Esistono ancora gli intellettuali cattolici?

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Su Vita e Pensiero Giuseppe Lupo ha rilanciato una riflessione dello storico Renato Moro apparsa su Il Mulino, e la sua pagina merita una riflessione. Vi si segnala un’ironia della storia: mentre gli intellettuali cattolici tacciono, sono spesso voci laiche, talvolta dichiaratamente non credenti, a tenere aperte nel dibattito pubblico le domande che furono nostre: Dio, il male, il perdono, la morte, il destino.

Quelle voci laiche…

Augias torna a raccontare i Vangeli, Cacciari interroga l’angelo necessario e l’icona, Cazzullo riscrive la vita di Gesù per un pubblico che in chiesa non entra più. Si può discutere ogni pagina di quei libri; non si può negare che occupino uno spazio che qualcuno ha lasciato vuoto.

E non è di oggi. Molto prima, a vedere arrivare il vuoto che sarebbe poi stato chiamato “secolarizzazione” fu un non credente: Pier Paolo Pasolini, che non credette mai e, proprio per questo, pianse – con lucidità profetica – la scomparsa del sacro dal mondo dei poveri e, da regista, incredulo, consegnò uno dei ritratti più religiosi mai fatti di Cristo, il Vangelo secondo Matteo (1964), dedicato «alla memoria di Giovanni XXIII». Quando la fede ammutolisce, le domande che essa sola sapeva porre restano accese sotto cenere: e, a custodirle, è spesso chi non le condivide.

Lupo, con un coraggio che gli va riconosciuto, propone di uscire dall’impasse cancellando l’aggettivo: non più intellettuali cattolici contrapposti a intellettuali laici, ma intellettuali e basta, custodi di quella che egli chiama, con formula felice, la «coscienza della cultura». E non si può che concordare. Ma per una ragione più antica e più radicale di quelle, tutte condivisibili, che egli adduce.

La ragione è evangelica prima che sociologica. «Voi siete il sale della terra» (Mt 5,13): e il sale, quando fa il suo mestiere, non etichetta la pietanza – scompare in essa, e la si riconosce dal sapore, non dal cartellino.

Il lievito che la donna della parabola nasconde in tre misure di farina non rivendica una quota di impasto: lo fa fermentare tutto.

Nel secondo secolo, l’anonimo autore della Lettera a Diogneto descriveva i cristiani così: non si distinguono dagli altri né per territorio, né per lingua, né per costumi; abitano le città di tutti e sono l’anima del mondo come l’anima è nel corpo – dovunque, e invisibile. Quando il cristianesimo è stato culturalmente fecondo, lo è stato in questo contesto di presenza disseminata, non in quello del presidio.

Agostino non scrisse il De civitate Dei come manifesto di parte, ma come uomo che pensava il crollo di Roma più a fondo dei suoi contemporanei. Maritain – Lupo lo ricorda – non fu ascoltato da Montini perché filosofo cattolico, ma perché filosofo vero; e Il quinto evangelio di Pomilio non è un capolavoro benché o in quanto cattolico: è un capolavoro, e la fede vi lavora dentro come il lievito nella farina, invisibile e dappertutto.

La coscienza prima dell’ideologia

Non è un caso se il Sud ha generato voci come Tommaso Campanella, Corrado Alvaro, Francesco Perri e Leonardo Sciascia: autori diversi tra loro, ma accomunati dalla convinzione che la coscienza e la responsabilità personale precedano ogni ideologia, la verità ogni consenso e la fedeltà ogni successo.

Lo condensò Alvaro, calabrese di San Luca, in una riga che vale un trattato: «La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile». È l’esatto rovescio di ciò da cui nasce una cultura viva: quando quel dubbio vince, non ammutolisce soltanto la morale – ammutolisce il pensiero.

Al ragionamento di Lupo vorrei però aggiungere qualcosa. Egli propone di sostituire al verbo “tacere” il verbo “disertare”, più severo e più esatto.

Lo accolgo, ma domando: da che cosa, esattamente, si è disertato? Non dai giornali, non dai convegni, dove di voci genericamente cattoliche c’è semmai inflazione. Si è disertato da qualcosa che viene prima: dall’interiorità, che rende possibile il pensiero.

I Padri del deserto avevano una parola per la malattia, che oggi chiameremmo chiacchiericcio culturale: la vana gloria, il pensare per essere visti pensare – che oggi ha un nome più semplice: la corsa alla prima pagina. E sapevano che il suo contrario non è il silenzio, ma la profondità: l’intelligenza che scende nel cuore, la lettura lunga, la sosta, la preghiera che purifica lo sguardo.

Doroteo di Gaza raccomandava ai suoi monaci di non fidarsi mai del primo pensiero e di vagliare ogni giudizio prima di pronunciarlo: consiglio che varrebbe oro in ogni redazione.

Evagrio scriveva che la collera acceca l’occhio dell’anima, mentre il mite vede: si potrebbe aggiornare così: l’opinionismo acceca, il pensiero contemplativo vede.

La vera diserzione dei pensatori cattolici non è dal dibattito: è dalla cella interiore, in cui il dibattito si prepara. Prima di chiederci perché non parliamo, dovremmo chiederci se abbiamo ancora un luogo dentro di noi in cui matura qualcosa che valga la pena di essere detto e comunicato e, soprattutto, se nelle nostre comunità esistano luoghi in cui qualcosa venga maturato.

La “cella interiore”

Quella «cella interiore» ha, nella tradizione cristiana, un nome preciso: coscienza morale. E vale la pena fermarsi sulla parola, perché oggi evocarla sembra spalancare la porta a ogni soggettivismo: a ciascuno la sua verità.

È vero l’esatto contrario. La coscienza non è l’opinione: l’opinione inventa, la coscienza riconosce; l’una afferma sé stessa, l’altra ascolta e si lascia giudicare. L’opinione è la voce con cui mi impongo; la coscienza è la voce che mi precede e alla quale devo rispondere.

È già la distinzione di Doroteo, quando insegnava a diffidare del primo pensiero: non ogni moto dell’animo è verità, e il discernimento è precisamente quel lavoro paziente per cui la coscienza si separa dall’istinto, e l’intelligenza dall’umore del momento.

Lo colse con una formula folgorante John Henry Newman, già anglicano e poi cardinale cattolico: «la coscienza ha diritti perché ha doveri». Non l’inverso. Dove si reclama il diritto senza il dovere che lo fonda, non parla più la coscienza, ma l’arbitrio che ne ha usurpato il nome. Educare alla coscienza significa perciò, prima di tutto, restituire ai doveri la loro dignità di sorgente: non catene imposte da fuori, ma la forma concreta in cui una libertà si fa responsabile, e capace, se occorre, di pagare di persona.

E se la diserzione è dalla cella interiore, la domanda vera non riguarda anzitutto gli intellettuali che mancano, ma i luoghi che li generavano. I seminari teologici leggono ancora i classici, o si sono ridotti a scuole di funzionamento pastorale? Le università cattoliche educano al pensiero rigoroso e documentato, o soltanto a una professionalità con l’aggettivo? Le associazioni ecclesiali formano coscienze critiche, o amministrano appartenenze? Le parrocchie offrono ancora itinerari di maturazione della coscienza critica?

Ogni stagione culturale nasce da una stagione educativa. Un grande siciliano, Gesualdo Bufalino, affidò la salvezza della sua terra non ai tribunali, ma a «un esercito di maestri elementari»: e aveva visto giusto, oltre il suo stesso esempio, perché non è la sola criminalità a temere la scuola, è ogni barbarie. Ma quell’esercito, oggi, si è fatto pattuglia: dove non c’è più chi insegni a leggere a lungo, a tacere, a vagliare prima di parlare, non nascono pensatori, nascono opinionisti.

C’è poi un secondo elemento, che è forse il contributo più proprio che la tradizione cristiana può offrire alla «coscienza della cultura» invocata da Lupo. Il disertore è, alla lettera, chi abbandona il posto del dovere; e, allora, il contrario della diserzione non è il parlare molto, ma il restare al proprio posto quando costa. La coscienza si rende credibile quando paga di persona; e si paga di persona, quasi sempre, nella forma umile del dovere del proprio stato.

C’è chi ha pagato di persona

Il postulatore delle cause dei santi impara a riconoscere questa intelligenza della fedeltà dove nessuno la cercherebbe: non nei saggi, ma nei fascicoli processuali, nelle agende, negli appunti di chi non ha mai pensato di fare cultura e l’ha fatta vivendo.

Non è un privilegio del Sud. Il Nord ne ha avuti altrettanti: Teresio Olivelli, giovane studioso di filosofia del diritto, che dal lager di Hersbruck consegnò la Preghiera del ribelle e vi morì; don Primo Mazzolari, che pensò l’Italia dalla trincea di una parrocchia di campagna, sorvegliato dal Sant’Uffizio e mai fuggito dal suo posto; Giuseppe Lazzati, uomo di studio e di governo, che pagò con la deportazione la sua idea di libertà.

Quanto alla Sicilia, il campo è sterminato, e non pretendo di inventariarlo. Preferisco, in tutta onestà, citare i tre che ho conosciuto più da vicino, e dei quali ho letto le carte: intellettuali senza cattedra e senza rubrica, che del dovere hanno fatto un pensiero vivente.

Un giovane magistrato di Canicattì, Rosario Livatino, che non pubblicò saggi né frequentò salotti: lasciò appunti scritti a mano, e due conferenze, in cui il rapporto tra fede e diritto, tra legge e coscienza, è pensato con un rigore che molta accademia gli invidia ancora. Non cercò mai il caso clamoroso: fece il magistrato, ogni giorno, sub tutela Dei – la sigla dei suoi fogli – fino a onorarla col sangue sulla statale per Agrigento: il dovere di indagare e di giudicare.

Un prete di Brancaccio, Pino Puglisi, la cui intera opera omnia sta in un sorriso e in una frase – «e se ognuno fa qualcosa» – che è, a ben vedere, la più concisa filosofia del dovere che il nostro tempo abbia prodotto: non l’eroismo di qualcuno, il compito di ciascuno. Rimase nel suo quartiere (con una stanza da letto piena di pile di libri) a fare il parroco e a togliere i bambini alla strada: il dovere di educare.

E un religioso siciliano, Francesco Spoto, superiore generale dei Missionari Servi dei Poveri: professore, uomo di studio e di governo, che avrebbe avuto ogni titolo per esercitare da una scrivania il ruolo di «intellettuale cattolico».

Andò in Congo ex belga per il più ordinario dei doveri di un superiore – visitare i “suoi” missionari – e, quando, nel 1964, la rivolta simba trasformò la visita in una prova estrema, compì il gesto che rovescia ogni logica di carriera: davanti al dovere, resta accanto ai confratelli, là dove infuriava la violenza, l’ufficio di superiore generale passava in seconda linea. Non tenne il posto: tenne il suo posto. Pagò quella fedeltà con la vita, perdonando morente i suoi aggressori: il dovere di restare. In un tempo in cui si corre alla prima pagina o alla conta dei post sui social, quest’uomo corse via dalla propria: e, proprio per questo, sessant’anni dopo, è lui che stiamo ancora leggendo.

Il primato della coscienza

Nessuno dei tre si sarebbe definito intellettuale; tutti e tre hanno esercitato, al grado supremo, la funzione che Lupo assegna all’intellettuale tout court: offrire una chiave di interpretazione della realtà, e custodire il primato della coscienza «non acquistabile da alcuna moneta». Chi li ha uccisi lo capì prima e meglio dei critici: si sopprime un uomo, in quel modo, solo quando la sua fedeltà è diventata pericolosa perché vera.

Un altro siciliano, che di libertà e di coscienza seppe pagare il prezzo – l’esilio –, don Luigi Sturzo, lasciò una formula che li riassume tutti: «La libertà è come la verità: si conquista, e per conservarla si riconquista». Livatino, Puglisi, Spoto non fecero altro: riconquistarono ogni giorno, con il dovere, la verità che avevano ricevuto, fino a riconquistarla con la vita.

Vale, allora, anche per l’oggi, e per la più concreta delle emergenze civili. Davanti al male organizzato – la violenza, il ricatto, l’illegalità che avvelena un Paese – la sola repressione non basta, e talvolta illude: essa recide il ramo, ma non risana la radice. La radice è sempre una coscienza non formata, o formata male; e, prima ancora, è una cultura che ha smesso di educarla.

È qui che la comunità cristiana ha il suo compito proprio e non delegabile, a patto di cominciare da sé: chiedendosi, con verità, se abbia davvero reso credibile il Vangelo, o se non abbia troppe volte taciuto, o inseguito. E dovrebbe interrogarsi, con la stessa verità, sui luoghi che le sono affidati: se non abbia troppe volte preferito la prudenza alla ricerca e la conformità al consenso, riducendo la teologia a manuale e la formazione a mestiere, e lasciando ai margini le voci scomode che pure le appartenevano.

La coscienza è radice, non tutto: e una radice ha bisogno di terra, di scuole che facciano pensare, di maestri, di tempo, di libertà di ricerca. Formarla non dispensa dalla fatica delle strutture: la fonda. Perché il rinnovamento di una società comincia sempre dal rinnovamento delle coscienze, e nessuno può donare la luce che prima non ha acceso in sé.

Ecco perché, in conclusione, la proposta di Lupo va accolta volentieri, e restituita capovolta. Egli chiede agli intellettuali la coscienza della cultura; la fede, dal canto suo, lavora a qualcosa di ancora più raro: la cultura della coscienza. Formare coscienze pensanti – nelle famiglie, nelle scuole, nei seminari, nelle università, nelle parrocchie di periferia – è il contributo che la comunità cristiana può dare al Paese senza chiedere in cambio né spazi né etichette.

È un lavoro lento, senza applausi, che non fa notizia; ma è da lì che escono, quando servono, i pensatori veri e le parole che pesano. Non c’è bisogno di riconquistare la casella dell’«intellettuale cattolico» nel gioco delle parti: c’è bisogno di credenti che pensino in profondità, parlino con competenza e, se necessario, paghino di persona, e ai quali non importi nulla di come verranno classificati.

La coscienza, del resto, non è per il cristiano una categoria soltanto morale: è quel «sacrario» dell’uomo «dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità» (GS 16), il «vicario originario di Cristo», come osò chiamarla Newman.

Ma, se è sacrario, è perché vi risuona una voce che non è la nostra: per questo la coscienza non è il luogo dove ciascuno si dà la propria verità, bensì quello dove una verità che lo precede viene riconosciuta e obbedita. Non la inventa: la accoglie.

Viviamo in un tempo che ha moltiplicato i diritti e smarrito la grammatica dei doveri; forse il primo servizio culturale dei cristiani è ricordare, vivendolo, che la coscienza non è il luogo dove si rivendica, ma il posto che non si diserta. Il sale non firma la minestra. Ma guai alla minestra, se il sale perde il sapore.

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