
Foto Vatican Media.
La settimana scorsa il vescovo di Spira (Germania) Karl-Heinz Wiesemann si è dimesso a sorpresa. Si tratta di qualcosa di più di una semplice decisione personale. Solleva una questione di fondo su cui la Chiesa cattolica ha finora discusso poco: per quanto tempo una persona dovrebbe rimanere alla guida di una diocesi?
Secondo il diritto canonico vigente, la risposta è a prima vista semplice: al compimento dei 75 anni, i vescovi diocesani sono tenuti a presentare al papa le dimissioni dal proprio incarico. Spetta poi al papa decidere se accettarle o meno. Chi, prima di raggiungere tale età, non sia più in grado di esercitare il proprio ministero per motivi di salute o per altre gravi ragioni, può ugualmente chiedere di essere sollevato dall’incarico. Anche questa possibilità è prevista dal diritto attualmente in vigore.
Debolezza del sistema
Tuttavia, i casi degli ultimi anni dimostrano che tra questi due estremi – il raggiungimento del limite di età o le dimissioni anticipate per motivi gravi – c’è poco spazio per altre modalità di gestione del ministero episcopale.
Questi casi non possono essere equiparati con troppa fretta. Le ragioni e le circostanze personali sono diverse in ciascun di essi. Ciò che li accomuna, tuttavia, è il fatto che mettono in luce una debolezza del sistema attuale: il diritto canonico prevede essenzialmente la carica assunta a titolo permanente e la sua rinuncia. Non sono invece previsti un avvicendamento regolare, un mandato a tempo determinato o una valutazione istituzionalizzata della situazione di un vescovo.
Eppure oggi il ministero episcopale non è certo meno impegnativo di un tempo – anzi. I vescovi non si trovano ad affrontare solo compiti teologici e pastorali. Sono responsabili di grandi apparati amministrativi, delle finanze e del personale, devono reagire agli scandali di abusi e alle loro conseguenze, gestire complessi processi di cambiamento ed essere al contempo guide spirituali della propria diocesi. Il calo del numero dei fedeli e del personale pastorale, i tagli finanziari e la necessaria riorganizzazione delle strutture ecclesiastiche potrebbero piuttosto accentuare questo carico nei prossimi anni.
La domanda cruciale è quindi: quale forma del ministero episcopale è più appropriata per una determinata persona e una determinata diocesi in un determinato momento?
In primo luogo, sarebbe ipotizzabile una maggiore strutturazione temporale del ministero episcopale. Ciò non dovrebbe necessariamente significare che in futuro un vescovo venga nominato solo per un periodo determinato e poi automaticamente sostituito. Un modello del genere non renderebbe giustizia alla tradizione ecclesiale e alla concezione teologica del ministero episcopale. Dopotutto, il simbolo esteriore dell’anello vescovile evidenzia chiaramente che un vescovo è, per così dire, «sposato» con la propria diocesi. Ciò segna un legame molto stretto tra il pastore e la diocesi.
Ma tra un legame con una diocesi fino al 75° anno di età e una revoca del mandato a titolo puramente straordinario a causa di sovraccarico di lavoro o malattia, ci sarebbero numerose possibilità: si potrebbe, ad esempio, prevedere una revisione vincolante della situazione dopo un determinato periodo (ad esempio dopo dieci o quindici anni). Si potrebbe analizzare congiuntamente se sia opportuno proseguire il ministero o se un trasferimento, un nuovo incarico o le dimissioni sarebbero più adeguati per il vescovo e la diocesi.
Pro e contro dei mandati di lunga durata
Una procedura di questo tipo dovrebbe essere definita con precisione giuridica. Secondo il diritto vigente, un vescovo diocesano non può essere destituito semplicemente sulla base di una valutazione periodica del suo ministero. Una modifica in tal senso richiederebbe quindi interventi nel diritto canonico e, in ultima analisi, una nuova definizione del rapporto tra nomina, durata del mandato e decisione papale.
Proprio per questo motivo una discussione del genere sarebbe più necessaria che mai. Infatti, finora il limite di età di 75 anni è di fatto l’unico punto di riferimento regolare per la fine del ministero episcopale. E questo porta a mandati di durata molto diversa: alcuni vescovi guidano la loro diocesi solo per pochi anni, altri per due decenni o più. Se un mandato lungo sia positivo o meno per una diocesi, tuttavia, non dipende solo dal numero di anni.
Ciò rende ancora più acuta la domanda: cosa succede quando una persona plasma la stessa istituzione per decenni e, allo stesso tempo, ne viene plasmata? I mandati di lunga durata possono creare stabilità: un vescovo conosce la propria diocesi, la sua storia, la sua gente e i suoi problemi. C’è la possibilità di accompagnare processi a lungo termine. D’altra parte, però, possono anche portare a una certa rigidità. Decisioni, strutture e conflitti vengono associati a una persona nel corso degli anni; le nuove prospettive potrebbero avere più difficoltà a emergere. E rimane anche la domanda: in che misura un vescovo guarda anche a sé stesso come persona, come valuta le proprie risorse e le proprie forze?
Sarebbe quindi più sensato non considerare solo l’età. La Chiesa cattolica prevede visite pastorali e forme di verifica istituzionalizzate. Perché non dovrebbero esistere procedure regolari anche per la guida di una diocesi, in cui si rifletta sull’esercizio concreto del ministero episcopale? Una valutazione di questo tipo dovrebbe essere strutturata con cura. Non dovrebbe né trasformarsi in una gara di popolarità né annullare la responsabilità specifica del vescovo. Il vescovo non è semplicemente l’amministratore delegato di un’azienda, le cui prestazioni vengono valutate dai collaboratori.
Si dovrebbe quindi sviluppare una procedura che riunisca diverse prospettive: collaboratori e collaboratrici della diocesi, sacerdoti e operatori pastorali, rappresentanti degli organi collegiali e fedeli potrebbero apportare le loro esperienze. Le domande in questo processo dovrebbero essere: come guida la comunità diocesana un vescovo? Come gestisce i conflitti? Le decisioni vengono prese in modo comprensibile? C’è fiducia o ci sono blocchi permanenti? Dove risiedono i punti di forza, dove le difficoltà?
Una riflessione di questo tipo dovrebbe innanzitutto essere utile allo stesso vescovo. Chi guida una diocesi ha bisogno di un interlocutore critico. Proprio in un ministero caratterizzato da grande autorità personale, sussiste il rischio che le decisioni vengano prese sempre più all’interno di una cerchia ristretta e che le voci critiche perdano peso. Dopo un determinato periodo potrebbe quindi essere prevista una valutazione indipendente, i cui risultati verrebbero discussi con il vescovo e anche con il Dicastero per i vescovi a Roma.
Il risultato non dovrebbe comportare automaticamente conseguenze a livello di personale. Potrebbe portare al proseguimento del mandato, a cambiamenti nella guida o anche alla comune consapevolezza che sarebbe opportuno un nuovo incarico.
La dimensione umana
Contro una limitazione temporale più rigida o un avvicendamento regolare si oppone un argomento teologico: il vescovo non è semplicemente assegnato alla sua diocesi come un manager a tempo determinato. Tuttavia, la consacrazione episcopale sacramentale e la guida concreta di una determinata diocesi non sono la stessa cosa. Un vescovo rimane vescovo anche quando cede la guida della sua diocesi.
La Chiesa conosce inoltre da tempo i trasferimenti di vescovi da una diocesi all’altra. Il legame con una Chiesa locale è forte, ma non è da equiparare sotto ogni aspetto a un matrimonio indissolubile. Già il Concilio Vaticano II ha attenuato questa concezione, introducendo la possibilità del pensionamento dei vescovi. Anche un vescovo che va in pensione o che chiede le dimissioni per altri motivi rimane vescovo emerito della propria diocesi.
Al di là di queste discussioni sui limiti di età e sui trasferimenti, le dimissioni di Karl-Heinz Wiesemann evidenziano un altro aspetto: anche un vescovo non è un funzionario senza limiti. È una persona che si assume responsabilità, prende decisioni, affronta conflitti e può crescere, ma anche fallire ed esaurirsi, sotto il peso del proprio ministero. Soprattutto, la Chiesa dovrebbe prendere più sul serio questa dimensione umana del ministero episcopale. Forse per questo non occorre semplicemente un nuovo limite di età né una limitazione automatica della durata del mandato. Sarebbe invece ipotizzabile un sistema più differenziato: valutazioni periodiche dopo mandati di lunga durata, colloqui vincolanti sulla situazione personale e pastorale, maggiori possibilità di cambiamento e una nuova cultura delle dimissioni volontarie.
Tutto ciò non rappresenterebbe una relativizzazione del ministero episcopale e della sua autorità nella Chiesa. Al contrario: potrebbe contribuire a rendere il ministero episcopale più credibile e più umano. Infatti, al di là di ogni modello teologico, non bisogna mai dimenticare che dietro ogni ministero c’è una persona – e che questa persona non viene semplicemente assorbita dal ministero, ma rimane un essere umano con tutte le sue possibilità e i suoi limiti.
- Pubblicato sul sito katholisch.de (originale tedesco, qui)






Con questa storia che i sacerdoti e in questo caso i Vescovi, sono umani quindi come ognuno di noi, il sacerdozio non ha più attrattiva per i giovani. Loro sono consacrati, loro sono ministri di Dio, hanno la grazia santificante che li rende forti nella fede. Coraggio. Non abbiate paura! Voi siete nel mondo, ma non siete del mondo. Cristo ha vinto il mondo!
Sono cosí forti nella fede e sostenuti nella grazia… che buona parte dei sacerdoti nel mondo occidentale ha sintomi di depressione ed esaurimento!
Dirgli ‘Andate avanti! Ce la potete fare!’ e basta é un modo per lavarsene le mani e dire ‘Sono forse io il custode di mio fratello?’
C’è anche da dire che se i sacerdoti non hanno una vera funziona sacramentale (perchè di fatto risulta “inventata” rispetto al vangelo) non possono essere di aiuto (perchè sono troppo fragili e hanno bisogno di aiuto dai laici) ecc. ecc. viene del tutto meno la loro funzione.
Al netto che secondo me i sacerdoti sono figli del loro tempo e risentono delle stesse problematiche che toccano i laici. Se i laici già soffrono di ansia e depressione, nonché di difficoltà a portare avanti progetti di vita solidei (vedi matrimonio, figli, amici, lavoro) perchè dovrebbe esserne privo un sacerdote?
Se viviamo in un tempo liquido è liquido per tutti. Non è corretto chiedere ai sacerdoti di essere super-uomini ma nemmeno ai laici a questo punto.
Infatti…Concordo in pieno con questa risposta!
Continuo a chiedermi come mai – quando si tratta di vescovi/preti – si senta sembra l’esigenza di “spiritualizzare” e non di “contestualizzare” (cfr. Rm 12, 1-2).
La questione non indifferente che l’articolo solleva andrebbe a mio avviso corredata di altre considerazioni:
1. di ordine storico: quanto l’accentramento del potere nelle mani di uno solo (il vescovo), avvenuto lungo il XX secolo con la caduta dei poteri che bilanciavano quello episcopale (capitoli delle cattedrali, privilegi ecclesiastici di poteri secolari) e senza la creazione di adeguate misure di bilanciamento (restituzione di autorità ai sinodi metropolitani, ad es.) ha giovato alla chiesa, o quanto la ha danneggiata?
2. di ordine canonico: la relativizzazione della autorità episcopale, se sbilanciata su verifiche da parte dell’autorità “centrale” (santa Sede), quanto esporrebbe la vita delle chiese ai pericoli di un centralismo romano eccessivo?
3. di ordine teologico: la relativizzazione del ministero episcopale come proposta dall’articolo, significherebbe un ritorno alla teologia dell’ordine preconciliare (lo dico senza alcuna nota assiologica in questo) incentrata sul presbitero e che considerava il vescovo un prete con più autorità?
grazie
sul punto 3: fino a pochi decenni fa era una posizione teologica diffusa e ritenuta perlomeno accettabile, e risaliva almeno a san Gerolamo, che la sosteneva in base agli usi dell’antichità (ordinazione del vescovo di Alessandria da parte dei presbiteri cittadini)
In carenza di una nuova normativa canonica, una eventuale mobilità sarebbe innanzitutto da giocare nella Conferenza episcopale regionale, in cui si dibattesse – magari – non solo delle criticità del popolo di Dio loro affidato, nel contesto di una realtà oltremodo cangiante, ma fraternamente e francamente pure delle difficoltà e dei limiti personali emersi, laddove hanno già avuto modo di emergere la personalità e i carismi. Purtroppo a tutti i livelli (laici, presbiteri, vescovi) gli incontri sono per lo più spianati su una strenua difesa del pastore e del regime vigente, volti a superare le criticità con le solite vane parole “Lo Spirito provvederà”.
Il problema è proprio l’umanità del vescovo, insieme alla sensibilità, al carattere, all’esperienza pastorale, all’esercizio dell’autorità… Non si può pensare che il cambiamento di una norma canonica produca un miglioramento della realtà: questa strada è quella praticata dai governi civili di destra, che propinano l’inasprimento delle leggi per affrontare i problemi di ordine pubblico, problemi che in verità solo l’educazione delle persone può risolvere. Quindi proporrei per i candidati vescovi di ritornare a scuola, per venire educati a maturare come persone e a svolgere bene il loro compito ecclesiale nell’ascolto e nel rispetto di clero e laici.