
Cristo tra i dottori della Legge (Albrecht Dürer, 1506).
L’opera di Vito Mancuso si presenta al pubblico contemporaneo con l’ambizioso intento di operare una «rifondazione» o una «riconciliazione» tra la ricerca storica sul Nazareno e le esigenze della coscienza moderna. Tuttavia, un’analisi epistemologica rigorosa dei suoi scritti e delle sue conferenze rivela una realtà ben diversa: non ci troviamo di fronte a un’evoluzione interna al sapere teologico cristiano, bensì a un radicale e definitivo congedo dalla teologia cattolica.
Nel dire questo con molta chiarezza e franchezza, faccio “affidamento” alla mia formazione teologica a Venegono (la stessa del Mancuso) – e specificamente alla Cristologia del grande Giovanni Moioli –, nonché all’esperienza di insegnamento per almeno 25 anni della Cristologia e della Teologia trinitaria, all’Istituto teologico calabro, aggregato alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale (e nei corsi di specializzazione della Teologia fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana, per 11 anni).
Per comprendere la portata di questo “congedo”, è necessario definire lo statuto formale della teologia “come scienza”. Essa non è una libera speculazione intellettuale su un divino genericamente inteso, ma la mediazione critica del sapere della fede (intellectus fidei).
Se si esclude lo «sguardo della fede» come strumento conoscitivo e oggettivo per attingere il reale nella sua interezza, la teologia si dissolve. È esattamente ciò che accade nell’approccio di Mancuso, dove la riflessione si contrae in una generica «teiologia».
Con questo termine, mutuato dal vocabolario filosofico rosminiano, si intende una riflessione astratta sul «divino» impersonale (il deus inteso come ordine, armonia o energia cosmica di matrice panenteistica e whiteheadiana), che abdica programmaticamente a pensare il Dio vivente e personale della Rivelazione cristiana, riducendo la figura storica di Gesù Cristo a un mero simbolo etico o a un mito archetipico. Al campo della «teiologia» possono facilmente convergere tante prospettive post-teistiche, oggi di moda.
La prigione dell’Illuminismo: Reimarus e il «brutto, largo fossato»
Il punto di partenza del «gesuanesimo» di Mancuso non è nuovo. Egli attinge a piene mani dalle tesi della vecchia teologia liberale tedesca e, prima ancora, dai presupposti razionalistici che inaugurarono la cosiddetta Old Quest (la prima ricerca sul Gesù storico).
Come ricorda Maurizio Gronchi – la cui opera monumentale di Cristologia andrebbe meditata dai cattolici – questa indagine nacque ufficialmente con Hermann Samuel Reimarus (1694-1768), il quale per primo operò una separazione netta e sistematica tra il Gesù della storia e il Cristo della Bibbia, giudicando i racconti pasquali della Chiesa come una frode consapevole ordita dai discepoli per mascherare il fallimento politico del loro maestro.
I manoscritti di Reimarus furono pubblicati anonimi, tra il 1774 e il 1778, da Gotthold Ephraim Lessing (1729-1781), il quale formulò il problema teoretico che tuttora imprigiona la gnoseologia di Mancuso: il celebre «fossato di Lessing».
Lessing scrisse che «casuali verità storiche non possono mai diventare la prova di necessarie verità razionali». Se l’evento della salvezza è legato a un fatto storico contingente e particolare (l’uomo Gesù di Nazaret, la sua croce, la sua risurrezione), come può tale fatto particolare pretendere di fondare verità universali ed eterne? Di fronte a questo paradosso, che Lessing definì «il brutto, largo fossato che io non riesco a oltrepassare, per quanto spesso e con ogni sforzo abbia tentato il balzo», il pensiero moderno ha imboccato la via del riduzionismo.
Mancuso, impossibilitato ad attraversare il fossato con lo slancio della fede teologale, decide di colmarlo sacrificando il polo della storicità divina. Se, per Lessing, la Rivelazione ha un valore puramente pedagogico (un’educazione del genere umano destinata a dissolversi non appena la ragione diventa autonoma), per Mancuso Gesù Cristo diventa il «pedagogo» che si è storicamente sbagliato circa l’imminenza del Regno di Dio, ma che conserva un valore esclusivamente «filosofico e spirituale» come simbolo che attiva la coscienza morale (del pelagianesimo di Mancuso parlai direttamente con lui a Catania anni orsono). La dogmatica cristiana viene così liquidata come una mitizzazione posteriore.
La struttura del riduzionismo gnoseologico
Al cuore di questa transizione vi è l’accettazione acritica del dogma illuminista secondo cui «la fede crede e non sa, mentre solo la ragione sa e non crede». In questa prospettiva positivista, la realtà storica viene ridotta unicamente a ciò che è empiricamente verificabile e catalogabile secondo le leggi di causa-effetto della ragione naturale.
Come osserva acutamente Hans Kessler (analizzando le derive metodologiche di critici radicali come Gerd Lüdemann), l’intelligenza secolaristica dell’evo moderno viene assunta come un a priori indiscusso, un criterio assoluto di plausibilità che pregiudica l’evento storico stesso.
Se si applica questo metodo in modo unilaterale, l’Incarnazione di Dio – il fatto che nel corpo di quell’uomo singolare abiti corporalmente la Divinità – diventa invisibile. La ragione positivista, da sola, registra soltanto la superficie empirica del Nazareno (un maestro morale, un profeta apocalittico condannato a morte). Escludere lo «sguardo della fede» come via d’accesso alla realtà oggettiva significa operare una gravissima mutilazione gnoseologica.
La teologia cattolica risponde (con autori come Gerald O’Collins e Georg Essen) che la conoscenza storica è necessaria ma insufficiente se privata di concetti metafisici e dell’assenso della fede: «i pensieri metafisici senza contenuto storico empirico sono vuoti, le esperienze storiche senza concetti filosofici sono cieche».
Senza l’equilibrio ermeneutico tra storia e fede apostolica, la cristologia si dissolve in una dottrina mitologica o in un moralismo astratto. Il «gesuanesimo» di Mancuso, se pretende di salvare l’etica di Gesù demolendo l’ontologia del Figlio, cade in una forma speculare di docetismo: la carne storica del Salvatore perde la sua unicità salvifica e viene dissolta nell’universalità atemporale di un’idea razionale.
La dissoluzione sapienziale: Gesù prima di Gesù?
L’esito inevitabile di questo riduzionismo illuminista è la perdita dell’unicità di Cristo. Se la salvezza non risiede nell’efficacia ontologica e sacramentale della sua morte e risurrezione, ma si riduce all’adesione morale ai valori universali di bene e giustizia di Matteo 25, allora Gesù non porta alcuna reale novità nel mondo. Mancuso stesso, per convalidare il suo «gesuanesimo universale», sottolinea come l’etica di Matteo 25 fosse già perfettamente espressa nel Libro dei morti dell’antico Egitto o nella filosofia di Platone.
E però, se la via di Gesù è solo una variante storica di un’etica sapienziale che l’umanità «conosce da sempre», allora la pretesa cristiana di verità universale crolla. Come osserva Klaus Berger, l’Illuminismo ha operato una sistematica secolarizzazione della luce della fede. Richiamandosi all’Educazione del genere umano di Lessing, Berger mostra come la modernità abbia sostituito la luce della fede con quella della sola ragione, i comandamenti divini con i valori morali mondani, e lo Spirito Santo con lo spirito umano.
La cristologia cattolica, al contrario, difende la singolarità di Gesù Cristo (Moioli). Egli non è un maestro che indica una via a sé esterna, ma è Colui che dice: «Io sono la via, la verità e la vita». La verità cristiana non è una teoria logico-dimostrabile, ma una Persona reale entrata nello spazio e nel tempo. Ridurre il cristianesimo a un’«ateologia etica» significa svuotarlo del suo nucleo salvifico, lasciando l’uomo prigioniero delle proprie sole forze morali.
Concludo per il momento: il tentativo di Mancuso di edificare un «cristianesimo della ragione» si rivela, alla prova dei fatti, un’operazione nostalgica che ripropone le secche del razionalismo ottocentesco.
Smontare la «caricatura gesuana» di Mancuso significa allora, anzitutto, smascherare questo vizio d’origine: la pretesa di fare teologia prescindendo dallo sguardo della fede, finendo per scambiare la maestosa ampiezza del mistero del Dio incarnato con le misure ridotte del tribunale della sola ragione naturale.
Città del Vaticano, 26 agosto 2026





