Lo stato: tra diplomazia e profezia

lazzarin

Riflettendo sull’esistenza dello stato come realtà naturalizzata e insostituibile e sull’urgenza di affrontare e superare, politicamente, gli stati attuali e i loro effetti tragicamente minacciosi sul pianeta e sull’umanità, difenderò l’ipotesi dell’inevitabilità di rivedere l’influenza della teologia della storia di Agostino e Tommaso.

Dal decreto di Teodosio nel 476, abbiamo assistito a un’incessante successione di relazioni, a volte pacifiche e identificate, a volte travagliate e conflittuali, tra le Chiese e gli stati: in certi momenti poteva essere l’impero, in altri gli stati nazionali, i principati, le monarchie, dittature o repubbliche… ma il rapporto con gli stati è sempre stato considerato qualcosa di costitutivo, inseparabile, ontologico.

A partire da Max Weber

Il punto di partenza è il pensiero di Max Weber che, in una conferenza del 1919,[1] fece riflessioni provocatorie sull’etica di coloro che fanno politica istituzionale: quelle riflessioni mi sfidano profondamente, perché illuminano le tensioni attuali in cui la gestione liberal-democratica è sempre più minacciata da aggiustamenti tirannici; e, allo stesso tempo, mi infastidiscono, a causa dei limiti imposti alle possibilità critiche.

Osservando i modelli di comportamento di coloro che amministrano il potere politico nello stato moderno, Weber arriva a distinguere due tipi di etica: l’etica della convinzione e l’etica della responsabilità. Le due etiche fanno luce su una tensione che considera fondamentale: il politico deve obbedire ai prìncipi o, soprattutto, dare priorità all’attenzione alle conseguenze delle sue decisioni?

È il sistema di prìncipi e di doveri, in tensione permanente con la teleologia e la preoccupazione delle conseguenze.

Etica della convinzione: la cosa giusta è fare ciò che è considerato moralmente giusto.

Etica della responsabilità: chi decide deve tener conto degli effetti delle proprie azioni e assumersi la responsabilità delle conseguenze prevedibili.

Per il politico, queste due posizioni etiche non sarebbero in opposizione, ma possono e debbono essere riconciliate nell’azione politica.

Sottolineo subito il problema centrale del mio disagio. Ciò che mi scandalizza della tesi di Weber è il fatto che riflette sulle sfide etiche relative alla gestione dello stato, senza prima discutere eticamente lo stato stesso.

Sembra naturalizzare la presenza dello stato, collocandolo nella lista delle realtà preesistenti e indiscutibili, quando, a mio avviso, è imperativo affrontare, praticamente e teoricamente, questa invenzione umana che, paradossalmente, diventa onnipresente, con varie caratteristiche culturali e storiche, nella nostra civiltà occidentale.

Inoltre, dopo Hiroshima e Nagasaki, la Shoah e Gaza, l’ottimismo equilibrato e riformista di Weber potrebbe persino servire da alibi ipocrita per politici che oggi non hanno sensibilità né responsabilità per gli effetti mortali, ecocidi e genocidi delle loro decisioni.

Politica come vocazione

Alla ricerca di tipi ideali, Weber aveva già scritto sulle diverse caratteristiche dell’etica protestante e dell’etica cattolica.[2]

Sono due approcci diversi, ma hanno un denominatore comune: la parola Beruf. Con questa parola, nel 1919, il pensatore tedesco evoca consapevolmente dimensioni teologiche, in particolare della teologia protestante, ma anche della teologia cattolica. Il termine Beruf (professione) e Berufung (vocazione, chiamata) emergono direttamente dalla traduzione della Bibbia di Lutero, che trasformò il semplice lavoro quotidiano in una missione spirituale.

Quando Weber parla di «politica come vocazione», sta dicendo che la politica non è solo un’attività tecnica, ma una vocazione, una missione che richiede dedicazione, disciplina e responsabilità. Sembra evidente che Weber usa un linguaggio religioso per elevare la politica al livello di missione etica.

Assumere lo stato come una realtà naturale è pure un lascito luterano. Infatti, seguendo la concezione classica agostiniana, Lutero definisce lo stato come «governo della mano sinistra di Dio», mentre la Chiesa è il «governo della mano destra di Dio». Questa distinzione esprime due modi in cui Dio agisce nel mondo: con lo stato attraverso la legge e la forza; mentre con la Chiesa, Dio opera con la grazia e la fede.

Sant’Agostino, nella De Civitate Dei, afferma che lo stato è una realtà necessaria a causa della condizione di peccato in cui si trovano gli esseri umani. La sua funzione è contenere il male, mantenere l’ordine e prevenire la violenza; un rimedio necessario per porre fine al disordine umano. In breve, Dio agisce nel mondo sia per grazia che per ordine coercitivo. Per Agostino e Lutero, lo stato, quindi, è uno strumento di Dio, ma non come espressione della sua grazia, bensì come necessità storica.

Weber attesta di essere profondamente consapevole di questa tradizione quando parla dell’etica della responsabilità, della vocazione politica e dell’uso monopolistico e legittimo della violenza. La religione appartiene al «regno della mano destra»: è il campo appropriato delle convinzioni, della fede e dei prìncipi assoluti.

Anche il cattolicesimo riconosce la distinzione tra ordine temporale e spirituale, affermando, insieme ad Agostino, che lo stato è necessario a causa della condizione umana e che, quindi, la politica deve essere morale. La Dottrina Sociale riprende questa tradizione, ma senza il dualismo luterano.

Il pensiero di Machiavelli

Sembra evidente che, in questo contesto, non possiamo ignorare l’autore fondamentale della teoria sullo stato moderno e sui suoi principi: Niccolò Machiavelli. L’autonomia della politica è una delle idee centrali del pensiero di Machiavelli.

Secondo lui, la politica dovrebbe essere analizzata come una sfera propria e autonoma della vita sociale, con regole e obiettivi specifici, senza essere subordinata alla morale o alla teologia religiosa, qualunque essa sia.

Per lui, il sovrano deve preoccuparsi, soprattutto, del mantenimento dello stato, della stabilità politica, della sicurezza della popolazione e della conservazione del potere necessario per governare.

Per Machiavelli, la politica ha una propria logica e deve essere studiata dalla realtà dei fatti e dei rapporti di potere, e non dai principi morali o religiosi.

Machiavelli studia come conquistare e preservare, concretamente, il potere. Weber studia come il potere venga legittimato ed esercitato nelle società moderne. Tuttavia, è chiaro che i due convergono sulla piena autonomia della politica.

Facendo i conti con la realtà, Machiavelli ci propone certamente un prezioso servizio alla verità. Pianta nel nostro sguardo e nella nostra sensibilità politica un seme di radicalità profondamente pessimista: lo stato può diventare un inferno di divisione, violenza, guerra e morte.

Non si può negare ciò che oggi appare tragicamente davanti ai nostri occhi: quando le identità nazionali e religiose si lasciano rimodellare dalle istituzioni statali di guerra, perdono ogni significato e legittimità.

Ho sempre pensato che, in ultima analisi, Machiavelli, qualche secolo prima di Marx e di Bakunin, abbia smascherato definitivamente lo stato, aiutandoci a capire che, in circostanze mutate, il potere del principe è sempre l’immenso potere dell’economia politica e dei pochi monopoli che controllano politica, tecnologia e mercato, fame e guerra.

Weber, al contrario, preserva lo stato e la politica, affermando che il politico maturo combina convinzione e responsabilità, ma ammette che, a volte, è necessario agire contro prìncipi e valori personali per preservare lo stato.

La nostra Chiesa, nel corso dei secoli, è stata protagonista di questo confronto e di questo dibattito, ispirata dalle teologie di Agostino e di Tommaso d’Aquino, ma non si è dimostrata sufficientemente attenta alla profezia di Machiavelli.

La Rerum novarum

Prima dell’emergere della Dottrina Sociale della Chiesa (DSI), inaugurata dall’enciclica Rerum novarum di papa Leone XIII (1891), le teologie di Agostino e di Tommaso erano e, sotto certi aspetti, rimangono, egemoniche.

Per Agostino, lo stato non è un male in sé, ma non è nemmeno il fine ultimo dell’essere umano, la cui vera patria è la “Città di Dio”.

Per Tommaso, l’autorità esiste per promuovere il bene comune. Il politico deve governare secondo la legge morale e la giustizia. La tirannia è vista come una corruzione dell’autorità legittima.

In pratica, dalla fine del IV secolo, Chiesa e stato vissero in stretta collaborazione, anche se, nel Medioevo, spesso entrarono in conflitto su chi avesse autorità superiore in alcune questioni: la disputa sulle investiture (1075-1122), sulla nomina di vescovo e abati, e la disputa per la supremazia tra Chiesa e monarchia tra Bonifacio VIII e Filippo IV (1296-1303). Poi le crisi interne della Chiesa, il papa esiliato ad Avignone, una graduale perdita di autorità politica. E, infine, la Riforma protestante, con il consolidamento in vari paesi del potere degli Stati sugli affari religiosi.

Per molto tempo (XVI-XVIII secolo), la Chiesa ha sostenuto, generalmente, una società cristiana in cui religione e politica erano intimamente coinvolte. Questo è il periodo delle monarchie cattoliche e della colonizzazione dell’Abya Ayala, un processo violento di cui furono protagonisti anche stati e Chiese protestanti.

Il clima cambiò radicalmente dopo la Rivoluzione francese. Il liberalismo, la laicità e poi il socialismo provocarono forti reazioni da parte della Chiesa. Molti documenti papali si concentrarono sulla difesa della religione, della famiglia, della proprietà e dell’autorità politica legittima contro movimenti e ideologie che minacciavano lo status quo.

Per quanto riguarda questa tradizione secolare, la Rerum novarum rappresenta un cambiamento significativo. Può essere considerato il primo documento che nega e supera la logica condannatoria del Syllabus di Pio IX (1864).

Ovviamente, lo stato, come istituzione, mantiene la sua validità teologica e pastorale, ma Leone XIII, invece di occuparsi solo della legittimità del potere politico e della difesa dell’identità e del potere della Chiesa, si occupa delle vittime della modernità: la questione dei lavoratori, le condizioni di lavoro, la povertà urbana, il rapporto tra capitale e lavoro e le responsabilità dello stato nella giustizia sociale.

Le disuguaglianze sorte con la Rivoluzione industriale guidarono il processo di elaborazione della Dottrina Sociale. Un percorso segnato da vari documenti e, soprattutto, dal Concilio Ecumenico Vaticano II: la politica deve essere guidata da valori non negoziabili, come la dignità umana, la giustizia, la solidarietà, la difesa della vita, il bene comune.[3] Non è legittimo abbandonare i prìncipi etici per ottenere risultati politici.

È innegabile che ci siano stati cambiamenti radicali e significativi nella dottrina cattolica dello stato, ma ciò che resiste al cambiamento continua ad essere la base teologica agostiniano-tomista, che non contesta la natura dello stato e, al contrario, continua ad ammettere e a sostenere acriticamente la necessità della sua esistenza.

Se, tuttavia, passiamo dalla dimensione fortemente razionale della dottrina al terreno della sensibilità profetica, che può nutrire una razionalità alternativa, forse solo Giovanni XXIII e Francesco, a livello istituzionale, sono stati profeti nel nostro tempo che opprime e minaccia con poteri sempre più potenti i popoli e la vita dello stesso Pianeta Terra. Entrambi si sono espressi contro le guerre perpetrate dagli Stati, senza riuscire a cambiare o a sovvertire il fondamento agostiniano che difende la possibilità di una guerra giusta.

Siamo lontani dalla testimonianza di Gesù

In effetti, il Compendio DSI abbraccia ancora la tradizione dell’autodifesa armata in condizioni molto rigide, tesi contraddetta dal recente magistero, in particolare da quello di papa Francesco che ha proclamato che la guerra difficilmente può essere moralmente giustificata nelle condizioni contemporanee.

Siamo però ancora lontani dalla testimonianza radicale di Tolstoj, Gandhi, Simone Weil, Martin Luther King, Lanza del Vasto, Dorothy Day, per i quali qualsiasi scelta per la guerra è immorale e antievangelica.

E siamo, soprattutto, lontani da Gesù di Nazareth. Gesù è la rottura etica radicale. Nel suo tempo, Gesù affrontò i poteri di tutti i tempi: il tempio e lo stato: il tempio di Gerusalemme, che rappresenta tutti i poteri religiosi che si sono seguiti a vicenda nella storia fino ad oggi; l’impero, che rappresenta tutti gli Stati di cui la storia può raccontare le guerre e tutti i crimini atroci e brutali.

Se Weber descrive la tensione tra l’etica della convinzione e l’etica della responsabilità, Gesù rappresenta qualcosa di radicalmente alternativo. Se Agostino giunge a sostenere le sanzioni legali, la repressione statale e la coercizione esercitate dall’impero romano contro il movimento donatista, Gesù ci ricorda che stato e guerra non sono condizioni ontologiche: “Chi ferisce con la spada, morirà per la spada”; “Ama i tuoi nemici”; “Beati i pacificatori.” Non è venuto per insegnarci come gestire e amministrare il mondo. Ci invita a confrontarci con il potere dello stato e della guerra, nella maggior parte dei casi un binomio inseparabile.

Gesù non è un legislatore morale: ci invita alla sequela, al discepolato, a profetizzare, a aderire al Regno di Dio, presente, qui e ora, nella piccola semina, nel grano buono sempre mescolato alle erbacce; un invito a vivere alla presenza dei malvagi che il nemico ha seminato nella storia, e a riconoscere il male, ombra inseparabile della nostra identità.

Questo è il comandamento di vivere con gioia il nostro tempo, che non è tempo di raccolto, ma sempre tempo di semina. E a non cedere alla tentazione di gestire l’inimicizia con coercizione, violenza e guerra.

Ho menzionato i grandi e noti testimoni della Pace, ma in conclusione vorrei ricordare la profezia crocifissa del martire Franz Jägerstätter. Era un contadino austriaco che rifiutò di combattere per l’esercito della Germania nazista per motivi di coscienza e fede. Quando fu arruolato, rifiutò di prestare fedeltà a Hitler e di partecipare alla guerra. Per questo motivo, fu condannato a morte e decapitato nel 1943. Successivamente, la Chiesa cattolica lo ha riconosciuto come martire e lo ha beatificato nel 2007. La sua storia ha ispirato il film di Terrence Malick A Hidden Life. Possa Dio ispirare la nostra Chiesa a non allearsi mai e a non servire stati che “per loro natura” continuano a tiranneggiare, uccidere e soggiogare interi popoli (Mt 20,25-28).


[1] WEBER Max, Política como vocação e ofício, Vozes, Petrópolis, 2021.
[2] WEBER Max, A ética protestante e o espírito do capitalismo, Companhia das Letras, São Paulo, 2007.
[3] Centesimus Annus (1991); Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa (2004); Gaudium et spes (1965); Caritas in veritate (2009); Laudato si’ (2015); Fratelli tutti (2020); Magnifica humanitas (2026).

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