
Donald Trump ha iniziato la sua campagna di riamericanizzazione dell’America con due mosse che sono immediatamente entrate in rotta di collisione anche rispetto ai vescovi cattolici più sintonici con la sua politica: una spietata lotta a tutto campo contro gli immigrati con status irregolare; una interpretazione restrittiva dello ius soli per ciò che concerne il diritto di cittadinanza statunitense.
Lo ha fatto attorniandosi di personale cattolico collocato in posizioni di assoluto rilievo all’interno della sua amministrazione – dove spiccano il vice-presidente J.D. Vance e il segretario di stato M. Rubio. Se poi si tiene conto che sei giudici su nove della Corte Suprema sono cattolici, ne esce un quadro del tutto inedito dell’ascesa al potere negli Stati Uniti del cattolicesimo del paese.
In questo modo, Trump ha disegnato il suo immaginario politico del ruolo del cattolicesimo in America, volto a contrapporsi ai due episodi nella vita della Nazione che avevano portato alla Casa Bianca dei cattolici: J.F. Kennedy e J. Biden. Non si comprenderebbe fino in fondo la politica interna ed estera di Trump se non la si leggesse anche come un processo di decostruzione radicale dell’America che sta tra Kennedy e Biden.
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Il progetto trumpiano racchiuso nel motto «Make America Great Again», ossia quello di ridisegnare il paese lungo quello che potremmo chiamare un «nativismo delle origini», concede dunque al cattolicesimo statunitense una dignità di appartenenza originaria che esso, storicamente, non ha mai avuto – l’unica condizione, per questo vero e proprio battesimo americano, era ed è quella di una lealtà a qualunque costo alla persona del Presidente – qualsiasi cosa voglia e qualsiasi cosa egli faccia.
È da questo patto interno all’amministrazione che nasce l’immaginario pontificio di Trump, annunciato al mondo nell’interim tra la morte di Francesco e l’elezione del primo papa americano nella storia della Chiesa cattolica. Non si è trattato né di follia né di arroganza, ma dell’esplicitazione della condizione di nuova cittadinanza americana del cattolicesimo del paese.
L’attrito con papa Leone XIV, al di là delle singole questioni che ne sono state la causa contingente, trova la sua radice profonda e la sua ragion d’essere proprio in questa cittadinanza extra-costituzionale che il presidente americano ha conferito al cattolicesimo come parte integrante del «nativismo delle origini». Per Trump non è ammissibile che un cattolico, costituzionalmente americano, non si pieghi all’onore di questo inusitato allargamento politico del suo diritto di cittadinanza.
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Per questa ragione, almeno per la durata dell’amministrazione Trump, ogni decisione pastorale dei vescovi americani è inevitabilmente una scelta politica – in cui si decide del futuro stesso del testo fondativo degli Stati Uniti: la Costituzione. Con un’abilità mefistofelica, Trump è riuscito così a sottrarre dalle mani della Chiesa americana anche la quotidiana attività di pastorale ordinaria. Tramutandola in una scelta di campo, in un atto di schieramento politico, in un gesto di decadenza o grandezza della Nazione.
Forse mai nella storia come in questo momento, la sacralità evangelica della «cura delle anime», che guarda al bene ultimo delle persone senza condizione alcuna, si ritrova trasformata in una pratica politica nevralgica: pro o contro la creazione ex nihilo di un’altra America.
In questo quadro, non sembra esserci spazio per un bilanciamento, per una posizione del cattolicesimo americano che possa proporsi come forza di ricomposizione e riconciliazione di una Nazione divisa in sé stessa. Una Nazione, in cui questa divisione viene portata al parossismo per poter arrivare al momento del giudizio: in cui verrà sanzionato quale sarà il popolo che entrerà nella nuova terra promessa.
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È questa la cornice in cui i vescovi e la Chiesa americana celebrano oggi la festa del Sacro Cuore, a cui consacreranno la Nazione in occasione del 250° anniversario della Dichiarazione di Indipendenza (decisione presa nel 2025) nel corso della liturgia eucaristica che si tiene a Orlando, dove la Conferenza episcopale americana è riunita per la sua assemblea generale primaverile.
La consacrazione al Sacro Cuore di una nazione ha la sua storia, che inevitabilmente dice delle cose che vanno oltre le intenzioni di oggi – soprattutto se non se ne è consapevoli. E questo atto di devozione religiosa del cattolicesimo moderno ha sempre avuto anche una componente politica rispetto allo stato e al suo potere. Ed è chiaro che, in questo momento in questa America, la portata politica di tale atto di devozione cresce in maniera esponenziale.
Inoltre, esso viene posto dalla Chiesa cattolica americana a solo un mese di distanza dalla liturgia politica del «nativismo delle origini» trumpiano, celebratasi il 17 maggio con la riconsacrazione dell’America a Dio. Il termine scelto da Trump, per quello che è stato definito un momento di preghiera, non è né casuale né neutro: nella tradizione, si riconsacra uno spazio liturgico e religioso dopo che esso è stato profanato.
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La riconsacrazione della Nazione di Trump rappresenta una cesura e ha la forma del giudizio sulla irreligiosità non solo di ogni politica precedente, ma anche di ogni fede e ogni cristianesimo. La devozione cattolica del Sacro Cuore, che i vescovi statunitensi hanno scelto come emblema liturgico per celebrare i 250 anni della nazione americana, non ha nessuna possibilità di funzionare secondo i loro auspici come ricomposizione di una nazione divisa, pacificazione delle guerre culturali, orientamento per una politica umanistica che onori la dignità di ogni essere umano.
Non l’ha perché Trump vi ha posto un veto previo: non per quanto riguarda l’uso della devozione, ma per ciò che concerne il suo funzionamento sul piano della vita pubblica del paese. In questo modo, la coartazione politica della prassi religiosa cattolica costruita ad arte da Trump entra nel sancta sanctorum della celebrazione liturgica della Chiesa.
Dopo le guerre culturali, lo scontro di civiltà, si annuncia una lotta delle devozioni – se quella al Sacro Cuore non vuole diventare semplice vassalla della devozione al «nativismo delle origini» a cui Trump vuole condurre il cristianesimo e il cattolicesimo americano.






Ma perché continuiamo tutti a dire “americano” invece di “statunitense”?
Prevost non è il primo papa americano, il primo papa americano è stato Bergoglio.
Dovremmo cominciare a mettere gli Stati Uniti al loro posto almeno linguisticamente: gli USA non sono l’America, ne sono soltanto una parte.
Tra l’altro in Spagna Prevost ha ricordato l’importanza della Scuola di Salamanca nella elaborazione del diritto internazionale e dei diritti umani.
https://formiche.net/2026/06/salamanca-papa-leone-xiv-presidente-mattarella/#content
De Vitoria era domenicano, ordine mendicante come quello dell’attuale pontefice.
IL nativismo delle origini, un pretesto per comandare anche sulla chiesa cattolica americana. Un re a tutto tondo a cui anche la chiesa si deve inchinare. Dopo i giudici della Suprema corte anche i Vescovi e i prelati americani dovranno baciargli la pantofola e imbastire le prediche domenicali in base alle sue politiche espansionistiche e di deportazione violenta e fuori legge degli immigrati senza nessuna colpa a loro carico.
Ma che cosa pretendere da uno che circuiva una porno diva, la invitava in camera dei suoi hotel e quasi la “costringeva” ad avere rapporti sessuali con lui? Dopodiché per non farlo sapere soprattutto ai cattolici (suoi potenziali elettori) che sfruculiava con le porno dive mentre la terza moglie gli stava sfornando il loro primo e ultimo pargolo, l’ha costretta ad accettare denaro per tacere in tutti i modi, anche con le minacce.
Il processo che vede Stormy Daniels come parte lesa, era in corso durante la campagna elettorale e lui ora se non fosse stato eletto sarebbe in galera.
Ma di chi e cosa stiamo parlando?
Ma di che e soprattutto di chi parliamo?
La Chiesa Cattolica americana ha la possibilità di rifiutare questa novella “costantinizzazione”, e sapendo come è andata la prima, forse DOVREBBE farlo…