
Può colpire tutti. Tutti quelli che hanno un potere: genitori, educatori, pastori religiosi, docenti, politici, magistrati, militari, dirigenti d’azienda o di pubblica amministrazione, responsabili di una comunità di credenti, di un’associazione o di un organismo nazionale o internazionale, leader di una qualsivoglia comunità.
L’ossessione per il consenso è una delle tante malattie del potere: fare di tutto perché gli altri mi approvino, mi manifestino consenso, mi votino, mi applaudano, mi osannino fino alle forme di «passione idolatra» (E. Fromm), cieca, deleteria per sé e per gli altri. L’ossessione per il consenso è la figlia maggiore dell’ossessione per il potere. Il potere può diventare un «grande narcotico» (M. Kets De Vries), se non si tutela il proprio equilibrio psicofisico, emotivo e non si accrescono le proprie competenze regolarmente. Quando il potere si ammala le ossessioni aumentano.
Orbene le campagne elettorali sono tra le più grandi esibizioni della figlia – l’ossessione per il consenso – e un po’ meno della madre – l’ossessione per il potere – che comunque mantiene la scrittura del copione e la regia dello spettacolo. Se non fosse per la tremenda serietà della posta in gioco – le responsabilità su persone, gruppi, ambiente e scenari internazionali, da esercitare nella giustizia e nella pace – potremmo dire che lo spettacolo, non solo in Italia, non ha mai fine e costituisce un divertimento unico, messo in scena, come cantava Franco Battiato, da tante «squallide figure che attraversano il Paese» e che rendono la vita «misera negli abusi di potere».
Come per ogni spettacolo ci sono anche degli spettatori. Siccome ogni testa può esprimere consenso o rifiuto, votare la compagine in scena o la sua concorrente, sarebbe molto utile, nei mesi futuri, prestare attenzione non solo allo spettacolo delle due compagnie ma anche alla platea, cercare di quali parole, quali gesti, quali programmi, quali strategie riempiono le teste di contenuti e le rendono meno stupide.
Due dati sono allarmanti: il calo del numero dei votanti e gli attacchi continui alla stabilità democratica del nostro Paese (Costituzione, priorità del parlamento e divisione dei poteri, natura antifascista dell’Italia, assetti istituzionali ecc.). Se questi problemi non si affrontano seriamente rischiamo che la minoranza di una residua maggioranza parlamentare (e se passa la proposta di legge elettorale il rischio sarà maggiore) rafforzerà la sua posizione.
Non siamo davanti a una normale crisi politica, ma una crisi che è prima di tutto culturale e, poi, politica e istituzionale. Il referendum sul governo della magistratura è stato un ottimo esempio di resistenza di idee e prassi autenticamente democratiche, con tanti e motivati incontri pubblici. Li dobbiamo riprendere per evitare il peggio e salvare la nostra democrazia costituzionale. E il peggio non è una remota possibilità, ma è dietro l’angolo. Per questo motivo iniziamo dalle cose più essenziali:
- Ritornare a parlare di politica in famiglia, nell’associazionismo, in parrocchia, tra conoscenti e amici non per litigare come se fossimo di tifoserie diverse, ma per capire meglio cosa succede orientarsi, con cognizioni di causa, nel voto prossimo.
- Non perdere tempo a seguire tutti i narcotizzati di consenso e potere.
- Parlare con chi non vota più: dialogando su ragioni ed esperienze vissute.
- Partecipare agli incontri dei partiti e chiedere lumi sui programmi proposti.
- Selezionare e verificare le proprie fonti informative, usare meno i social quando questi propongono solo spazzatura, falsità, offese e simili.
- Chiedere alle istituzioni educative (famiglie, scuola, università, Chiese e altre comunità di fede religiosa, associazioni, gruppi) di formare e informare sulla politica con itinerari seri e qualificati.
Tutto questo è indispensabile per comprendere quale tipo di politica vogliamo realizzare. Calvino direbbe, ne Le città invisibili: «Sì, l’impero è malato e, quel che è peggio, cerca di assuefarsi alle sue piaghe. Il fine delle mie esplorazioni è questo: scrutando le tracce di felicità che ancora s’intravedono, ne misuro la penuria. Se vuoi sapere quanto buio hai intorno, devi aguzzare lo sguardo sulle fioche luci lontane».






La democrazia non può fare a meno della competizione leale, tra diversi gruppi. Ma il consenso, sia da parte di chi si trova in quel momento al governo, sia da chi lo contesta, va costruito nel tempo, governando bene per gli uni e impegnandosi in progetti/programmi alternativi per gli altri. Assistiamo invece spesso ai festival delle menzogne e dell’offesa ai cittadini, o magnificando realizzazioni mai avvenute o lanciando promesse fondate a volte più sulla smentita ironica delle realizzazioni di chi governa, che sul solido terreno della realtà dei fatti. Come recuperare alla fiducia nella correttezza politica, anima della democrazia, quei cittadini, sempre più numerosi, che non vanno più a votare? E che democrazia è mai quella in cui si è governati da un gruppo che ha ricevuto il 26% dei voti dal 48% dei votanti, e che millanta il consenso ‘ della maggioranza degli italiani’ ? Per parlare di democrazia bisogna che ci sia una robusta partecipazione dei cittadini a libere elezioni. Ci troviamo in una grave crisi che, come per il cambiamento climatico, necessita, di un serio impegno per rinnovare l’architettura democratica, salvaguardando i valori su cui è stata costruita: uguaglianza e dignità di ogni persona, leggi che proteggano dai soprusi del forte sul debole, organizzazione sociale che garantisca cura della salute fisica, istruzione,lavoro, remunerazione giusta.C’è bisogno dell’impegno di tutti.
Non è un ossessione per il consenso, è che per essere eletti servono i voti. Più il mercato elettorale si frammenta, più si spinge sulla polarizzazione, noi contro loro ecc.
Paradossalmente qualsiasi politico deve prima “creare” un problema per offrire una soluzione elettorale.
Detto ciò, ovvio che se sei una persona meno polarizzata o più riflessiva e pacata, sei sempre più in difficoltà nel trovare un partito che ti rappresenti, anche solo nei toni. (al netto dei contenuti).
Limiti della democrazia noti e stranoti.
A me pare che questa ricerca ossessiva-compulsiva – le cui rifrazioni andrebbe indagate anche a livello psicologico, perché siamo a livelli di psicopatologia politico-sociale – del consenso sia aumentata in maniera abnorme con l’avvento dei social. Non so come si possa arginare questo virus… la vedo difficile. Anche perché ha funzionato quando i social non c’erano e ha portato dittatori al potere.