
C’è un momento della celebrazione eucaristica che, da qualche anno, è diventato imbarazzante. È il momento in cui il sacerdote dice «scambiatevi un segno di pace» e in tanti, invece di stringere la mano al vicino, abbozzano un sorriso, un cenno del capo, a volte restano proprio fermi.
Non è la prima volta che questo gesto va in difficoltà. Già nel 2014 il Vaticano dovette intervenire perché in molte parrocchie il segno di pace era diventato un piccolo carnevale di abbracci, ci si girava a salutare tutta la fila, i parenti nella panca dietro o il conoscente due file più avanti. Era un eccesso, l’affetto che debordava oltre il gesto e invadeva tutto lo spazio attorno. Roma chiese più sobrietà. Oggi il problema è rovesciato: non più un affetto che esonda, ma un affetto che si ritira. Da un eccesso di confidenza siamo passati a un difetto di prossimità.
Ripercorriamo brevemente i fatti più recenti, perché aiutano a capire quanto sia curiosa la situazione in cui ci troviamo oggi. Nel marzo 2020 le diocesi italiane e la Conferenza Episcopale Italiana sospesero ogni contatto fisico nel segno di pace per motivi sanitari del tutto comprensibili. Tra gennaio e febbraio 2021 fu concesso un ritorno parziale, con un inchino del capo o uno sguardo al posto del contatto. Poi, nel dicembre 2022, la CEI inviò indicazioni per ripristinare la forma consueta dello scambio, insieme all’uso delle acquasantiere. Nel maggio 2023, infine, una nota ha cancellato definitivamente ogni residua restrizione anti-Covid nelle nostre chiese.
Questo significa una cosa semplice: da oltre tre anni non esiste più alcuna indicazione, sanitaria o ecclesiale, che giustifichi l’evitare il contatto nel segno di pace. Eppure, in molte parrocchie quel gesto resta timido o è del tutto scomparso nella sua forma piena. Il virus è passato, le norme sono state ritirate da tempo. Il gesto, per molti, no.
Vale la pena chiedersi il motivo, perché è una domanda che dice qualcosa di più grande di una semplice abitudine liturgica.
Un gesto che deve fare, non solo dire
Prima di capire perché non lo facciamo più, bisogna ricordare cos’è, e qui vale la pena essere precisi, perché la posta in gioco è più alta di quanto sembri. Il segno di pace non è un saluto educato, come una stretta di mano tra colleghi. Nella celebrazione eucaristica arriva in un punto preciso, subito prima della comunione.
Fin dai primi secoli, i cristiani hanno insegnato che questo gesto è legato a una pagina del Vangelo di Matteo, dove Gesù dice che se stai per portare la tua offerta all’altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, devi prima andare a riconciliarti con lui e solo dopo tornare a offrire il tuo dono.
Leggendo bene questa pagina, si parla di due momenti distinti e la liturgia in qualche modo li ricorda entrambi, in due punti diversi della celebrazione eucaristica. Il confiteor, all’inizio, ci dispone alla celebrazione facendoci riconoscere davanti a Dio e ai fratelli la nostra condizione di peccatori. Il segno di pace, prima della comunione, manifesta la volontà di vivere nella pace e nella carità con chi ci sta accanto.
Nessuno dei due gesti, però, sostituisce la riconciliazione vera con chi abbiamo effettivamente offeso: chi sa di avere un torto concreto verso qualcuno non può considerarlo risolto perché ha recitato il confiteor o stretto una mano durante la celebrazione eucaristica. Il rito dispone il cuore e ne manifesta l’intenzione, non certifica un perdono che va comunque cercato e vissuto fuori e dentro la liturgia.
Non basta, allora, che la pace resti un’intenzione astratta, buona, ma mai verificata in un gesto concreto. Il segno di pace chiede che quell’intenzione passi almeno una volta attraverso un corpo, una mano tesa, un gesto che qualcun altro possa vedere e ricevere: un piccolo passo reale verso quella riconciliazione più grande che nessun rito può fare al nostro posto.
Non è sempre stato un gesto di tutti. Prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II, nella celebrazione eucaristica solenne il segno di pace restava riservato al presbiterio, trasmesso dal celebrante ai ministri secondo un ordine preciso, coerente con una liturgia che rifletteva ancora l’assetto sacrale di una società intera. Il Concilio, con la sua visione del popolo di Dio, ha esteso il gesto a tutti i fedeli, riconoscendo che ogni battezzato, non solo il ministro ordinato, partecipa pienamente di quella pace e può quindi mostrarla e riceverla in prima persona. È un gesto, insomma, che oggi tutti possiamo scambiare proprio in forza del battesimo che condividiamo, un dono da valorizzare, non da dare per scontato: quello che oggi facciamo con un gesto della mano, per secoli era stato riservato a pochi.
Proprio per questo fa specie che oggi, a gesto ormai aperto a tutti, siano tanti i fedeli a farne volentieri a meno. Ciò che il Concilio ha voluto restituire al popolo di Dio come segno pieno di una pace condivisa da tutti i battezzati, lo stiamo lasciando cadere in un cenno distratto, quasi non ce ne importasse più nulla. Un’apertura conquistata viene trattata come un peso da cui sottrarsi.
Per questo non è un dettaglio se si svuota. Un saluto formale, un cenno distante, comunica esattamente il contrario di quello che il gesto dovrebbe dire: comunica distanza, non vicinanza. Soprattutto, se il gesto che dovrebbe sigillare la riconciliazione non viene compiuto, resta aperta una domanda scomoda su cosa stiamo davvero portando all’altare.
Perché continuiamo a evitarlo
La cosa curiosa, appunto, è che non manca solo la paura del contagio. Manca anche, da tre anni, ogni indicazione ufficiale che chieda ancora prudenza. Perché allora il gesto resta timido?
La prima ragione è semplice pigrizia dell’abitudine, senza nessun giudizio morale in questo. Non fare qualcosa non richiede sforzo, restare fermi non costa nulla. Tornare a tendere la mano verso uno sconosciuto, invece, richiede un piccolo atto di volontà, vincere un’esitazione che nel frattempo si è fatta abitudine del corpo. E l’abitudine, si sa, tende a restare dove si trova, se nessuno la smuove.
La seconda ragione è più sottile, e proprio la cronologia appena ricordata la mette bene in luce. Durante il Covid, evitare il contatto non era percepito come chiusura verso l’altro, era prudenza, obbedienza a un’indicazione precisa, attenzione alla salute di tutti. Quell’etichetta, «prudenza», è rimasta attaccata al gesto molto più a lungo della prudenza stessa che la Chiesa ha ritenuto superata già a fine 2022. Così molti di noi continuano a vivere l’omissione come un comportamento neutro. Non ci accorgiamo nemmeno che si tratta di una piccola chiusura, perché continuiamo a chiamarla, dentro di noi, con un nome che non le spetta più da tempo.
C’è infine un fattore più ampio, che riguarda tutti, non solo chi partecipa alla celebrazione eucaristica. Viviamo sempre più abituati a incontrare gli altri attraverso uno schermo, che filtra, controlla la distanza, permette di scegliere quando e quanto avvicinarsi. Chi vive così passa sempre meno tempo ad allenarsi al contatto fisico non scelto con chi non conosce. Il segno di pace chiede esattamente questo, un contatto vero, non filtrato, con chi magari non abbiamo mai visto prima. Non stupisce che riesca sempre più difficile.
Non è un problema soltanto italiano, né soltanto di chi frequenta le nostre parrocchie. Chi torna a partecipare alla celebrazione eucaristica dopo anni di lontananza, anche in contesti molto diversi dal nostro, racconta la stessa scena: tende la mano e la trova esitante o non trova nessuna mano ad accoglierla. Chi la racconta si accorge, spesso a proprie spese, di essere finito anche lui, senza volerlo, a rispondere con la stessa esitazione a chi gliela tendeva. Nessuno ha deciso di chiudersi. Ognuno ha soltanto rispecchiato il gesto minimo che ha appena ricevuto.
Il nodo vero
Si potrebbe obiettare che la forma del gesto conta poco, che quello che conta davvero è la pace del cuore e che questa può benissimo starsene dentro di noi anche senza tradursi in un contatto fisico. È un’obiezione che vale la pena prendere sul serio, perché non è banale, ma non regge fino in fondo.
Se la pace di cui parliamo fosse davvero presente, quale impedimento reale ci sarebbe a mostrarla con un gesto tanto semplice quanto tendere una mano? Qui torna utile un’immagine che la lettera di Giacomo usa per un problema strutturalmente identico: una fede che non si traduce mai in opere non è una fede più riservata o più interiore, è semplicemente una fede morta, perché la fede vera per sua natura si mostra in ciò che fa.
Lo stesso vale per la pace di cui parliamo qui. Una pace di coscienza che sistematicamente rifiuta di mostrarsi in un gesto tanto piccolo non è una forma più sobria della stessa pace, è ragionevolmente sospetta di non esserci fino in fondo. Non perché la forma esterna vada idolatrata, ma perché una pace vera, quando trova davanti a sé un fratello e un gesto a portata di mano, normalmente non si trattiene.
Che cosa perdiamo, se non lo riprendiamo
Il cristianesimo non è mai stata una fede da tenere solo nel cuore, nelle intenzioni buone che restano dentro di noi. È una fede che si mostra nei gesti, che ha bisogno del corpo per essere vera fino in fondo. Una fraternità che smette di attraversare la distanza fisica con chi non conosciamo e si accontenta di restare un sentimento, rischia di diventare via via più debole, non perché la fede sia sparita, ma perché le manca l’esercizio che la tiene viva.
Se fuori dalle nostre chiese lamentiamo un mondo dove manca solidarietà, dove cresce la diffidenza verso lo straniero, verso chi è diverso, verso chi non conosciamo, forse dovremmo chiederci quale segno concreto la comunità cristiana stia ancora offrendo per mostrare che è possibile il contrario.
Gesù non ha lasciato dubbi su chi sia il prossimo da amare: non chi ci è vicino per affinità o conoscenza, ma chiunque incontriamo sulla strada, fosse pure uno sconosciuto, fosse pure un nemico, come nella parabola del buon samaritano. Se dentro le nostre chiese perdiamo l’abitudine a farci prossimi anche solo di chi ci siede accanto, che allenamento resta per farci prossimi di chi incontriamo fuori, che non condivide con noi nemmeno la fede?
Il segno di pace, nel piccolo di un’assemblea domenicale, era esattamente questo: la prova che ci si può fare prossimi a chiunque, non per simpatia, ma perché trasformati da un incontro più grande.
Un invito semplice
Non serve una decisione ufficiale, un documento, una direttiva pastorale. Serve che, la prossima domenica, qualcuno tenda per primo la mano, guardi negli occhi chi ha vicino, anche se non lo conosce, anche se è più comodo restare fermi. È un gesto piccolo. Ma è esattamente da gesti come questo che si vede se una comunità crede ancora che si possa essere fratelli di chiunque, o se ha smesso di crederci sul serio.





