L’ateologia di Mancuso /3

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C’è un paradosso che attraversa silenziosamente la teologia italiana contemporanea, più profondo di qualsiasi divergenza dottrinale e più rivelatore di qualsiasi polemica. Da una parte, Joseph Ratzinger – il teologo che ha dedicato una vita a diagnosticare la crisi del cristianesimo in Occidente, individuandone i sintomi con lucidità profetica. Dall’altra, Vito Mancuso – il teiologo “fuori le mura” che sembra aver fatto propria quella stessa diagnosi, trasformandola in un programma di rinnovamento, laddove Ratzinger la considerava una malattia da curare.

Non si tratta di un fraintendimento. È qualcosa di più radicale: Mancuso ha interiorizzato la diagnosi di Ratzinger e l’ha trasformata in una terapia. È il paradosso di una lezione impeccabile sulla crisi che diventa un manifesto programmatico da sviluppare.

La diagnosi di Ratzinger: la dittatura del relativismo

Il 18 aprile 2005, alla vigilia dell’elezione al soglio pontificio, il cardinale Joseph Ratzinger pronunciò un’omelia destinata a diventare profetica. «Si va costituendo una dittatura del relativismo – disse – che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». La diagnosi era netta: l’Occidente stava scivolando in una condizione in cui la verità oggettiva veniva sostituita dall’opinione soggettiva, la fede dalla scelta personale, la tradizione dall’individualismo.

Per Ratzinger, questa non era una semplice trasformazione culturale, ma una vera e propria apostasia. La secolarizzazione aveva prodotto una «cultura che costituisce la contraddizione in assoluto più radicale non solo del cristianesimo, ma delle tradizioni religiose e morali».

Il relativismo (che non è ovviamente la teoria della relatività di Einstein) non era un’opzione filosofica tra le altre, ma un nemico mortale della fede, perché dissolveva la possibilità stessa di credere in qualcosa di definitivo e trascendente.

L’antidoto che Ratzinger proponeva era altrettanto chiaro: il ritorno alla fede intesa come obbedienza alla verità rivelata, il recupero della dimensione ecclesiale e sacramentale, la riscoperta del Gesù storico dei Vangeli come fondamento di ogni autentica teologia. La Chiesa, per Ratzinger, non era un’opinione tra le altre, ma il corpo di Cristo, custode di un deposito di fede che la precede e la supera.

La risposta di Mancuso: la terapia del relativismo

Vito Mancuso ha sicuramente letto questa diagnosi. L’ha fatta propria. E poi l’ha capovolta. Commentando il concetto ratzingeriano di «dittatura del relativismo» con una sottile ironia, annota: «un concetto in realtà un po’ curioso, perché il relativismo per definizione relativizza e quindi elimina in radice l’assolutismo alla base della dittatura». La critica è elegante, ma nasconde una presa di posizione radicale: il relativismo non è una minaccia da combattere, ma una condizione da accettare, anzi da abbracciare.

Dove Ratzinger vedeva una malattia, Mancuso vede una liberazione. Dove Ratzinger invocava un ritorno alla fede oggettiva, Mancuso proclama la sovranità della coscienza soggettiva: «Non c’è nessuna istanza superiore alla coscienza, alla mia coscienza, alla coscienza umana. Io penso che obbedendo alla coscienza si obbedisca allo Spirito Santo».

Questa non è una semplice divergenza teologica. È una vera e propria inversione di prospettiva. Ratzinger temeva che il relativismo riducesse la fede a un’opinione personale. Mancuso trasforma questa riduzione in un programma: la fede non è più obbedienza a una verità ricevuta, ma espressione di una coscienza che si auto-determina.

La «smaterializzazione» del cristianesimo

La conseguenza più drammatica di questa inversione riguarda il cuore stesso del cristianesimo: la salvezza.

Per Ratzinger, la salvezza è un evento storico: l’Incarnazione, la morte e la Resurrezione di Gesù Cristo. La croce non è un simbolo, ma un sacrificio reale che ha cambiato il corso della storia. La fede non è un’idea, ma l’incontro con una persona.

Per Mancuso, invece, la salvezza è «senza redenzione». Non è un evento storico, ma l’adesione a una «logica eterna» che si esprime attraverso l’etica: «il mezzo salvifico è l’etica, è la vita buona, è la vita giusta». Cristo non è colui che salva morendo sulla croce, ma colui che manifesta una logica eterna, alla quale possiamo aderire indipendentemente dalla storia.

La croce, per Mancuso, perde il suo valore salvifico. La Resurrezione non è un fatto storico, ma un evento «escatologico, avvenuto nella dimensione dell’eternità». Il cristianesimo viene «spiritualizzato» fino a diventare indistinguibile da una generica spiritualità universale.

Ratzinger aveva previsto esattamente questo esito. Aveva avvertito che il relativismo avrebbe portato a una «smaterializzazione» della fede, a una riduzione del cristianesimo a filosofia morale. Mancuso non si limita a confermare la previsione: la trasforma in un programma consapevole, che egli stesso definisce «neo-cristianesimo» e io chiamerei su suggerimento di Maurizio Gronchi, «peri-cristianesimo» (un girare intorno al cristianesimo, senza un centro di gravità permanente, per dirla con Battiato).

La coscienza contro la Chiesa

La terza inversione riguarda la comunità ecclesiale. Per Ratzinger, la fede è essenzialmente ecclesiale: non si crede da soli, ma in una comunità che custodisce e trasmette il deposito della fede. La Chiesa non è un’opinione tra le altre, ma il corpo di Cristo, la comunità dei credenti che si riconoscono in una stessa fede e in una stessa tradizione.

Per Mancuso, invece, la Chiesa è un problema, non una soluzione. Egli definisce il suo pubblico come «credenti perplessi» che «non si ritengono più del tutto conformi alla tradizione cristiana, al catechismo, insomma al cattolicesimo istituito». La sua teologia si rivolge a coloro che hanno perso la fiducia nella Chiesa ma non vogliono abbandonare la ricerca spirituale.

La conseguenza è radicale: la coscienza individuale sostituisce l’autorità ecclesiale. Non c’è più un magistero che insegna, ma una coscienza che decide. Non c’è più una tradizione da custodire, ma una ricerca personale da condurre. La Chiesa, da comunità di salvezza, diventa un ostacolo da superare.

Il paradosso di un’esecuzione involontaria

La domanda che sorge spontanea è: Mancuso è consapevole di questo paradosso? Sta davvero “eseguendo” la diagnosi di Ratzinger come un programma?

La risposta è più complessa di quanto sembri. Mancuso non si percepisce come un distruttore del cristianesimo, ma come il suo salvatore. Egli vede il cristianesimo tradizionale come un edificio fatiscente, e il suo “neo-cristianesimo” (= peri-cristianesimo) come il restauro necessario per salvarlo dal crollo.

La sua è – ne sono convinto per averlo conosciuto di persona – una buona fede radicale: crede di servire il Vangelo proprio mentre ne dissolve i fondamenti.

Ratzinger, dal canto suo, aveva previsto anche questo. Aveva avvertito che la crisi della Chiesa non sarebbe venuta dagli atei militanti, ma da coloro che, in buona fede, avrebbero cercato di “aggiornare” il cristianesimo fino a farlo diventare irriconoscibile. Aveva capito che il nemico più insidioso non è l’ateismo, ma un cristianesimo che si svuota dall’interno, perdendo la sua specificità storica e salvifica.

La posta in gioco

Il paradosso Mancuso-Ratzinger non è un esercizio accademico. È la cartina di tornasole di una frattura che attraversa il cristianesimo contemporaneo. Da una parte, chi crede che la fedeltà al Vangelo passi attraverso la Chiesa, il dogma e la storia. Dall’altra, chi crede che la fedeltà al Vangelo passi attraverso il superamento della Chiesa, del dogma e della storia, in nome di una «coscienza universale».

Ratzinger vedeva nella prima via l’unica possibilità di sopravvivenza del cristianesimo. Mancuso vede nella seconda via l’unica possibilità del suo rinnovamento. La diagnosi è la stessa; la terapia è opposta.

E forse è proprio questo il punto più drammatico: Mancuso non sta distruggendo il cristianesimo, ma offrendo una versione che, per lui, è autentica, mentre per la teologia cattolica ne è la negazione. Non c’è cattiva fede, ma una frattura profonda su cosa significhi essere cristiani in un’epoca di crisi.

Come scriveva Ratzinger: «La crisi della Chiesa è, in ultima analisi, una crisi di fede». Per Mancuso, invece, la crisi è della Chiesa, ma la fede può sopravvivere in una forma diversa, più fluida e personale. L’uno vede nel relativismo la malattia; l’altro, la cura.

È il paradosso di una diagnosi che diventa programma. È il dramma di un’eredità che viene accolta e insieme tradita. È, in fondo, la domanda che attraversa silenziosamente la teologia contemporanea: si può salvare il cristianesimo svuotandolo del suo cuore? Dovremmo dire e diciamo di no. Perciò il “gesuanesimo del peri-cristianesimo” di Mancuso è incompatibile con il cristianesimo di Gesù che la Chiesa cattolica annuncia e sacramentalmente offre al mondo, impegnando la vita dei fedeli alla testimonianza, fino al martirio, come accade nei santi.

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