
© Tony Antoniou
«Di certi viaggi si sa soltanto al ritorno» (M. Zambrano). Con queste parole, Lucia Vantini, teologa e filosofa, docente all’ISSR di Verona e delegata episcopale della diocesi per l’ambito della prossimità, ha avviato la sua riflessione conclusiva del “Laboratorio giovani Credere domani” che quest’anno portava il titolo: Quali comunità?
Dal 23 al 26 agosto circa ottanta persone hanno preso parte a San Fidenzio (Verona) a questo percorso che rappresentava l’ultima tappa di un triennio che si era già interrogato su quale spiritualità? (2024) e quale felicità? (2025). Il tutto ha preso le mosse dalla ricerca di Paola Bignardi e Rita Bichi[1] e si è articolato come un’esperienza laboratoriale sui giovani e con i giovani con un’attenzione particolare, in questo terzo e ultimo anno, al tema della comunità cristiana.
Le tre edizioni estive del laboratorio hanno fatto pian piano emergere la domanda sottesa, la questione “radicale” posta dalle domande dei giovani, che riguarda il cuore della fede cristiana. Le tre domande relative alla spiritualità, all’etica e alle comunità si sono raccolte in un’unica decisiva domanda: quale cristianesimo? Quale il suo nucleo, la sua forma, il suo stile?
In ascolto dei giovani
Federica Rizzardi è stata la prima tra i 101 giovani intervistati da Paola Bignardi e dagli altri ricercatori. Federica, che si accosta al battesimo alla fine dell’adolescenza, lascerà, qualche anno dopo la stessa comunità cristiana che l’ha generata alla fede. Ma non come rifiuto del suo percorso di fede, piuttosto come necessaria maturazione “altrove”.
Intervistata da Paola Bignardi, nella serata di domenica volta ad introdurre il laboratorio, con un linguaggio diretto e ricco di metafore (“la parrocchia luna park” su tutte), Federica ha dato voce a quella ricerca di spiritualità e di autenticità che è nelle parole di tanti i giovani: nel triennio i partecipanti ne hanno ascoltati 38, portatori delle più diverse esperienze di fede o non fede, di ricerca spirituale e di senso della vita, dentro i più differenti vissuti, selezionati dall’équipe che, guidata da fratel Enzo Biemmi e da don Ivo Seghedoni, ha articolato il percorso a nome dei due Istituti Superiori di Scienze Religiose di Verona e dell’Emilia (Modena-Parma), su mandato dei rispettivi vescovi.
Elemento distintivo dell’ascolto è stata la lectio divina che ha aperto le giornate di lunedì e martedì proposta da sr. Grazia Papola, direttrice dell’ISSR di Verona. Commentando la pagina del libro di Neemia (8,1-15) e poi la prima conclusione del vangelo secondo Marco (15,40-16,8) ha orientato il discernimento: ricostruire non significa guardare indietro, ma avanti, dove il Risorto ci aspetta là dove noi non lo stiamo cercando. E in questo luogo, che ancora non conosciamo, ci sono i giovani.
Nel pomeriggio di lunedì 24 agosto Filippo, Monica e Nina hanno raccontato l’esperienza di Ecclettica, un’associazione nata a Dolcè (VR) in Valdadige, che ha sede al Policaffè, l’ex circolo di proprietà della parrocchia. Rigenerando questo luogo, con il coinvolgimento di oltre 500 persone, sono nati appuntamenti annuali che hanno rivitalizzato il territorio: TacaBanda, il festival del gioco, il festival della lettura… Inoltre, il Policaffè ha ospitato residenze d’artista con l’Accademia delle Belle Arti di Verona, realizzando un murale di 120 metri. In questo modo – come hanno raccontato i giovani – «Ecclettica accende idee da fare insieme in uno spazio di persone diverse per amplificare il coraggio di sognare».
Il martedì mattina Chiara, Alessandro, Alice (e Ilaria), hanno raccontato la preghiera di Taizè nelle comunità di Giaveno (Torino), facendo emergere come questo stile di preghiera che i giovani hanno “costruito” e che li vede protagonisti, permetta loro di nutrirsi e di vivere un’esperienza spirituale che orienta ciò che fanno. Interessante la scelta, perlomeno inziale, di non fare la preghiera in chiesa, perché “spaventava”, bensì in un salone da allestire tutte le volte. Alla sera abbiamo condiviso la preghiera di Taizè guidata da questi giovani insieme a Gerardo.
A seguire Giuseppe, Chiara, Marco, Pietro e Giulia hanno raccontato l’esperienza delle comunità universitarie di Trento. A Povo esistono due case nelle quali 14 giovani condividono la loro vita di studenti con altre persone che aderiscono al progetto.
Il progetto richiede l’adesione a tre “tasselli”: un momento settimanale di condivisione e riflessione, una scelta di servizio per mettersi in gioco e la gestione condivisa della casa (spesa e pranzi in comune, pulizia e riordino degli spazi, apertura agli amici…). Si tratta di un’esperienza che – a detta di chi la vive – dà una dimensione profondamente umana anche al vissuto di fede che in questo modo si rafforza.
Comunità è un concetto dinamico
Prima di loro, a incorniciare la riflessione del laboratorio, don Erio Castellucci, vescovo di Modena-Nonantola e Carpi, ha tenuto una relazione che ha aiutato a riflettere sul significato della comunità da un punto di vista ecclesiologico. Nel contesto del mondo di oggi ha fatto emergere come il concetto stesso di comunità sia dinamico. Gesù, infatti, non è un “fotografo” che scatta delle istantanee, ma piuttosto un “regista” che mette in cammino.
Così, recuperando l’insegnamento del Vaticano II, sono state accese cinque luci che hanno illuminato la comunità cristiana, la cui identità è quella di una comunità che serve, è itinerante, accogliente, missionaria e invischiata. «I giovani – ha affermato don Erio – in una comunità sentono (e cercano) un’accoglienza che si respira, riti che non siano freddi, esperienze di fraternità e sororità».
Dopo questo triplice ascolto: della Parola, della riflessione ecclesiale, della voce dei giovani, il pomeriggio di martedì 25 agosto è stato dedicato al lavoro di gruppo per dare profondità all’ascolto e fare insieme un cammino di discernimento.
Attraverso una griglia proposta dall’équipe che ha elaborato il progetto triennale, si è riflettuto per comprendere a quali condizioni una comunità sia abitabile per i giovani e così sfociare nella vera, ultima domanda: Quali indicazioni possiamo dare per il cristianesimo di domani?
Cinque parole che dicono cinque distanze
Mercoledì 26 agosto, dopo la preghiera guidata da don Antonio Scattolini, responsabile per la pastorale dell’arte della diocesi di Verona, che ha proposto un percorso iconografico attraverso il Credo, Lucia Vantini si è presa la responsabilità – a nome dell’équipe – di concludere il percorso.
Quale cristianesimo?: interrogare la spiritualità, l’etica e le relazioni porta a questa domanda “radicale”. Con un intervento intenso e vibrante, ha mostrato la profezia giovane: lo spazio di Dio è la vita. Ogni altro nostro spazio ecclesiale: la liturgia, la morale, le prassi comunitarie, sono mediazioni “seconde” che non lo imprigionano, che non ne esauriscono la presenza, anzi possono perfino nasconderla. È il “non è qui” detto al sepolcro alle donne!
Lucia Vantini ha mostrato che siamo non al termine, ma ad un compimento del cristianesimo: cos’è, infatti, questa religione – che è tutt’altra rispetto ad ogni religione – se non la “rielaborazione” di un lutto, non per restare nella morte, ma per vivere di nuovo?
I giovani chiedono al cristianesimo, nelle “forme” in cui si concretizza, se dà vita o se la assorbe. Se libera o se imprigiona. Essi ci hanno indicato con le loro parole cinque distanze rispetto alla forma attuale dell’esperienza cristiana che dicono una profezia.
La prima distanza è quella dal sacro pensato come potere che si appropria, la seconda è quella dalla discriminazione della donna, la terza è quella del non riconoscimento dell’amore omosessuale, la quarta è quella dal non concepire la natura come soggetto vivo, la quinta è la distanza da una giustizia che è stata tradita.
Le giovani e i giovani non credono più di poter cambiare il mondo, e soprattutto non si aspettano che il cristianesimo abbia qualcosa da dire al riguardo. Se non siamo in grado di assumere la sfida e colmare queste distanze, allora la loro profezia potrà risultare inutile per noi!
C’è quindi una domanda che è rivolta alla Chiesa, a ciascuno, a tutte, a tutti: che cosa ciascuno farà e che cosa le nostre comunità possono fare per custodire la libertà della vita nella comunità di cui fa parte? È lì, in questo spazio, che Dio si dà a conoscere e che viene incontrato.
[1] Cf. Rita Bichi (a cura), Paola Bignardi (a cura), Cerco, dunque credo? I giovani e una nuova spiritualità, Vita e Pensiero, Milano 2024 e Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia, Vita e Pensiero, Milano 2015.






Questi laboratori li trovo interessanti. Come è interessante è la restituzione. Tuttavia mi chiedo: 1) che ricadute poi hanno sulla pastorale? 2) Mi sembra di capire che ci si è posti in ascolto in questo caso di giovani che in qualche maniera praticano la fede e, quindi, esperienze felici. E gli altri? C’ è magari uno spazio per ascoltare i giovani che hanno abbandonato e lasciarsi interrogare dai loro abbandoni?
Gli altri giovani non ci parlano più, non ci fanno più domande, tanto meno si attendono risposte, magari risposte a domande che loro non si pongono. Ma anche per gli altri giovani si ripresenta il vecchio mantra: che per trovarli bisogna uscire a cercarli. E offrir loro qualcosa di accattivante: che cosa se non il Vangelo. E una Comunità accogliente e attenta alle tue istanze esistenziali? Esiste poi la clausola: ai giovani per i giovani. Ma i nostri giovani noi ce li teniamo stretti, li lusinghiamo, ce ne guardiamo bene di mandarli à la guerre comme à la guerre, come pecore in mezzo a lupi. Anzi gli intimiamo: state lontani dai lupi. Ma lupi non sono. Sono pecore sperdute.
Se ho ben capito, per considerare seriamente il percorso triennale svolto con o dai giovani di Verona la Chiesa dovrebbe affrontare finalmente in modo nuovo le 5 distanze individuate: il sacro, le donne, l’omosessualità, la natura, la giustizia. Tutti temi su cui mi pare non ci sia alcuna intenzione di fare modifiche o progressi dottrinali o pratici nel breve medio periodo. In alcuni casi, forse, Papa Francesco ha attivato processi, trovando comunque molti dissensi e provocando scismi. Purtroppo, mentre il mondo va veloce, nella Chiesa tutto è immobile per gli opposti veti.
Eppure le indicazioni dei giovani (se vogliamo dare credito al percorso veronese) sono molto chiare e tra pochi anni noi vecchietti dovremo cedere loro il passo…
“Il Vangelo non è più annunciato”. Su questa frase si gioca tutta l’esperienza cristiana, ecclesiale, sociale e umana. Stamattina dopo la Messa ho parlato con una persona. È emersa una NON CONOSCENZA abissale del nostro essere cristiani e in particolare di tanti aspetti della Celebrazione, tra cui ad esempio le due epiclesi, le dossologie e che tutta la Celebrazione e le preghiere sono rivolte al Padre. RICOMINCIAMO DALL’ANNUNCIO…..
Tutte cose valide e belle quelle raccolte in quest’articolo, ma impossibili da realizzare nelle piccole parrocchie italiane, destinate a morire di vecchiaia, in attesa della resurrezione finale. Troppi vincoli in duemila anni di cristianesimo impediscono di cambiare uno iota e un segno, immaginarsi la rivoluzione che qui si propone: bisogna essere realisti, non idealisti.
I giovani che non credono di poter cambiare il mondo non sono giovani. Che il cristianesimo non abbia qualcosa da dire al riguardo, è che il Vangelo non è più annunciato. Non siamo più in grado di assumere la sfida e colmare queste distanze? La notra profezia deve precedere la loro profezia.
Penso che oggi a causa delle molte innovazioni e delle scoperte scientifiche i giovani incontrino più sfide nell affrontare il.problema della fede, che secondo me, e pure mal posta, perché quando la Bibbia fu trascritta ,le cognizioni erano quelle dell epoca. Quindi bisogna tornare al.nucleo fondamentale del messaggio evangelico, che ci parla della natura dell uomo , dei suoi sentimenti, e dei suoi errori… in realtà i giovani si accorgono che si ritrovano in un mondo già plasmato, al quale loro si devono adattare , e che possono cambiare poco, ed anche se si cambia, non si cambia sempre in meglio. Il problema sta proprio qui, ognuno in base alla propria cultura, pensa di avere ragione, ma la realtà e molto piu complessa e solo l’esperienza ci dice dopo se avevamo ragione o torto. Comunque il cristianesimo ci dovrebbe indurre ad essere più tolleranti e cercare soluzioni che rispettino gli altri e la natura.
Sarebbe possibile leggere il contributo di Lucia Vantini? Credo possa essere importante, grazie! Domenico Grillo