I vescovi americani e l’amministrazione Trump

sam-vescovi11

Foto LaPresse.

Uno dei grandi doni dell’essere cattolici è un solido senso della Chiesa come persona collettiva, non solo in senso legale ma anche come Corpo di Cristo che sussiste attraverso la storia nell’istituzione visibile della Chiesa. È proprio questo senso che permette ai cattolici di dire e intendere davvero «Madre Chiesa» e di coltivare un amore profondo e personale per la Chiesa anche quando, come scrisse Flannery O’Connor a un’amica che si era convertita al cattolicesimo, può sembrare che «dobbiamo soffrire tanto a causa della Chiesa quanto per essa».

Frasi che iniziano con «la Chiesa dice» o «la Chiesa insegna» suonano naturali ai cattolici, come se la Basilica di San Pietro avesse una lingua metaforica accanto alle braccia metaforiche del colonnato del Bernini protese ad abbracciare il mondo. Ma tutti sappiamo, riflettendoci, che ciò che la Chiesa insegna è mediato da documenti, catechesi, omelie e mille altri mezzi di comunicazione specifici.

Quando la Chiesa si esprime su una questione politica controversa, tuttavia, siamo spesso tentati di passare direttamente a difendere (o a contestare) qualunque cosa «la Chiesa abbia detto», senza riflettere su come ciò sia stato effettivamente detto.

Nel contesto del coinvolgimento della Chiesa nella politica americana, ciò che «la Chiesa dice» significa molto spesso che un vescovo, di solito il presidente della commissione o sottocommissione competente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, ha scritto una lettera indirizzata a un gruppo di funzionari pubblici, che è stata poi pubblicata sul sito web della Conferenza e condivisa con i giornalisti tramite un comunicato stampa.

E così i titoli dei giornali recitano «la Chiesa dice X», il che può essere o meno una sintesi accurata di ciò che il vescovo firmatario della lettera ha effettivamente detto, e il frammentato ecosistema dei social media del XXI secolo si mette all’opera per spingerci a provare indignazione o sdegno o (se la nostra capacità di pazienza e discernimento è sufficiente) forse anche consolazione o stimolo.

Il riconoscimento che sia un vescovo, o i vescovi in quanto conferenza, ad aver espresso un parere sulla politica a nome della Chiesa, quando ciò accade, spesso si traduce in frustrazione. Perché i vescovi non hanno detto qualcosa di più forte? O di più chiaro? O di più coraggioso? O su quell’altra questione che avrebbero invece dovuto affrontare?

In 11 anni come membro della redazione di America, ho sentito molte critiche di questo tipo; sono tra i temi ricorrenti più frequenti nei nostri commenti e nelle lettere al direttore, e spesso gli autori ci inviano articoli su questa linea. In tutta onestà, devo confessare di aver scritto diversi articoli io stesso che potrebbero essere giustamente classificati in questo genere.

Ci sono molte occasioni in cui la critica è giustificata. Ma in molti casi, la posizione assunta dalla Conferenza episcopale è piuttosto solida, sostenuta dalla profonda competenza dello staff su temi politici e radicata nella tradizione dottrinale morale e sociale della Chiesa. Le posizioni della Chiesa statunitense sull’immigrazione e sulla difesa della dignità umana dei migranti, per citare un esempio attuale, sono state coerenti e, da molto tempo, si spingono ben oltre la zona di comfort in cui entrambi i principali partiti politici sono disposti ad avventurarsi.

Molto spesso, la risposta onesta alla domanda «perché i vescovi non hanno detto» ciò che qualcuno ritiene avrebbero dovuto dire è che i vescovi l’hanno detto, ma non sempre sono stati ascoltati.

Affrontare il momento

Nel corso dell’ultimo anno e mezzo circa, spinti dall’inizio sia del pontificato di Leone XIV sia del secondo mandato presidenziale di Donald J. Trump, i vescovi stanno usando la loro voce in modo nuovo e vengono ascoltati in modo diverso – su una più ampia varietà di argomenti, rispetto a quanto avveniva in precedenza. In parte, questo cambiamento è stato imposto alla Chiesa e ai vescovi dalle scelte politiche dell’amministrazione Trump, specialmente per quanto riguarda le espulsioni di massa e la guerra in Iran. Ma la capacità dei vescovi di affrontare efficacemente questi momenti riflette anche i cambiamenti nel loro approccio che papa Francesco ha incoraggiato e che papa Leone sta consolidando, insieme a scelte tattiche più audaci su come far sì che il messaggio della Chiesa venga ascoltato.

Ci sono tre momenti chiave in questo periodo che dimostrano quanto sia cambiato il modo in cui i vescovi si esprimono nel contesto politico americano: in primo luogo, la lettera aperta di papa Francesco ai vescovi statunitensi sulle espulsioni di massa; in secondo luogo, il messaggio speciale dei vescovi statunitensi sulla migrazione pubblicato durante la loro assemblea plenaria; e in terzo luogo, l’attacco sui social media del presidente Trump a papa Leone.

Nel febbraio 2025, nel primo mese del secondo mandato di Trump, Francesco ha inviato una lettera aperta ai vescovi statunitensi, affermando: «Ho seguito da vicino la grave crisi che si sta verificando negli Stati Uniti con l’avvio di un programma di espulsioni di massa».

Sebbene la lettera del papa fosse indirizzata ai vescovi statunitensi, si rivolgeva anche ai fedeli cattolici in senso più ampio, con Francesco che esortava «tutti i fedeli della Chiesa cattolica, e tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a non cedere a narrazioni che discriminano e causano sofferenze inutili ai nostri fratelli e sorelle migranti e rifugiati».

Poiché la lettera è stata interpretata come una risposta agli eventi politici negli Stati Uniti, ha suscitato enorme attenzione. Oltre ad affrontare il programma di espulsioni di massa a cui la nuova amministrazione Trump si era impegnata, la lettera sembrava anche correggere il vicepresidente J.D. Vance, un convertito al cattolicesimo. In un’intervista alla fine di gennaio, Vance aveva difeso le politiche dell’amministrazione come espressione di un «concetto molto cristiano», sostenendo che l’amore per la famiglia e i concittadini avesse la priorità sull’amore per «il resto del mondo». In uno scambio sui social media successivo all’intervista, egli aveva identificato questo concetto come l’«ordo amoris», il giusto ordine dell’amore.

La lettera di papa Francesco ai vescovi, pur non menzionando esplicitamente Vance, affermava che «il vero ordo amoris» poteva essere compreso attraverso la parabola del buon samaritano e «meditando sull’amore che costruisce una fraternità aperta a tutti, senza eccezioni».

L’arcivescovo Timothy Broglio, allora presidente della Conferenza episcopale, ha risposto a papa Francesco a nome dei suoi confratelli vescovi per ringraziarlo della sua lettera, mentre le tensioni tra i vescovi e l’amministrazione in merito all’applicazione delle leggi sull’immigrazione continuavano a covare sotto la cenere.

Mentre la lettera veniva preparata, l’allora cardinale Robert Prevost era a capo del Dicastero per i vescovi. Sebbene il Vaticano non abbia descritto come sia stata redatta la lettera, è ragionevole supporre che, in qualità di capo del dicastero, egli fosse almeno a conoscenza dei preparativi per l’invio di una lettera ai vescovi della nazione, oltre a essere stato potenzialmente consultato in quanto americano in grado di comprendere la scena politica statunitense.

Sebbene si possano fare solo ipotesi riguardo al suo coinvolgimento nella stesura della lettera, vi sono prove evidenti che il cardinale Prevost abbia seguito le notizie sull’accoglienza riservata alla lettera negli Stati Uniti. Dopo la sua elezione a papa nel conclave, i giornalisti si sono resi conto che egli possedeva un account personale sui social media sul quale aveva pubblicato link a diversi articoli apparsi sulla stampa cattolica statunitense riguardanti la lettera, compreso, con mia grande sorpresa, uno che avevo scritto io stesso.

Sebbene la risposta più visibile dei vescovi non sarebbe arrivata prima di novembre, nel periodo intercorso tra la lettera di papa Francesco e quel momento, molti di loro hanno trovato modi concreti per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla dignità dei nostri fratelli e sorelle migranti. L’arcivescovo Thomas G. Wenski di Miami ha guidato un raduno in moto dei Cavalieri di Colombo per pregare presso il centro di detenzione per immigrati “Alligator Alcatraz” in Florida. Il vescovo Michael Pham di San Diego, egli stesso immigrato dal Vietnam, si è unito ad altre persone di fede per accompagnare le persone durante le loro udienze presso il tribunale dell’immigrazione. Il vescovo Mark J. Seitz di El Paso ha contribuito a organizzare una marcia e una veglia in coincidenza con la festa di san Oscar Romero, alla quale hanno aderito numerosi altri vescovi.

Un messaggio speciale

Il secondo momento chiave di questo recente cambiamento si è verificato nel novembre 2025, quando i vescovi statunitensi hanno pubblicato un «messaggio speciale» sull’immigrazione con un voto quasi unanime (216 a favore, cinque astensioni e tre contrari) durante la loro riunione semestrale. L’ultima volta che i vescovi avevano utilizzato questa forma di comunicazione di grande risonanza pubblica era stato nel 2013, durante il conflitto tra la Conferenza Episcopale e l’amministrazione Obama in merito all’obbligo federale di copertura assicurativa dei contraccettivi previsto dall’Affordable Care Act.

I vescovi non si sono limitati ad adottare il messaggio e a diffonderlo tramite un comunicato stampa. Hanno anche registrato un video in cui numerosi vescovi leggevano il messaggio ad alta voce, che è stato ampiamente diffuso in brevi clip sui social media. Questo potrebbe non sembrare particolarmente significativo, ma se confrontato con il modo più ordinario con cui avevano risposto alla lettera di Francesco e alla luce del ritmo abituale con cui i vescovi si esprimono su temi politici, sia il meccanismo formale e di grande visibilità utilizzato per la votazione sul messaggio, sia i successivi sforzi per assicurarne la diffusione, sono degni di nota.

Intervenendo in uno dei suoi incontri informali con la stampa a Castel Gandolfo una settimana dopo, papa Leone definì il messaggio speciale una «dichiarazione molto importante» e incoraggiò «soprattutto tutti i cattolici, ma anche le persone di buona volontà, ad ascoltare attentamente ciò che avevano detto».

Con il senno di poi, sembra chiaro che, oltre ad avallare il messaggio una volta pubblicato, Leone si fosse mosso per aiutare i vescovi a riconoscere la necessità di agire e di essere uniti.

Circa due mesi prima del messaggio dei vescovi sull’immigrazione, era stata resa pubblica la prima importante intervista di Leone come papa, rilasciata alla giornalista Elise Ann Allen. Interrogato sul rapporto della Chiesa con il presidente Trump, papa Leone ha indicato che sarebbe stato disposto a dialogare con lui, ma ha preceduto tale apertura affermando: «Penso che sarebbe molto più appropriato che fossero i vertici della Chiesa negli Stati Uniti a dialogare con lui, in modo molto serio».

Poche settimane dopo, è sorta una polemica in merito al progetto di conferire un premio a Richard Durbin, senatore democratico dell’Illinois, per riconoscere il suo impegno a favore dei migranti, poiché alcuni cattolici hanno sollevato obiezioni riguardo al suo operato legislativo a sostegno dell’aborto. Papa Leone ha commentato la questione affermando: «Chi dice: “Sono contro l’aborto, ma sono d’accordo con il trattamento disumano riservato agli immigrati negli Stati Uniti”, non so se possa definirsi “pro-vita”».

All’inizio di ottobre, Papa Leone aveva ricevuto in udienza in Vaticano il vescovo Seitz, che è stato spesso in prima linea nella risposta dei vescovi alle questioni relative all’immigrazione e che presiede la commissione per la migrazione della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti (USCCB). Durante l’incontro, ha consegnato al papa una raccolta di lettere scritte dai migranti.

Papa Leone disse al vescovo Seitz: «Tu sei al mio fianco, e io sono al tuo», e aggiunse che «la Chiesa non può rimanere in silenzio» riguardo al trattamento riservato agli immigrati negli Stati Uniti. Il vescovo Seitz dichiarò alla rivista America in un’intervista successiva all’udienza che «Papa Leone ha detto che vorrebbe davvero che i vescovi [statunitensi] si esprimessero all’unisono su questa questione».

Poco più di un mese dopo, lo fecero.

Appelli alla pace e un attacco al Papa

Il cambiamento nel modo in cui i vescovi statunitensi si concentrano per assicurarsi che i loro interventi vengano ascoltati non si è limitato esclusivamente alle questioni relative all’immigrazione. All’inizio di quest’anno, la politica estera sempre più instabile e bellicosa dell’amministrazione Trump ha suscitato una critica significativa e sostenuta non solo da parte del Vaticano – i cui interventi per invocare la pace e il dialogo sono attesi ma in gran parte ignorati nella sfera politica americana – ma anche da parte di numerosi vescovi statunitensi.

A gennaio, in seguito al raid statunitense per arrestare Nicolás Maduro del Venezuela e ai ripetuti commenti del presidente Trump sulla volontà di assumere il controllo della Groenlandia, i cardinali Blase Cupich di Chicago, Robert McElroy di Washington, D.C., e Joseph W. Tobin, C.Ss.R., di Newark, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta citando l’ammonimento di papa Leone riguardo a uno «zelo per la guerra». Dopo che Trump si era rifiutato di escludere il ricorso alla forza per acquisire il controllo della Groenlandia, l’arcivescovo Broglio dell’arcidiocesi militare, ha affermato in un’intervista radiofonica che sarebbe stato «moralmente accettabile disobbedire» a un ordine «moralmente discutibile».

Alla fine di febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. Diversi vescovi si sono espressi chiaramente e tempestivamente contro la guerra, tra cui i cardinali Cupich e McElroy, insieme all’arcivescovo Paul Coakley, che era stato eletto presidente della conferenza episcopale durante la riunione di novembre in cui era stato adottato il messaggio speciale sull’immigrazione.

Questa critica è stata ribadita man mano che la guerra proseguiva. Ad aprile, intervenendo in una puntata di «Face the Nation» in programma per la domenica di Pasqua, l’arcivescovo Broglio ha fatto eco alle preoccupazioni di papa Leone riguardo alla guerra e ha affermato che probabilmente essa non poteva essere giustificata alla luce della dottrina cattolica. Pochi giorni dopo, l’arcivescovo Coakley rispose a nome dei vescovi nel giro di poche ore alla minaccia del presidente Trump secondo cui «un’intera civiltà morirà stanotte» se l’Iran non avesse raggiunto un accordo, affermando che una simile minaccia «non può essere moralmente giustificata» e allineando nuovamente i vescovi alla critica alla guerra e all’appello alla pace di papa Leone.

Tre giorni dopo, papa Leone ha affermato: «Dio non benedice alcun conflitto» e non si schiera dalla parte di chi sgancia bombe. Due giorni dopo, i cardinali Cupich, McElroy e Tobin sono intervenuti al programma “60 Minutes”, criticando sia la guerra in Iran sia il programma di deportazioni di massa dell’amministrazione.

Poche ore dopo la messa in onda dell’intervista, il presidente Trump ha attaccato papa Leone in un post sui social media, scatenando una polemica alla quale Leone ha risposto in una conferenza stampa il giorno successivo, all’inizio del suo viaggio in Africa, affermando: «Non ho paura, né dell’amministrazione Trump né di proclamare a gran voce il messaggio del Vangelo».

Poco dopo, Vance ha commentato, in riferimento all’opposizione di Leone XIV alla guerra in Iran, che il papa doveva «stare attento» quando parlava di teologia, provocando nuovamente una risposta quasi in tempo reale, poiché il presidente della commissione per la dottrina della fede della Conferenza episcopale ha rilasciato una dichiarazione il giorno successivo in difesa dell’applicazione da parte di Leo della tradizione ecclesiastica sulla guerra giusta.

Cosa succederà ora?

Presi singolarmente, i vari interventi dei vescovi sopra descritti potrebbero essere considerati come una normale prassi. Ma, se considerati come un modello ricorrente, segnano una nuova disponibilità, sia da parte dei singoli vescovi che di quelli che agiscono attraverso la Conferenza episcopale, a prendere la parola e ad agire per garantire che l’insegnamento della Chiesa sia ascoltato chiaramente — e per rispondere direttamente ai tentativi dei politici di minimizzare o ignorare la voce morale della Chiesa sulle questioni dell’immigrazione e della guerra.

Prima di questo recente cambiamento, la percezione pubblica dell’impegno politico della Chiesa era che fosse incentrato sull’aborto, che i vescovi hanno descritto nel 2019, e nuovamente nel 2023, come «la nostra priorità assoluta» nelle lettere di presentazione del loro documento di orientamento al voto Formare la coscienza per una cittadinanza fedele.

Certamente, l’opposizione della Chiesa all’aborto non è cambiata, anche se l’annullamento della sentenza Roe v. Wade ha stravolto il modo in cui la questione si presenta nella politica elettorale. Né l’impegno della Chiesa su altre tematiche è uno sviluppo recente. Pur definendo l’aborto una priorità preminente, i vescovi avevano parlato, nelle stesse lettere introduttive, anche di molti altri argomenti, tra cui l’immigrazione, il razzismo, la giustizia economica e l’impegno per la pace. Tuttavia, tali preoccupazioni in genere non sono finite nei titoli dei media dedicati alle dichiarazioni dei vescovi, e questi ultimi, in generale, non disponevano di una strategia concreta per ottenere un più ampio riconoscimento delle loro altre priorità politiche.

Il documento Faithful Citizenship ricompare nell’agenda dei vescovi con cadenza quadriennale, in concomitanza con gli anni delle elezioni presidenziali. È stato pubblicato per la prima volta nel 2007, ha subito una revisione limitata nel 2015 ed è stato ripubblicato nel 2019 e nel 2023 con lettere introduttive aggiornate. Nel corso degli anni, ci sono state richieste da parte di alcuni vescovi, così come da altri commentatori, per una completa riscrittura del documento.

Durante la riunione dei vescovi del giugno 2026, l’arcivescovo Shelton Fabre di Louisville, nel Kentucky, che presiede la commissione per la giustizia interna e lo sviluppo umano, ha dichiarato in una conferenza stampa che, dopo aver discusso di una potenziale revisione, il piano era quello di continuare a utilizzare il documento attuale «come documento di riferimento intramontabile e fondamentale», concentrandosi al contempo su nuove strategie di comunicazione.

Una possibile interpretazione di questa notizia potrebbe essere che, dopo un breve esperimento con uno stile diverso di impegno politico, i vescovi stiano tornando allo status quo ante. Ma ritengo che tale interpretazione possa essere inutilmente pessimistica. Essa si basa inoltre sull’incapacità di distinguere tra ciò che i vescovi affermano – che è stato e continuerà a essere coerente con l’intera gamma dell’insegnamento morale e sociale cattolico – e ciò che i vescovi si sforzano in modo particolare di far sentire al di sopra del frastuono.

Il punto centrale del ciclo di discussioni del 2019 su Faithful Citizenship non ha riguardato il testo del documento, bensì il modo in cui la lettera introduttiva dovesse integrare l’insegnamento di papa Francesco, in particolare un paragrafo della sua esortazione Gaudete et exsultate che criticava l’idea secondo cui «l’unica cosa che conta è una particolare questione etica o causa» e descriveva le vite dei poveri e dei vulnerabili come «altrettanto sacre» quanto quelle dei nascituri.

Al termine del suo viaggio in Africa, papa Leone ha fatto un commento in senso simile, rispondendo a una domanda sulle benedizioni per le coppie dello stesso sesso. Ha detto: «Tendiamo a pensare che quando la Chiesa parla di moralità, l’unica questione morale sia quella sessuale. E in realtà, credo che ci siano questioni molto più grandi e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà degli uomini e delle donne, la libertà di religione, che avrebbero tutte la priorità rispetto a quella particolare questione». In una lettera agli Stati Uniti in occasione del 250° anniversario dell’indipendenza americana, il papa ha parlato della tutela della vita umana dal concepimento alla morte naturale, aggiungendo poi: «Difendere la vita umana significa anche accogliere, proteggere e assistere gli immigrati».

Quest’anno i vescovi terranno la loro consueta assemblea plenaria di novembre poco dopo le elezioni di medio termine. Nel 2027, se il modello storico si confermerà, tale riunione includerà una discussione sull’introduzione al documento Faithful Citizenship in vista del ciclo elettorale presidenziale del 2028.

A mio avviso, l’impatto concreto della testimonianza della Chiesa in vista delle prossime elezioni dipenderà più dalle tematiche su cui i vescovi si impegneranno a richiamare l’attenzione e dagli spunti che trarranno dalle priorità stabilite da papa Leone, piuttosto che dall’eventuale revisione del testo del documento stesso.

Nell’ultimo anno e mezzo, e in particolare in risposta al programma di deportazioni di massa dell’amministrazione Trump e alla guerra con l’Iran, i vescovi hanno dimostrato sia la volontà che la capacità di conquistare i titoli dei giornali per l’intera gamma della testimonianza morale della Chiesa. La loro leadership in questo periodo merita la gratitudine e il sostegno di tutti noi nella Chiesa — e offre insegnamenti non solo ai fedeli, ma anche agli stessi vescovi su come possano far valere il messaggio del Vangelo nelle questioni politiche.

  • Articolo pubblicato sul sito della rivista America (originale inglese, qui).
Print Friendly, PDF & Email
Tags: , ,

Lascia un commento