
Commentando l’articolo di R. Cristiano Un pensiero cattolico?, che a sua volta rifletteva sull’intervento di M. Borghesi al Meeting di Rimini dal titolo “Riprendere il pensiero sull’uomo”, Marcello Neri ha sollevato due importanti osservazioni.
La prima è che con la “politica dottrinale” del postconcilio è calato il sipario sul pensiero teologico più critico e creativo. Tra i diversi e tanti documenti che attestano questo stato è sufficiente riprendere un manifesto programmatico dell’allora Congregazione per la dottrina della fede guidata dal Prefetto J. Ratzinger: “Istruzione sulla vocazione ecclesiale del teologo Donum veritatis”.
Questo clima ha provocato in molti teologi timori o doppiogiochismi, in altri atteggiamenti ossequiosi e reverenziali (salvo poi tornare ad assumere posizioni critiche durante il pontificato di Bergoglio).
In secondo luogo Neri ha ricordato che anche in questa situazione di afasia del pensiero ci sono stati comunque teologi che si sono sottratti ai cerimoniali di corte e hanno coltivato un loro pensiero. Tra questi, aggiungo io, qualcuno si è messo a fare ricerca fuori da istituzioni esclusivamente ecclesiastiche, beneficiando del sopporto di fondazioni e/o istituti di ricerca laici, e trovando in tali istituzioni una sorta di ambiente o cenacolo storico, teologico, letterario, etc., congeniale alle proprie ricerche.
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Per parte mia vorrei aggiungere una terza considerazione. L’autore dell’articolo parla dell’assenza di “un pensiero sistematico” in teologia dopo gli anni Sessanta e Settanta. Sono d’accordo con questa constatazione (sebbene un teologo come Verweyen – citato da Neri tra coloro che hanno continuato a pensare dopo gli anni Settanta – possa ancora rientrare sotto questa categoria). Non concordo invece sul fatto che questo dato sia da considerarsi un problema.
La fine delle “metanarrazioni” ha coinvolto la stessa teologia. Lo sposalizio millenario tra teologia e metafisica è venuto meno. Alcuni intellettuali cattolici, ma non teologi in senso specifico/disciplinare (ad es. Certeau), hanno “disseminato” il teologico in contesti disparati: etnografia, storia della mistica, semiotica, etc.
Altri (questi sì teologi, come ad esempio un Theobald o un Ruggieri) hanno perseguito itinerari più lineari ma comunque fuori dalla gabbia dell’universalismo, avendo seriamente preso atto che il pluralismo culturale non è una moda del momento, da risolvere (pena la resa e la vittoria di un arbitrio) riconducendo (e riducendo) le esperienze e i linguaggi in una rinnovata unità metafisica (poco importa se a carattere, neoscolastico, trascendentale o fenomenologico).
Se per teologia intendiamo solo il connubio storico, ma ahimè dato per normativo e fatto rientrare nella stessa rivelazione (Vangelo), tra logos occidentale e Vangelo, allora credo che non sia più possibile una teologia disposta a piegarsi ai poteri interni.






E che dire di Paolo Gamberini SJ e della sua proposta di nuovo paradigma post-teista? Non è forse una novità di cui tener presente?
La dicitura “pensiero cattolico” mi lascia molto perplesso perché vuol dire tutto e non vuol dire nulla, è ambigua e confusa. Noi in Italia siamo troppo protesi nel vedere il nostro ombelico, ma se alzassimo la testa vedremo che abbiamo dei grandi pensatori (Sequeri e Coda per fare due nomi). Oltralpe abbiamo Marion e Falque. Non è dunque che non ci siano pensatori. Forse Borghesi neanche li conosce o fa finta di non conoscerli, arrogandosi il diritto di fronte al popolo di CL, dove lui è di casa, di attribuirsi il titolo di ultimo pensatore cattolico in Italia. Tuttavia cosa significa pensiero cattolico? Perfino un Cacciari o un Recalcati potrebbero rientrare nella categoria.
Insomma, non è un dibattito sull’intervento di Borghesi ma una critica a CL. Dovevo arrivarci subito.
Ossequioso e reverenziale, sempre, alla Verità. Critico? Sì, dove la verità non e accertata.
In questa ricerca della Verità, metafisica e teologia si accompagnano e non possono venir meno in alcuna epoca.
Solo errando si possono trovare altri sentieri. Occorre rialzarsi e guardare alla Verità più alta.
Sono andata a leggere l’intervento originale e onestamente non ho capito cosa abbia scatenato questo dibattito. Mi pare che sia un intervento in linea con Magnifica Humanitas, una critica alla deriva mercantilistica e tecnocratica che l’immediato dopo guerra sembrava aver scongiurato.
https://www.massimoborghesi.com/riprendere-il-pensiero-sulluomo-intervento-al-meeting-di-rimini/
Non sta parlando di metafisica, parla più di umanesimo.
Io credo sia un problema. Perché siamo immersi in uno spezzatino di idee, concetti e ragionamenti da cui non si riesce più a trarre una modalità di vita cristiana organica. É come fare parte di un’associazione di cui non si riesce ad aggiornare lo statuto non perché manchino le buone idee ma perché nessuno sa ormai metterle insieme. In questa assenza di regole condivise rimane come unico baluardo il Vangelo che però richiede di essere compreso e capito cose meno semplice di quello che so pensa.
Il senso che se ne ha in generale é ognuno per sé in ordine sparso sperando di azzeccare la strada giusta, un po’ come certi trekking di montagna dove non solo non sei sicuro che la strada sia giusta ma magari viene anche a piovere.
Intanto si ricancellano i commenti, dopo mi raccomando, lamentatevi delle censure ai piani alti..
Pienamente d’accordo che l’ epoca del connubio tra sistemi metafisici (e quindi ideologici) sia finito storicamente, e spero che ci siano dei teologi che lo dicano chiaro e tondo. Ma aggiungo che spero che ci siano anche dei teologi che si rendano conto che viviamo in un mondo post-occidentale, che sta superando ogni eurocentrismo.