
Rendimi fedele, Signore,all’accoglienza del tuo Soffio, a questo dono senza ritorno, sufficienti per amare.
Rendimi fedele… e fedele lo è stato, don Angelo, fino alla fine: fedele all’umanità, alla terra, a Dio. Egli, che era amico del nostro lavoro e aveva ‘benedetto’ Vino nuovo dopo aver «bevuto d’un fiato» un editoriale recente («ci sono», aveva scritto, semplicemente, con chiarezza, con forza), ha avuto la curiosità di scorgere segni dello Spirito e di mantenere un cuore vivo, innamorato. Ora ha incontrato, nella gioia, l’abbraccio di Gesù di Nazareth, uomo e Dio:
So per Scritture
che, grazia delle grazie,
buona notizia,
saranno i tuoi occhi a cercarmi
all’ultima postazione
del mio smarrimento.
(All’ultima postazione)
- Pubblicato sul sito dell’Associazione Vino Nuovo (qui).





