
La catechesi di Leone XIV sulla musica sacra non riguarda soltanto gli specialisti: indica una strada concreta per restituire alle comunità la voce della preghiera e della comunione. Mons. Antonio Parisi, presbitero della diocesi di Bari, è una figura eminente nel panorama della musica sacra italiana, avendo unito in modo stretto il suo ministero sacerdotale a una qualificata attività didattica, compositiva e di consulenza in ambito liturgico-musicale.
«La musica è parte dell’azione liturgica e non mera decorazione della celebrazione». Basterebbe questa affermazione di Leone XIV, pronunciata nell’Udienza generale del 19 agosto dedicata al capitolo VI della Sacrosanctum concilium, per riaprire nella Chiesa italiana una riflessione non più rinviabile. Il papa non si è rivolto soltanto ai musicisti. Ha parlato alla Chiesa intera, perché la qualità del canto liturgico riguarda il modo in cui una comunità prega, crede e manifesta la propria unità.
Il punto di partenza è precisamente questo: nella liturgia non si canta per abbellire un rito già compiuto, né per riempire un intervallo. Cantare e suonare sono essi stessi azione rituale. La musica dà voce alla preghiera, sostiene l’unanimità, apre il cuore all’azione della grazia e conferisce ai gesti celebrativi la loro giusta solennità. Perciò il papa riprende sant’Agostino — «cantare è proprio di chi ama» — e presenta il canto come esperienza affettiva della fede, non come semplice esercizio estetico.
L’immagine forse più bella della catechesi è quella del canto come «epifania della Chiesa». Quando voci differenti si accordano nella lode, la comunione ecclesiale diventa percepibile. Non è annullata la diversità; essa viene ricondotta all’unità. Il coro, l’assemblea, il salmista, il cantore, il sacerdote e gli strumentisti non sono protagonisti in competizione, ma ministeri differenti dentro un’unica azione. Anche il silenzio appartiene a questa armonia.
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Se guardiamo con sincerità alla situazione italiana, dobbiamo riconoscere luci e ombre. Esistono cori preparati, organisti competenti, scuole, compositori e comunità nelle quali il canto nasce veramente dal rito. Ma queste esperienze rimangono spesso isolate. In molte parrocchie la scelta dei canti continua a dipendere dalla consuetudine, dal gusto del gruppo, dall’autore del momento o da una generica somiglianza tra il tema del testo e le letture domenicali. Il criterio decisivo — che cosa chiede di compiere questo rito? — resta troppo spesso sullo sfondo.
Ne derivano repertori casuali, testi fragili, melodie poco adatte all’assemblea, accompagnamenti che coprono le voci, cori che cantano al posto del popolo e una successione continua di suoni che non lascia spazio al silenzio. Non è anzitutto un problema di stili musicali. È un problema di comprensione della liturgia. Un canto modernissimo può essere rituale e dignitoso; un canto antico può essere collocato male. Allo stesso modo, la semplicità non coincide con la banalità e la complessità non garantisce la bellezza.
Leone XIV offre criteri molto concreti. La musica deve essere appropriata al momento celebrativo, al di là delle mode e delle preferenze individuali. La forma deve essere nobile e semplice, musicalmente valida e realmente eseguibile, soprattutto quando è destinata a tutti. I testi devono essere profondi ma comprensibili, ispirati principalmente alla Scrittura, ai libri liturgici e alla tradizione spirituale. In gioco è il principio antico della lex orandi, lex credendi: ciò che la Chiesa canta forma la fede del popolo.
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Come tradurre queste indicazioni in un cammino per le Chiese italiane?
La prima scelta dovrebbe essere l’ascolto. Prima di produrre un nuovo documento o un nuovo repertorio, sarebbe utile conoscere ciò che realmente accade nelle celebrazioni ordinarie: quali canti vengono usati, quanto canta l’assemblea, come viene proclamato il salmo, quale formazione ricevono sacerdoti e operatori, come dialogano coro e popolo. Una ricognizione nazionale, affidata alle diocesi e accompagnata dall’ascolto di celebrazioni reali, permetterebbe di riconoscere risorse e urgenze senza generalizzazioni ingenerose.
La seconda scelta riguarda la formazione. In Italia esistono iniziative nazionali qualificate, ma raggiungono inevitabilmente una piccola parte delle migliaia di persone che ogni domenica guidano il canto. Occorre una formazione diffusa, articolata su più livelli: un percorso parrocchiale essenziale anche per chi non legge la musica; scuole diocesane per cantori, salmisti, direttori e organisti; una formazione nazionale dei formatori. Non si tratta di trasformare ogni volontario in uno specialista, ma di offrire a tutti gli strumenti minimi per comprendere il servizio che svolgono.
Un capitolo decisivo riguarda i sacerdoti. Nessun rinnovamento sarà possibile se chi presiede rimarrà estraneo alla dimensione sonora della celebrazione. Al presbitero non si chiede una voce da cantante, ma la capacità di intonare i dialoghi, proclamare con cura, cantillare almeno alcune orazioni, rispettare i ministeri e non parlare sopra il canto o la musica. Nei seminari l’educazione della voce, la conoscenza musicale del Messale e la pratica della Liturgia delle Ore dovrebbero accompagnare stabilmente il percorso formativo, non essere concentrate in poche lezioni occasionali.
La terza scelta riguarda il repertorio. Il Repertorio Nazionale della CEI conserva una funzione preziosa, soprattutto per i criteri che propone: qualità teologica, dignità linguistica e musicale, cantabilità e pertinenza rituale. Dopo molti anni sarebbe opportuno aggiornarlo, non per imporre un unico libro, ma per offrire alle comunità un nucleo autorevole di canti sperimentati. Una piattaforma digitale potrebbe mettere a disposizione partiture, accompagnamenti, registrazioni didattiche, indicazioni rituali e differenti livelli di realizzazione.
Ogni parrocchia avrebbe bisogno non di centinaia di canti, ma di un repertorio essenziale realmente conosciuto: l’Ordinario della Messa, le acclamazioni, alcuni ritornelli salmodici, canti per i tempi dell’anno liturgico, antifone, forme processionali e qualche pagina gregoriana semplice. Un patrimonio comune permetterebbe all’assemblea di non ricominciare ogni domenica da zero e restituirebbe al canto la forza della memoria ecclesiale.
Bisogna poi ricostruire il rapporto tra coro e assemblea. Il coro non è tanto più liturgico quanto più occupa spazio, ma quanto meglio serve l’azione rituale. Ha parti proprie, può offrire pagine musicalmente più ricche, ma deve anche sostenere, educare e liberare la voce del popolo. La sua qualità pastorale si misura pure dalla capacità di far cantare gli altri. Ugualmente urgente è la formazione dei salmisti: il salmo responsoriale non è un canto meditativo qualunque, ma Parola proclamata in forma cantata.
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La catechesi papale invita inoltre a custodire il gregoriano, a valorizzare l’organo, a discernere l’uso degli altri strumenti e a prendere sul serio le tradizioni musicali delle diverse culture. Non servono contrapposizioni ideologiche. Organo e chitarra, gregoriano e nuova composizione non sono schieramenti avversari. La vera domanda è se una musica sia adatta al rito, alla dignità del luogo, alle possibilità della comunità e all’edificazione dei fedeli.
Perché tutto questo non rimanga un elenco di buone intenzioni, la Chiesa italiana potrebbe avviare un percorso di cinque anni. Ogni diocesi dovrebbe costituire una piccola équipe liturgico-musicale, individuare alcune parrocchie-laboratorio, offrire un itinerario stabile e formare almeno alcuni cantori, salmisti e accompagnatori. Le parrocchie-laboratorio non sarebbero vetrine di eccellenza, ma comunità ordinarie nelle quali sperimentare un repertorio essenziale, il canto delle parti rituali, l’alternanza tra coro e popolo, il gregoriano semplice e il valore del silenzio.
La meta non è produrre più musica né organizzare celebrazioni spettacolari. È una Chiesa nella quale il sacerdote presiede anche con la voce, il salmista proclama cantando, il coro serve e sostiene, l’organista interpreta il rito, il cantore guida senza protagonismo e l’assemblea risponde, acclama, ascolta, tace e canta.
L’intervento di Leone XIV può segnare l’inizio di una nuova stagione. Ma occorre compiere un passaggio decisivo: dalla pastorale dei canti alla pastorale del cantare celebrativo. Solo allora la musica tornerà a essere ciò che il Concilio ha chiesto e il papa ha ricordato: non il rivestimento sonoro della liturgia, ma una delle forme attraverso le quali la Chiesa, radunata dallo Spirito, diventa una sola voce e un solo cuore.





