USA: impantanati in Iran?

Iran vita quotidiana (24/8/26, foto LaPresse).

Gli esperti hanno diversi vantaggi, tra questi il poter sbagliare, come accade a noi, ma con cognizione di causa. Infatti può emergere sempre una possibile variante che muta lo scenario. Eppure mi ha colpito che da molti giorni l’autorevole pubblicazione statunitense Foreign Affairs pubblichi riflessioni e analisi di diversi orientamenti – una caratteristica questa di Foreign Affairs – ma tutte convergenti su un punto: la strategia della massima pressione economica sull’Iran sarebbe destinata al fallimento.

Non credo che sia questo il motivo per cui sulla grande stampa di Iran si parli meno che nel recente passo: da una parte c’è il fatto evidente che di emergenze non ce ne sono poche e poi che i nostri racconti amano vedere albe e tramonti, le lunghe giornate che vi conducono sono meno raccontate.

Quale alba si può intravedere? O, se si preferisce, quale tramonto? A dare peso a questa “previsione” c’è la constatazione che il fallimento della pressione economica non precederebbe, se così fosse, ma seguirebbe il fallimento della pressione militare. Le bombe non sono state lesinate, neanche quelle più costose, quello che è escluso è l’intervento terrestre; sotto elezioni non andava bene.

Che poi l’intervento di terra avrebbe prodotto esiti favorevoli sarebbe stato tutto da vedere, ma averlo escluso ha portato a questo stato delle cose. Quale altra opzione rimarrebbe agli Stati Uniti?

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Le immagini che giungono dall’Iran sono impressionanti: le file di automobili che per tutta la notte attendono che apra un benzinaio ricordano quelle dei caselli autostradali nei peggiori giorni dei nostri “esodi estivi”, anche se a pensarci bene sono molto peggiori: le immagini non possono mostracelo, ma noi sappiamo che quelle auto in fila non si muovono per ore, sono tutti in sosta nell’attesa che la pompa apra, tra qualche ora.

E sono file di chilometri. C’è una carenza conclamata di carburante, si tratta di tanti milioni di litri. I numeri dei dati relativi all’inflazione e ai nuovi prezzi non hanno bisogno di grandi conoscenze delle leggi economiche per essere compresi: da tempo la carne è scomparsa dalle diete imposte a moltissimi iraniani, un uovo è un investimento.

Eppure la massima pressione economica sembra a chi si occupa di Iran destinata a fallire. Saranno molte le considerazioni, fondate sulla conoscenza e non sempre convergenti: la resilienza di un popolo orgoglioso, fiero, la scarsa pena delle autorità per le sofferenze di una popolazione non raramente ostile, l’esistenza di un’economia grigia che arricchisce chi vi ha accesso e così via. Ma se tanti studiosi avessero ragione quali sarebbero le conseguenze?

Presto dimenticata dagli architetti dell’operazione bellica la solidarietà con le vittime della feroce repressione, di gran lunga precedente e che prosegue,  questa guerra si concluderà con l’esito opposto, la presa d’atto che non l’Iran, ma la Repubblica islamica, dovrà avere voce nella determinazione del futuro di quel Paese?

È la tesi di Nate Swanson, a lungo nome di punta nei Think tank americani e nel Dipartimento di Stato: “che piaccia o no, la Repubblica Islamica ha voce in capitolo su ciò che accadrà in futuro in Iran. Quarantasette anni di politica incentrata sulla pressione sono sfociati in una guerra costosa che ha messo in luce i limiti di ciò che tale approccio può ottenere”. Intanto si può parlare di una prima conseguenza: molti sostengono che l’Iran odierno sembrerebbe più un regime militare che una teocrazia.

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La tesi che ritorna anche nelle ultime ore è che dovrebbe avvicinarsi il sempre annunciato ritiro americano. Ogni volta che si è parlato di ritiro americano, da circa un ventennio, qualche conflitto o qualche rompicapo ha prodotto l’esito opposto.

Ma basta tornare alla madre di tutti gli errori, l’invasione dell’Iraq per capire come mai: si partì lancia in resta per liberarsi dal regime genocida e criminale di Saddam, con un esito sorprendente: la consegna a gruppi filo-iraniani di spazio – politico e miliziano – difficilmente immaginabile. Soltanto adesso, forse, si vede una luce. C’è una scadenza da seguire: le milizie khomeiniste dovrebbero consegnare le armi in questi giorni. Lo faranno?

Per Washington decidere che la Repubblica Islamica debba avere voce nel determinare il futuro dell’Iran vorrebbe dire, come scrive Swanson, che occorre ripensare un approccio vecchio di 47 anni, quando il golpe khomeinista, la cattura degli ostaggi americani a Teheran, portò alle dimissioni del primo ministro islamo-democratico Mehdi Bazargan e costò la rielezione a Jimmy Carter.

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Per immaginare il nuovo occorre mettere sul tavolo tutti i temi del contenzioso: il nucleare, l’arsenale missilistico, le milizie khomeiniste diffuse in Iraq, Libano, Yemen (e per qualcuno ancora, sebbene adesso a mezzo di spalloni fuorilegge, in Siria). A questi vecchi capitoli ora si è aggiunto, non per merito del regime iraniano, Hormuz. Lo stretto fino alla guerra di febbraio non era su nessun tavolo negoziale, ora sì e pesa per tutti, come si vede a qualsiasi pompa di benzina.

Le opzioni economiche create dalla novità, soprattutto per gli altri Paesi del Golfo, cioè per le corone arabe, sono poche e costose. Dina Esfandiary si sofferma anche sui depositi all’estero per il greggio, come già si fa con la Corea del Sud: riempirli quando a Hormuz ci fosse un giorno di bonaccia è possibile, ma non risolutivo.

Marc Lynch ha analizzato tutta la politica americana in questo mezzo secolo, con un focus particolare: l’indispensabile riconsiderazione delle scelte compiute per non piegarsi ai teocrati, insieme ai despoti. Con quali risultati? Lui osserva: «L’ordine regionale americano è già stato scosso in passato, ad esempio durante la disastrosa invasione dell’Iraq del 2003 e le rivolte popolari del 2011, ma è sempre riuscito a ricostituirsi. I responsabili politici statunitensi si sono trovati intrappolati nella struttura da loro stessi progettata tanto quanto le potenze regionali che ne facevano parte». Poi aggiunge: «Per decenni, Washington ha ritenuto di non doversi preoccupare più di tanto dell’opinione pubblica araba, poiché poteva contare sui governanti arabi per reprimere qualsiasi forma di dissenso». E poi conclude: «La stabilità a livello regionale richiede che gli Stati Uniti ribadiscano il proprio impegno nei confronti delle norme internazionali in materia di diritti umani…».

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Accademico, esprime il suo pensiero, una visione, ma vorrei affiancarla con una considerazione molto semplice su un Paese di cui si parla poco, ma importante quando si parla di Primavera, che ebbe qui il suo grande successo, la fine della giunta di Mubarak. Poi il fronte di Piazza Tahrir si presentò diviso e perse le troppo rapide elezioni davanti ai più compatti e organizzati Fratelli Musulmani. Loro li scalzò con un golpe il generale al-Sisi.

Sempre sull’orlo della bancarotta, che evita grazie a prestiti e doni, il regime quei soldi deve averli spesi: si può ammirare sul web il nuovo faraonico palazzo presidenziale, nella capitale amministrativa voluta dal Presidente: è dieci volte la Casa Bianca. Anche l’alto comando militare, detto l’Ottagono, è molto più grande del Pentagono. Il grosso dei lavori ha preso corpo nel 2019, l’inaugurazione del complesso è del 2024. In questo lasso di tempo la lira egiziana si è svalutata del 67% rispetto al dollaro.

È un esempio che, per tornare al nostro tema, induce a fare i conti con il paradigma tecnocratico del Golfo. Andava, si diceva, a gonfie vele: ma senza soluzione del nodo palestinese e con i missili di Teheran che hanno colpito tutti gli epicentri del ludo-capitalismo tecnocratico del Golfo, hanno bucato tutti i sistemi di difesa americani, questo paradigma non è riuscito a tenere unito il fronte delle corone arabe, lasciando le vie marittime insicure.

Non solo Hormuz, anche il Mar Rosso per i sauditi non è sicuro. Analogamente immersi nel paradigma tecnocratico, gli sceicchi oggi sono ai ferri corti tra di loro: da una parte gli Emirati, dall’altra Riad, che prima era disposta a trascurare il nodo palestinese, ora insiste che vada avviato a positiva soluzione.

Tutto questo ha concorso a far emergere la nuova alleanza che forse potrebbe strutturarsi. È un’alleanza difensiva, hanno chiarito i protagonisti, ma comunque alleanza. Riguarda Turchia, Arabia Saudita e Pakistan. Non si dice che il nemico è l’Iran, ma si dice che attaccare uno è attaccare tutti.

I primi hanno un esercito, i secondi hanno i soldi (sempre tanti), i terzi la bomba atomica. Si sa che vuole entrare anche l’Egitto. E Teheran? I regimi cercano tutele, garanzie, questo è parso dire il presidente iraniano Pezeshkian. Si vedrà.

Ma vedere le società civili, i loro obiettivi, potrebbe essere utile per entrare nel nuovo da definire a Washington, se davvero la strategia della massima pressione economica dovesse fallire.

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