
Cristo tra i dottori della Legge (Albrecht Dürer, 1506).
L’opera di Vito Mancuso si presenta al pubblico contemporaneo con l’ambizioso intento di operare una «rifondazione» o una «riconciliazione» tra la ricerca storica sul Nazareno e le esigenze della coscienza moderna. Tuttavia, un’analisi epistemologica rigorosa dei suoi scritti e delle sue conferenze rivela una realtà ben diversa: non ci troviamo di fronte a un’evoluzione interna al sapere teologico cristiano, bensì a un radicale e definitivo congedo dalla teologia cattolica.
Nel dire questo con molta chiarezza e franchezza, faccio “affidamento” alla mia formazione teologica a Venegono (la stessa del Mancuso) – e specificamente alla Cristologia del grande Giovanni Moioli –, nonché all’esperienza di insegnamento per almeno 25 anni della Cristologia e della Teologia trinitaria, all’Istituto teologico calabro, aggregato alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale (e nei corsi di specializzazione della Teologia fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana, per 11 anni).
Per comprendere la portata di questo “congedo”, è necessario definire lo statuto formale della teologia “come scienza”. Essa non è una libera speculazione intellettuale su un divino genericamente inteso, ma la mediazione critica del sapere della fede (intellectus fidei).
Se si esclude lo «sguardo della fede» come strumento conoscitivo e oggettivo per attingere il reale nella sua interezza, la teologia si dissolve. È esattamente ciò che accade nell’approccio di Mancuso, dove la riflessione si contrae in una generica «teiologia».
Con questo termine, mutuato dal vocabolario filosofico rosminiano, si intende una riflessione astratta sul «divino» impersonale (il deus inteso come ordine, armonia o energia cosmica di matrice panenteistica e whiteheadiana), che abdica programmaticamente a pensare il Dio vivente e personale della Rivelazione cristiana, riducendo la figura storica di Gesù Cristo a un mero simbolo etico o a un mito archetipico. Al campo della «teiologia» possono facilmente convergere tante prospettive post-teistiche, oggi di moda.
La prigione dell’Illuminismo: Reimarus e il «brutto, largo fossato»
Il punto di partenza del «gesuanesimo» di Mancuso non è nuovo. Egli attinge a piene mani dalle tesi della vecchia teologia liberale tedesca e, prima ancora, dai presupposti razionalistici che inaugurarono la cosiddetta Old Quest (la prima ricerca sul Gesù storico).
Come ricorda Maurizio Gronchi – la cui opera monumentale di Cristologia andrebbe meditata dai cattolici – questa indagine nacque ufficialmente con Hermann Samuel Reimarus (1694-1768), il quale per primo operò una separazione netta e sistematica tra il Gesù della storia e il Cristo della Bibbia, giudicando i racconti pasquali della Chiesa come una frode consapevole ordita dai discepoli per mascherare il fallimento politico del loro maestro.
I manoscritti di Reimarus furono pubblicati anonimi, tra il 1774 e il 1778, da Gotthold Ephraim Lessing (1729-1781), il quale formulò il problema teoretico che tuttora imprigiona la gnoseologia di Mancuso: il celebre «fossato di Lessing».
Lessing scrisse che «casuali verità storiche non possono mai diventare la prova di necessarie verità razionali». Se l’evento della salvezza è legato a un fatto storico contingente e particolare (l’uomo Gesù di Nazaret, la sua croce, la sua risurrezione), come può tale fatto particolare pretendere di fondare verità universali ed eterne? Di fronte a questo paradosso, che Lessing definì «il brutto, largo fossato che io non riesco a oltrepassare, per quanto spesso e con ogni sforzo abbia tentato il balzo», il pensiero moderno ha imboccato la via del riduzionismo.
Mancuso, impossibilitato ad attraversare il fossato con lo slancio della fede teologale, decide di colmarlo sacrificando il polo della storicità divina. Se, per Lessing, la Rivelazione ha un valore puramente pedagogico (un’educazione del genere umano destinata a dissolversi non appena la ragione diventa autonoma), per Mancuso Gesù Cristo diventa il «pedagogo» che si è storicamente sbagliato circa l’imminenza del Regno di Dio, ma che conserva un valore esclusivamente «filosofico e spirituale» come simbolo che attiva la coscienza morale (del pelagianesimo di Mancuso parlai direttamente con lui a Catania anni orsono). La dogmatica cristiana viene così liquidata come una mitizzazione posteriore.
La struttura del riduzionismo gnoseologico
Al cuore di questa transizione vi è l’accettazione acritica del dogma illuminista secondo cui «la fede crede e non sa, mentre solo la ragione sa e non crede». In questa prospettiva positivista, la realtà storica viene ridotta unicamente a ciò che è empiricamente verificabile e catalogabile secondo le leggi di causa-effetto della ragione naturale.
Come osserva acutamente Hans Kessler (analizzando le derive metodologiche di critici radicali come Gerd Lüdemann), l’intelligenza secolaristica dell’evo moderno viene assunta come un a priori indiscusso, un criterio assoluto di plausibilità che pregiudica l’evento storico stesso.
Se si applica questo metodo in modo unilaterale, l’Incarnazione di Dio – il fatto che nel corpo di quell’uomo singolare abiti corporalmente la Divinità – diventa invisibile. La ragione positivista, da sola, registra soltanto la superficie empirica del Nazareno (un maestro morale, un profeta apocalittico condannato a morte). Escludere lo «sguardo della fede» come via d’accesso alla realtà oggettiva significa operare una gravissima mutilazione gnoseologica.
La teologia cattolica risponde (con autori come Gerald O’Collins e Georg Essen) che la conoscenza storica è necessaria ma insufficiente se privata di concetti metafisici e dell’assenso della fede: «i pensieri metafisici senza contenuto storico empirico sono vuoti, le esperienze storiche senza concetti filosofici sono cieche».
Senza l’equilibrio ermeneutico tra storia e fede apostolica, la cristologia si dissolve in una dottrina mitologica o in un moralismo astratto. Il «gesuanesimo» di Mancuso, se pretende di salvare l’etica di Gesù demolendo l’ontologia del Figlio, cade in una forma speculare di docetismo: la carne storica del Salvatore perde la sua unicità salvifica e viene dissolta nell’universalità atemporale di un’idea razionale.
La dissoluzione sapienziale: Gesù prima di Gesù?
L’esito inevitabile di questo riduzionismo illuminista è la perdita dell’unicità di Cristo. Se la salvezza non risiede nell’efficacia ontologica e sacramentale della sua morte e risurrezione, ma si riduce all’adesione morale ai valori universali di bene e giustizia di Matteo 25, allora Gesù non porta alcuna reale novità nel mondo. Mancuso stesso, per convalidare il suo «gesuanesimo universale», sottolinea come l’etica di Matteo 25 fosse già perfettamente espressa nel Libro dei morti dell’antico Egitto o nella filosofia di Platone.
E però, se la via di Gesù è solo una variante storica di un’etica sapienziale che l’umanità «conosce da sempre», allora la pretesa cristiana di verità universale crolla. Come osserva Klaus Berger, l’Illuminismo ha operato una sistematica secolarizzazione della luce della fede. Richiamandosi all’Educazione del genere umano di Lessing, Berger mostra come la modernità abbia sostituito la luce della fede con quella della sola ragione, i comandamenti divini con i valori morali mondani, e lo Spirito Santo con lo spirito umano.
La cristologia cattolica, al contrario, difende la singolarità di Gesù Cristo (Moioli). Egli non è un maestro che indica una via a sé esterna, ma è Colui che dice: «Io sono la via, la verità e la vita». La verità cristiana non è una teoria logico-dimostrabile, ma una Persona reale entrata nello spazio e nel tempo. Ridurre il cristianesimo a un’«ateologia etica» significa svuotarlo del suo nucleo salvifico, lasciando l’uomo prigioniero delle proprie sole forze morali.
Concludo per il momento: il tentativo di Mancuso di edificare un «cristianesimo della ragione» si rivela, alla prova dei fatti, un’operazione nostalgica che ripropone le secche del razionalismo ottocentesco.
Smontare la «caricatura gesuana» di Mancuso significa allora, anzitutto, smascherare questo vizio d’origine: la pretesa di fare teologia prescindendo dallo sguardo della fede, finendo per scambiare la maestosa ampiezza del mistero del Dio incarnato con le misure ridotte del tribunale della sola ragione naturale.
Città del Vaticano, 26 agosto 2026






Mancuso a parte, l’impostazione di Staglianò è quella classica della teologia cattolica, tipica del tempo in cui il cattolicesimo era “il tutto” religioso di gran parte dell’Occidente. Ma appunto bisogna specificare: quello vale per la teologia cattolica, cioè confessionale, così come si potrebbe dire per qualunque altra religione (tra parentesi: esiste peraltro una montagna di teologi cattolici che interpretano singole “verità” del Credo o dogmi in modo riduttivo o alternativo a quello ortodosso tradizionale…). Ma esiste anche una teologia etimologicamente intesa come “discorso su Dio” e quella è e deve essere assolutamente libera da dogmi, certezze, verità, assoluti, eccetera. A cominciare, per esempio, dal chiedersi che cosa si intende quando si dice “Dio” (ancora tra parentesi: tra l’altro, da questa teologia aconfessionale anche quella cattolica ha sempre imparato molto, e ancora avrà da imparare).
Gent.professore, di Mancuso io conosco “L’anima e il suo destino”, che mi è piaciuto per il suo tentativo di accostare termini della fede, come “anima”, a termini della nostra attuale cultura scientifica neurobiologica e psicologica.
Ma ha senso oggi questo tentativo di “traduzione” per un cristiano? E’ interessante, ma io credo non ne valga la pena. Il cristiano di oggi, immerso in un mondo che cristiano non è più, non ha alcun bisogno di “tradurre” la fede, ma di testimoniarla, tenendo per sé e curando il suo rapporto con la splendida figura del Gesù dei Vangeli, trasfigurata dalla resurrezione.
L’atto fondativo della fede è infatti la risposta a una domanda:
“Con i suoi atti e le sue parole Gesù poneva ad ogni uomo una domanda: “E voi, chi dite che io sia?”Con la loro testimonianza riguardante il Risorto Paolo e gli Apostoli pongono ad ogni uomo una domanda:“E voi, volete credere anche voi, che Gesù è risorto dai morti?”(Leon Dufour)
Di tutto ciò che eccede quella figura del Gesù dei vangeli e la resurrezione, cioè l’aldilà e il futuro, io mi pongo nell’atteggiamento della Marta di Giovanni che avendo espresso l’opinione dei più di allora sulla resurrezione dei morti, ottenne da Gesù un sibillino “Io sono la via…”, al che Marta rispose “Io credo”, mi fido di te.
Mi devo scusare per i refusi del mio intervento precedente, dovuti per lo più alla scrittura digitale – ad esempio, Aquino ovviamente. In sede di rilettura, non sono riuscito purtroppo a correggere quei refusi
Basta con questo Mancuso non merita nessun commento perché si commenta da solo.
Ha letto il libro Gesù e Cristo, oggetto di questi commenti?
Uscendo dalla teologia e prendendo spunto dalla politica. Se uno dicesse di voler rifondare il marxismo togliendo la lotta di classe, la dittatura del proletariato o il materialismo storico, qualcuno direbbe che è ancora marxismo? O non invece una terza via post-muro di Berlino?
Secondo l’autore di questo articolo, quindi, tutto ciò che che manca dello “sguardo della fede” è da classificarsi come teiologia o ateologia. E quali sono in confini che definiscono ciò che conta come “sguardo della fede”? Se è lo stesso autore a definirne i confini (facendo affidamento sulla propria formazione teologica e sulla propria esperienza di insegnamento), è lui stesso, e la teologia cattolica, arbitro e giudice e allora qualsiasi discussione, qualsiasi pensiero, addirittura qualsiasi tesi, può essere bollata di ateologia se non conforme alla “dogmatica” presupposta. E allora, scrivere un libro in cui per oltre 700 pagine si argomenta con dovizia di particolari, con profondità di pensiero, con ricorrenti citazioni, è di per sé inutile se una qualche “autorità superiore” ha già definito i confini della discussione, di ciò che può essere definito come teologia e, conseguentemente, ciò che si definisce ateologia. Forse Vito Mancuso è invece un interlocutore scomodo da affrontare e questi articoli vogliono escludere un dibattito altrettanto scomodo limitandosi a ricondurre l’opera di Mancuso a una semplice riproposizione di una vecchia teologia liberista, che non ha niente da aggiungere ad un dibattito già affrontato e superato con lo… sguardo della fede. Dato che l’autore dell’articolo lascia aperta l’ipotesi di una seconda parte, mi auguro che si entri più nel merito dell’opera se non anche ad un vero e proprio dibattito con il Prof. Mancuso.
Focalizzerei un passaggio dell’ articolo problematizzandolo , cioè sottoponendolo a una sorta di terzo “grado teologico”, cosa che l’ articolista da’ per scontato , a livello teologico fondamentale.Mi riferisco alla riportata definizione formale di teologia come scienza, e aggiungerei “pratica”, quindi non sterile speculazione metafisica , ma mediazione critica del sapere della fede, sintetizzata nella formula “magica”: “intellecctus fidei”.Sintagma tanto abusato e , ripeto ,scontato, quanto poco o niente indagato, non solo, nella letteratura , scientifica, teologico fondamentale , ma che torna comodo come rapida liquidazione di eventuali rompicapi pratico/dottrinali! In soldoni , non sarebbe il caso di chiedersi tra l’ altro , che tipo di genitivo, soggettivo e/ o oggettivo , struttura quella formula e le relative implicazioni teoligiche, per cominciare a chiarire cosa si intende – non togliendo lo sguardo dalla rivelazione -per “fede” in senso anselmiano e/o agostiniano- tomistico.E quando si parla di mediazione “critica’ , si può dirla tutta, per es .:cercando di determinare in che misura quell’ aggettivo si riferisce e legittima una “ragione” teologica.Per ora, gentile vescovo/ teologo fondamentale – dogmatico , mi fermerei qui.Invitando , nondimeno ,la riflessione teologica , come tale , a non tentare di cavarsela ,a buon mercato ,con scorciatoie/metafore , di comodo , tipo quella delle “due ali”, ma. prospettando ipotesi gnoseologiche credibili, affidabili e ragionevoli, finalizzare alla verità/ credibilità/ speranza di Gesù Cristo figlio di Dio , che e ‘ universale proprio in quanto storica , singola , unica ed escatologica
Grazie per la chiarezza del suo intervento. Il vescovo assembla una serie di cortocircuiti logici che non entrano del merito della questione …. E’ un tecnica oratoria un po’ sofista, che impressione per l’uso del linguaggio teologico/filosofico, ma che rischia die essere lontana dalle consedirazioni che Zaccaro individua mirabilmente.
In ogni epoca il Cristianesimo è stato “costretto” a ridefinirsi, ciò che chiamiamo attualizzazione, per poter parlare ad ogni generazione.
Nel presente il Cristianesimo vive in un’epoca inedita.
Questa epoca è l’epoca della scienza in tutte le sue branche. C’è una conoscenza del nuova rispetto alla realtà. Una maggiore istruzione e circolazione delle idee segna questo tempo. Allo stesso modo la fame di
verità investe anche il Cristianesimo e le chiese, compresa quella cattolica, si devono confrontare con questa richiesta proveniente da un mondo pressoché diverso dal passato.
In questo senso le moderne scienze bibliche in sinergia con l’archeologia, la filologia ecc. ci hanno donato una comprensione diversa della Sacra Scrittura.
Ma ai cristiani contemporanei questa ricchezza conoscitiva non arriva completamente se non in corsi dedicati, poco pubblicizzati, poco frequentati
Allora se, per esempio, il racconto sacerdotale della Creazione non è compreso in termini teologici e non scientifici, come ci si può lamentare che molti dicano che la Bibbia racconta solo miti o favole.
Il problema è grosso. Ci si deve rendere conto che all’uomo contemporaneo non si possono raccontare favolette. E l’impegno culturale delle chiese non si può solo svolgere in corsi ristretti.
Anche nelle omelie domenicali si può fare esegesi interpretando esaurientemente specie i passi dell’Antico Testamento con i loro differenti generi letterari.
Se non si sfama questa fame di conoscenza in modo puntuale il rischio è di allontanare di più le persone. E c’è anche il rischio che qualcuno si sfami nel Cristianesimo fondamentalista che ignora la natura della Sacra Scrittura e pratica una lettura “letteralista” della stessa.
Scusate la lunghezza, ma credo che il problema è proprio parlare al mondo contemporaneo, assai esigente, perché la fede non muoia.
Gesù ha chiesto agli apostoli ….. Chi dite che io sia e uno il Giovanni Battista.,,. e tu Pietro chi dici che io sia – Tu sei il Cristo il figlio del Dio Vivente – che risposta Signori. Nessuno ha mai dato risposta migliore. Coraggio facciamoci questa domanda potremmo restare increduli perché la risposta diventa imbarazzante per la nostra vita Gianna
Riflessione durissima e frontale sul lavoro di Mancuso. Il vescovo-teologo Stagliano’ liquida tutta la modena ricerca storico- critica sulla figura di Gesù di Nazareth, e quindi anche la ricerca di Mancuso, come una deviazione dall’ortodossia: tre secoli di ricerca qualificati come razionalismo anticristiano. A questa ricerca, il vescovo-teologo oppone ex abrupto la ‘fede’, un ‘deus ex machina’ che risolve,in un colpo solo, tutti problemi umani, mentre la ‘ragione’ sarebbe una forza deviante. Allora il cuore del problema è: si può accettare appunto ex abrupto, che un uomo, per quanto grande sia stato, sia nientemeno che ‘Dio’? Il salto, tra la più elementare razionalità e la confessione che un uomo limitato nello spazio e nel tempo sia ‘Dio’, è così abissale che lo stesso Tommaso d’Asino ha sostenuto che questa ‘fede’, indubbiamente ostica alla razionalità, si può accettare solo grazie ad una forzatura della ‘volontà’. Allora, si può ‘teologizzare’ fin che si vuole, ma il punctum stantis aut cadentis è tutto qui. Ma è la volontà, e quindi la libertà, che ‘decide’ che un uomo storicamente situato sia stato ‘Dio’ allora anche qui c’e’ un salti abissale, nel senso che uno ‘può decidere’ in un verso e un altro in altro modo. Tutta la ‘scienza’ teologica, alla fine poggia, su questo ‘punctum’. C’e’ che decide in un senso e chi decide in un altro senso, così che deve entrare in gioco la razionalità, l’unica guida effettiva che resta all’uomo. Perciò, altro che un atteggiamento sdegnato e ‘dogmatico’ contro la ‘razionalità’, perché senza di essa, si può credere a tutto e al contrario di tutto. Mancuso avrà operato una ‘razionalizzazione’, ma altrettanto discutibile è chi oppone alla razionalità l’affermazione, secca e assoluta, della ‘fede’, da cui allora si può ‘dedurre’ di tutto, come lo sterminato elenco dei ‘dogmi’ è lì a mostrare.
Quindi calma sig. vescovo-teologo, la questione è molto più complessa di quanto sembri: a meno che si tagli la testa al toro e ci si immerga anima e corpo nel ‘buio’ della ‘fede’, che si è deciso di ritenere ‘clavis universalis’ e la sia finita lì. Pertanto ‘liquidare’, con un colpo di maglio, la formidabile ricerca storico- critica ‘moderna’ come ciarpame contro la ‘fede’, è un’operazione perdente, che confina questa ‘fede’ nel volontarismo e nella irrazionalità.
il buon vescovo ha mostrato di essere un TRADIZIONALISTA spinto, ha solo gettato la maschera, del resto ne è piena la Chiesa cattolica, solo che non hanno il coraggio di ammetterlo e di gettare la maschera!
Mancuso però non cerca di spiegare razionalmente la fede, semplicemente taglia dove la fede non gli sembra coincidere con il sentire moderno. Con un sentire moderno tra l’altro scelto un po’ in scatola perchè non è più moderno di altri, e uno che sente più vicino. (la teologia liberale, il positivismo..)
Per san Clemente d’Alessandria, uno dei primi Padri della Chiesa, la “fede è caparra della Gnosi”. Se non si entra in questa ottica si fa solo “filosofia” mondana. Il razionalismo è una visione estremamente limitata che può essere corretta e ampliata solo dalla Fede, ossia ciò che ha rivelato il Verbo stesso. L’approccio storico razionale è del tutto insufficiente quando c’è in vista la Verità, quantomeno ad esso vanno affiancati altri approcci, ossia il metodo millenario della lectio divina.
Mi spiace molto contraddirti, ma è fuori di ogni dubbio che, quella di Mancuso, sia una strada già percorsa oltre 200 anni fa. È una strada destinata a sbattere contro un muro purtroppo (o per fortuna). Non c’è nulla di nuovo, ma solo concetti triti e ritriti figli del primo illuminismo, quello che aveva ancora qualche speranza in quanto prospettante un futuro che poi non si è verificato. Per giunta, tutto lo studio archeologico e storico degli ultimi 50 anni, ha clamorosamente confermato, non solo la figura storica di Cristo, ma la schiacciante attendibilità dei Vangeli. Mancuso ha trovato un filone, uno stile, un tono, utili a vendere e a farsi tirare dentro da una certa intellighenzia ateistica. Altro che teologia, questo è becero marketing fatto su scopiazzature di teorie già superate.
Non basta dire che la questione è+ complessa.
Né serve invocare la razionalità che, Il buon Biagio docet, non gioca sul tavolo né della trascendenza di Dio -ne’ della spiritualità dell’Uomo e tanto meno della relazione Personale con Gesù.
E cosa cambia se fosse Dio o no? Forse l’assoluzione dai peccati??
Ma un dio così oggi non serve piu’ a nessuno.
Serve Gesù che ti CAMBIA il cuore e la vita.
Il resto sono concetti o teologie. INUTILI.
Non mi sembra chiarissimo nella riflessione del Vescovo il rapporto tra ragione e fede. Nel pensiero contemporaneo e in una teologia matura, il rapporto non è più visto come una sottomissione, ma come un dialogo tra due facoltà totalmente autonome. La ragione autonoma impedisce alla fede di scivolare nel fanatismo e nella superstizione. La fede, d’altra parte, non detta le leggi alla scienza, ma pone domande etiche o di senso che la scienza, per sua natura, non può catalogare. Autonomia non significa isolamento, ma nemmeno la sopraffazione dell’una sull’altra. In sintesi, se la fede impone alla ragione cosa scoprire o cosa pensare, la ragione cessa di essere tale. La sfida moderna non è far vincere l’una o l’altra, ma garantire che la ragione operi in totale autonomia nel suo campo. La filosofia non può più essere ancilla teologia. Ragione, è chiaro, da non confondere con ragionevolezza.
Grazie per la lucida analisi. Condivisibile in pieno
Sono rimasto deluso dal libro “L’anima e il suo destino” che ho letto alcuni anni fa. Le conclusioni mostrano la pochezza culturale dell’autore rispetto agli obiettivi che si pone. Vi compare la parola energia, intesa nel senso vago del linguaggio comune, ma utilizzata per suggerire che le tesi proposte abbiano un fondamento scientifico.
Comunque almeno ha provato. Io ho apprezzato in suo tentativo di uscire dalla banalità con cui ancora oggi la chiesa parla dell’anima. E in certi passaggio é piuttosto credibile.
Fantastico, viene affermato che per credere serve la fede, per la quale l’incredibile diventa credibile. Solo la fede consente di credere a quello che la ragione da sola non può accettare. È una bella dimostrazione, non c’è che dire.
Si chiamano dogmi di fede per quel motivo. Non perchè “dogmatico” sia un termine brutto e cattivo, ma perchè la fede è il postulato su cui è costruita la teologia. Non li puoi dimostrare per definizione.
Se ti scandalizzi per i dogmi mariani perchè ti dovrebbero sembrare più razionali incarnazione o resurrezione? Se togli il presupposto di fede è ovvio che ti rimane una filosofia.
la “fede” non è una cosa che si può definire, so bene che la Chiesa lo vorrebbe, ma ogni persona ha una propria fede che non è uguale a quella di nessun altro e meno male che è così.
alcuni dogmi mariani sono proprio invenzioni che non hanno nulla di evangelico e che nella nostra vita di tutti i giorni hanno un impatto pari a ZERO, io se devo amare il mio collega di lavoro che mi mette i bastoni tra le ruote devo pensare alla verginità di Maria? (so che è un esempio sciocco, ma mi perdonerai, spero)
quello che si è perso nei secoli è l’originalità del messaggio di Gesù, che è stata sommersa da montagne di costruzioni clericali, l’intento di Mancuso e del post teismo è proprio di recuperare questo messaggio nella sua forza originale, che è quella che genera conversioni, non mi risulta che nessun dogma abbia mai convertito qualcuno
Potrei consigliarle un libro di Clodoveo Boff sulla Mariologia sociale e i suoi rapporti con la politica del Novecento.
Sono drastico.
Parto da quanto dice Pascal sulla ragione.
Aggiungo la tesi informatica secondo cui la ragione elabora i dati di ingresso ma non vi aggiunge un bit di info. Cambia la forma. E basta.
Quindi quali sono gli input da Gesù??
Ne hanno elaborati mille.. cfr il Jesus Seminar..
Ma se continuano a cercare forse è sbagliato l’approccio? Scrivevo poco fa su Vino Nuovo che Romani ci chiede
” Cosa farebbe Lui al posto mio qui e adesso?”
Credere che così troverei il mio vero IO è Fede?
Non mi importa su che filiazione Gesù abbia con Dio..
Mi basta che mi porti da Lui.
Che mi faccia vivere la trascendenza che è in me.
Grazie Gesù
Perché mi hai fatto capire che il significato della Realtà richiede un cuore NUOVO, uno sguardo diverso il TUO..
Essere come Lui.
Questa è Teologia.
Finalmente qualcuno che con autorita’risponde a un ex prete che pensa di essere onniscente. Oggi siamo pieni di cattivi maestri. Bisogna parlare di santita’ e metafisica e non avere la pretesa di aver capito tutto. Anche gli apostoli avevano dubbi ma dopo aver visto quello che faceva Gesu’hanno dato la vita. L’avrebbero fatto dolo per le ragioni di Mancuso?
Concordo. Quello che apprezzo però del lavoro di Mancuso è comunque una rivalutazione delle tradizioni religiose diverse che possono ancora insegnarci molto e lo sforzo di provare a razionalizzare rendendoli più accettabili per la mentalità moderna alcuni aspetti della religione oggi inaccettabile per come ci vengono presentati della tradizione.
Mancuso “rifonda”la fede….ed è quello che ci serve, soprattutto oggi
Il che forse lascia capire il perché di un attacco simile. Se ne avverte la pericolosità.