Striscia di Gaza isolata

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Danilo Feliciangeli è l’operatore di Caritas Italiana incaricato di coordinare gli interventi e i progetti di aiuto alle popolazioni nell’area del Medioriente. Gli chiediamo di informarci della drammatica situazione nella Striscia di Gaza e della grave difficoltà di prestare soccorso alla popolazione palestinese.

  • Caro Danilo, da quanto tempo e in quali forme Caritas è tra la popolazione di Gaza?

La presenza di prossimità della Chiesa cattolica risale a molti anni addietro, consolidata e organizzata in maniera più precisa dal 2014 in poi, a seguito dell’acutizzarsi delle tensioni e dei colpi tra le parti.

Il sostegno di Caritas Italiana è andato e va, da allora, all’opera di Caritas Gerusalemme, già fortemente impegnata sul piano sanitario a Gaza City con una sua clinica, più altre 9 cliniche mobili percorrenti il territorio della Striscia secondo le necessità.

Sul piano sociale, la prossimità di Caritas si è manifestata con la distribuzione di generi di prima necessità, in particolare con l’attribuzione di carte prepagate che hanno consentito alle famiglie indigenti, sino ad ora, gli acquisti sul posto.

  • Di quanti operatori si avvaleva e si avvale, ora, Caritas Gerusalemme?

Gli operatori erano un centinaio: tutti palestinesi – per lo più giovani donne e uomini – originari di Gaza. Attualmente – dopo il precipitare degli eventi – sono 64. Due operatori, una ragazza, Viola Al’Amash, tecnica di laboratorio, e un ragazzo, Issam Abedrabbo, farmacista, sono morti sotto i bombardamenti, rispettivamente a Gaza City e nei presi di Khan Yunis. Consideriamo che gli operatori di Caritas Gerusalemme in Gaza stanno seguendo la sorte di gran parte dei palestinesi: ossia sono sfollati e sono senza casa.

Dopo il 7 ottobre
  • Cosa è cambiato dopo il 7 ottobre?

Caritas Gerusalemme è una delle tre – sole – ONG rimaste a lavorare nel nord della Striscia. A sud ce ne sono anche altre.

La clinica esistente, benché non sia stata direttamente colpita, è stata gravemente danneggiata dalle esplosioni avvenute attorno, ed è stata abbandonata. È stato allestito quindi un Punto sanitario d’emergenza che – come un po’ tutte le attività di soccorso di Caritas – gravita nelle due parrocchie: quella cattolica della Sacra Famiglia e quella ortodossa di San Porfirio. Là sono state trasferite attrezzature, materiali e generi.

Nel compound della parrocchia cattolica sono oggi ospitate 830 persone: l’assistenza è prestata a queste persone, così come ad altre famiglie che si trovano nel quartiere.

Nel nord della Striscia – quindi a Gaza City – benché poco se ne parli, si sta ancora combattendo e ancora continuano a piovere ordigni dal cielo. La situazione è difficilissima. Le scorte di viveri sono pressoché esaurite ed altri aiuti non stanno arrivando: non possono arrivare, perché tutti i valichi sono pressoché chiusi.

  • Qual è la situazione ai valichi?

Dal 7 ottobre, i due valichi da Israele verso la Striscia – Erez e Kerem Shalom – sono ermeticamente chiusi: le merci non passano, non passa nulla. Solo attraverso il valico di Rafah, dall’Egitto, transita qualcosa.

Caritas Gerusalemme in Gaza ha potuto rifornirsi di generi di prima necessità grazie ad alcuni convogli transitati da Rafah durante la “tregua dei dieci giorni”, tra fine novembre e i primi di dicembre. Poi più nulla. Ora anche il valico di Rafah è praticamente chiuso.

  • All’interno del compound delle parrocchie, di cosa c’è bisogno?

Come detto, durante la tregua, Caritas ha potuto rifornirsi in buona misura. Ma, ora, davvero, tutte le scorte di cibo stanno finendo. Ciò ci sta dicendo, con grande preoccupazione, il direttore di Caritas Gerusalemme Anton Asfar – palestinese di Gerusalemme con nazionalità israeliana – che abbiamo incontrato pochi giorni fa di persona. Lui è quotidianamente in contatto – per quanto funzionano le linee – con i suoi operatori dentro la Striscia e nelle parrocchie.

Sinora il cibo non è mancato dentro al compound, così come l’acqua, grazie ad un depuratore reinstallato dalla clinica. Anche le medicine ancora ci sono, perché non sono ancora fatte oggetto di aggiotaggio.

  • E al di fuori?

Appena al di fuori del compound sono avvenuti assalti ai rari convogli di alimentari risaliti dal sud al nord, da Rafah a Gaza City.

Oggi è praticamente impossibile che un Tir possa raggiungere Gaza City da Rafah: se pure viene lasciato passare dagli israeliani, non riesce a raggiungere la City: viene assaltato e devastato prima, con le scene che abbiamo già visto.

Il report del ministero della salute palestinese – retto da Hamas – denuncia 20 morti per fame e/o disidratazione in Gaza City: fonti delle Nazioni Unite confermerebbero questo dato.

Aiuti alimentari bloccati
  • Cosa dovrebbe accadere, per far giungere gli alimentari?

Sono almeno due gli ordini di problemi per portare gli aiuti alla popolazione di Gaza: il transito delle merci da Rafah – ma attualmente le autorità israeliane lasciano passare pochissimo – e poi il percorso e la distruzione capillare, ordinata, dentro la Striscia: un sogno o un incubo, in questa situazione, perché ciò implicherebbe ancora l’uso della forza, benché non si possa, certo, arrivare a sparare su folle di disperati.

  • Caritas cosa propone?

Secondo Caritas Gerusalemme – e noi ne siamo convinti – l’unica cosa sensata che si possa e che si debba fare è riaprire i valichi da Israele. Non ci sarebbe neppure il bisogno di portare montagne di aiuti internazionali. Basterebbe consentire il ripristino del commercio regolare precedente il 7 ottobre.

Le merci non mancherebbero, almeno per Gaza City e il nord della Striscia, altrimenti irraggiungibile. Riattivare i canali commerciali – e i loro operatori – significherebbe riaprire negozi e bancarelle in cui sia possibile vendere e acquistare, permettendo alla gente di comprare a prezzi “normali”. Ora, quel poco che si trova sul mercato nero, si compra a 10-15 volte tanto. La popolazione deve essere aiutata a comprare. Caritas Gerusalemme sta cercando, appunto, di fare questo.

  • I trasferimenti di denaro nella Striscia di Gaza sono, dunque, possibili?

Sì, i trasferimenti di denaro sono ancora possibili, tramite le sedi ancora attive della Palestinian Bank. Finché Israele lo consentirà.

  •  Perché poco si sta sostenendo questa causa?

Chiaramente – aprire i valichi – è una decisione politica. Appare evidente l’intento politico-militare di mettere alle strette tutta la popolazione di Gaza. Gaza è chiusa in un assedio, secondo le “tecniche” dell’assedio tradizionale da millenni: mancanza di cibo, di acqua ed igiene precaria sono le condizioni che si vanno inevitabilmente e volutamente a determinare in questo modo.

La soluzione indicata da Caritas è praticabile, se solo lo si volesse.

  • Caritas Italiana non ha, dunque, convogli bloccati, tra gli altri, al valico di Rafah, in questo momento?

Per quanto ci riguarda direttamente, no: non abbiamo carichi in attesa di passare. La strada scelta con Caritas Gerusalemme è, appunto, un’altra. Quella di Rafah verso il nord si è fatta troppo difficile, pericolosa, persino non dignitosa per la popolazione. È pure difficile, ormai, trovare trasportatori che siano disponibili a percorrerla.

Sappiamo, però, che Caritas Stati Uniti ha convogli fermi a Rafah, in attesa di passare: con tutte le incognite di cui ho detto.

  • La situazione della Cisgiordania, qual è?

In Cisgiordania la situazione è meno grave di Gaza, solo perché là è gravissima. Nel clima che si è venuto a creare, per i palestinesi della Cisgiordania è molto difficile andare a lavorare, semplicemente: sia andare al lavoro in Israele, sia spostarsi per lavoro dentro il proprio territorio. I check-point e i controlli ferrei si sono moltiplicati ovunque. C’è poi, ovviamente, tanta tensione e tanto stress, che non consentono di dedicarsi alle normali attività, almeno quelle di sostentamento

Caritas Gerusalemme ha impostato, quindi, un analogo programma di assistenza medica, psicologica e sociale agli indigenti con le carte pregate, per acquisti diretti dei generi di prima necessità. Tra Cisgiordania e Gerusalemme est sono circa 15.000 le persone che si conta di dover assistere.

  • Pacchi paracadutati dal cielo, porti estemporanei, aiuti via mare: cosa ne pensi?  

Mi sembra tutto veramente assurdo. Non stiamo parlando di interventi dopo un terremoto o di una catastrofe naturale che imponga di escogitare nuove soluzioni logistiche, peraltro costosissime. Il nodo del grande problema umanitario può essere affrontato solo per via politica.

Se Israele davvero autorizzasse l’insediamento di un porto sul mare di Gaza per portare gli aiuti occidentali, potrebbe pure autorizzare il passaggio dei commerci attraverso i suoi valichi verso Gaza.

Queste mi sembrano tutte idee e notizie fatte circolare per perdere tempo e per distrarre l’opinione pubblica dalle ragioni vere di questo disastro.

  • La Presidenza della Conferenza episcopale ha promosso, in Quaresima, la colletta nazionale affidata a Caritas Italiana per la progettazione degli interventi di aiuto (qui): precisamente quali?

Stiamo lavorando intensamente – come detto – con Caritas Gerusalemme, per far fronte alle più gravi emergenze in atto: per le 830 persone ospitate nel compound della parrocchia di Gaza, per le altre 1.500 nell’altro compound allestito a Rafah. A tutte queste persone si porta l’assistenza medica, psicologica – specie cercando di intrattenere i bambini col gioco – e poi sociale provvedendo i generi di prima necessità.

Stiamo pianificando una visita a Gerusalemme, quanto prima, non solo per consolidare il nostro legame e il nostro impegno per la popolazione palestinese, ma anche per tentare di riprendere quel lavoro che pure era già in atto – tra Caritas e un paio di organizzazioni israeliane – per la pacificazione e la riconciliazione tra le genti. Per quanto, in questo momento, ciò possa apparire del tutto improponibile – per fiducia evangelica – dobbiamo provarci.

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