
Ci sono libri spirituali che invitano a cambiare vita, e libri ‒ più rari ‒ che invitano a cambiare lo sguardo sulla vita. Trasformazione. Tu sei ciò che cerchi, di Paolo Scquizzato, appartiene a questa seconda categoria. Il suo punto di partenza non è infatti l’idea che l’uomo debba costruire faticosamente un sé nuovo, liberandosi di tutto ciò che in lui non funziona, ma la convinzione che la trasformazione autentica consista nel lasciar emergere ciò che già, in profondità, siamo.
È una prospettiva che modifica radicalmente il senso della ricerca spirituale. Se devo diventare altro da ciò che sono, la mia esistenza si trasforma in un progetto, e io nel suo artefice. Se, invece, ciò che cerco è già intimamente presente nella mia vita, la ricerca assume un carattere diverso: non più conquista, ma riconoscimento; non acquisizione, ma disvelamento; non produzione di sé, ma progressiva scoperta dell’essere. Ed è qui che il sottotitolo del libro ‒Tu sei ciò che cerchi ‒ rivela tutta la sua forza paradossale.
Non siamo di fronte a una formula di troppo facile psicologia spirituale. La frase contiene, implicitamente, una provocazione radicale: e se la distanza fra noi e ciò che cerchiamo fosse in buona parte una costruzione della nostra mente? E se Dio, la verità, la pienezza che inseguiamo non fossero qualcosa che ci sta davanti e che dobbiamo raggiungere, ma una realtà nella quale siamo già immersi e che dobbiamo imparare a riconoscere?
Naturalmente Scquizzato non dissolve Dio nell’interiorità dell’uomo. Il suo orizzonte rimane cristiano. Ma è proprio qui che la sua proposta entra in risonanza con una delle intuizioni più profonde della tradizione contemplativa: la realtà ultima non si lascia possedere come un oggetto. Non la si raggiunge aggiungendo qualcosa al proprio essere, bensì attraverso una progressiva spoliazione dell’io che pretende di possedere, conoscere e controllare. La trasformazione è, allora, prima di tutto, una trasformazione dello sguardo.
Non è casuale che nel libro acquistino rilievo parole come accoglienza, presenza, consapevolezza, resa. Sono parole che, pur appartenendo al lessico contemporaneo della ricerca interiore, possiedono radici assai più antiche. Si ritrovano, con accenti diversi, nella tradizione dei Padri del deserto, nella mistica renana, in Meister Eckhart, in Giovanni della Croce, in Teresa d’Avila. E affiorano persino, con sorprendenti consonanze, nelle tradizioni sapienziali dell’India. Il punto d’incontro è sempre il medesimo: l’io che cerca di raggiungere la verità è anche ciò che, paradossalmente, deve essere oltrepassato perché la verità possa rivelarsi.
Qui occorre, tuttavia, procedere con cautela. Sarebbe facile leggere Trasformazione attraverso la lente dell’Advaita Vedānta e trasformare Scquizzato in un pensatore della non-dualità indiana. Egli non lo è. L’orizzonte cristologico e teologico del libro rimane decisivo e impedisce di identificare semplicemente l’esperienza di Dio con la scoperta del proprio Sé. Le consonanze, però, sono filosoficamente interessanti proprio perché mostrano quanto possano avvicinarsi, pur senza confondersi, due vie spirituali nate da matrici differenti.
Nell’Advaita, il riconoscimento della non-dualità dissolve l’ignoranza che faceva apparire separato ciò che non lo è; nella mistica cristiana, l’uomo scopre che Dio è infinitamente più intimo a lui di quanto egli stesso non lo sia a sé medesimo. In entrambi i casi, la ricerca conosce un momento decisivo nel quale il cercare deve cedere il passo al vedere.
È forse questo il nucleo più fecondo del libro. Scquizzato sembra dirci che la nostra inquietudine nasce anche dal continuo differire la vita. Siamo sempre rivolti verso ciò che manca: ciò che dovremmo essere, ciò che dovremmo possedere, ciò che dovremmo ancora raggiungere. E così rischiamo di non incontrare mai ciò che realmente è. La trasformazione comincia invece quando cessiamo di opporre la realtà presente a una realtà immaginata come futura, e impariamo ad abitare pienamente l’istante.
Questo non significa, con tutta evidenza, rassegnarsi a ciò che siamo. L’accettazione non equivale alla passività. Al contrario: soltanto quando smettiamo di combattere contro ciò che è, possiamo vedere con sufficiente chiarezza ciò che chiede di essere trasformato.
Questa distinzione è fondamentale. Accettare non significa approvare. Significa anzitutto consentire alla realtà di mostrarsi per quella che è. E anche la sofferenza, allora, può acquistare un significato nuovo. Non perché la sofferenza sia buona in sé ‒ una tentazione ascetica che la migliore mistica cristiana ha sempre saputo evitare ‒, ma perché nulla di ciò che appartiene alla nostra esistenza deve necessariamente essere escluso dal processo della trasformazione. La ferita stessa può diventare luogo di conoscenza; la fragilità: luogo di apertura; la perdita, luogo di spoliazione.
È qui che la metafora del seme diventa particolarmente significativa. Il seme deve perdere la propria forma perché possa manifestare ciò che contiene. La trasformazione implica dunque una morte: non la distruzione dell’essere, ma la morte di una forma ristretta dell’io. Ed è precisamente questo che distingue la proposta di Scquizzato da una certa spiritualità contemporanea dell’“autenticità”.
Non si tratta di “realizzare sé stessi” nel senso di portare a compimento il proprio progetto personale. L’io, anzi, deve progressivamente rinunciare alla pretesa di essere il progettista della propria salvezza.
In questo senso, la trasformazione è un processo di decentramento. L’uomo scopre di non essere il centro intorno al quale deve necessariamente ruotare il mondo. E questa scoperta, lungi dall’impoverirlo, lo libera. Perché l’io che non deve più continuamente difendersi, affermarsi, giustificarsi e costruirsi può finalmente essere.
Qui il libro tocca una questione che attraversa l’intera esperienza mistica: la differenza fra avere e essere. Finché cerchiamo Dio come qualcosa da ottenere, anche Dio rischia di diventare un possesso dell’io. Ma Dio, per la mistica, non può essere posseduto. È precisamente nel momento in cui cessa ogni appropriazione che può avvenire l’incontro. Si comprende così anche il significato più autentico della parola trasformazione. Non un miglioramento quantitativo dell’io ‒ più virtuoso, più equilibrato, più spirituale ‒ bensì una modificazione qualitativa del modo di essere nel mondo. Non diventare di più: diventare altro. O, forse ancora più radicalmente: lasciare cadere ciò che impedisce di essere ciò che già si è in profondità.
Questa è la parte più convincente della proposta di Scquizzato, ma anche quella che richiede maggiore discernimento. Perché il linguaggio dell’interiorità può facilmente trasformarsi in psicologia, e l’invito ad accogliersi può degenerare in una rassicurante conferma dell’io. La mistica autentica, invece, non è mai soltanto consolazione: è anche spoliazione, attraversamento del vuoto, perdita delle immagini che abbiamo costruito di Dio e di noi stessi.
Il vero cammino spirituale non consiste, dunque, nel raggiungere un io finalmente perfetto, ma nel diventare piuttosto liberi dall’ossessione di essere un io perfetto.
Ed è, forse, proprio qui che il cristianesimo di Scquizzato può offrire qualcosa di prezioso alla sensibilità spirituale contemporanea. Il Vangelo non promette, infatti, un’esistenza senza fratture, ma una vita capace di attraversarle senza esserne prigioniera. Cristo non appare come colui che insegna semplicemente a “stare bene”, ma come colui che mostra una forma di esistenza nella quale l’io non è più ripiegato su sé stesso. La trasformazione cristiana è, in ultima analisi, una pasqua dell’io: il passaggio dalla vita posseduta alla vita donata.
Per questo Tu sei ciò che cerchi è un titolo che merita di essere preso alla lettera, ma anche interrogato fino in fondo. Se ciò che cerchiamo è Dio, possiamo davvero dire di essere già ciò che cerchiamo? In senso cristiano, soltanto con una precisazione decisiva: non perché l’uomo sia Dio, ma perché la ricerca di Dio nasce da una Presenza che lo precede. Prima ancora che l’uomo cominci a cercare, è già cercato. Ed è forse questo il rovesciamento più radicale di ogni autentica mistica: non siamo noi ad andare verso Dio; scopriamo che Dio ci è già venuto incontro.
La trasformazione, allora, non consiste nel percorrere una distanza fino a raggiungere una meta lontana. Consiste nel diventare abbastanza silenziosi da riconoscere ciò che, misteriosamente, era già presente. È una spiritualità del riconoscimento, dunque, quella che Scquizzato propone. E proprio per questo il libro può parlare anche al di là dei confini confessionali: perché dietro il linguaggio cristiano intercetta una domanda universale: quella dell’uomo che cerca sé stesso cercando ciò che lo trascende.
La sua risposta è semplice soltanto in apparenza: la meta della ricerca non è qualcosa che dobbiamo aggiungere alla nostra vita. È ciò che la nostra vita, quando finalmente smette di opporre resistenza, può lasciar trasparire. E allora la trasformazione non è più un’impresa dell’io. È il lento, doloroso e insieme liberante venire alla luce dell’essere.





