
Quali scelte assumere nel momento in cui una Chiesa diocesana non è più in grado di garantire la celebrazione eucaristica domenicale a tutte le proprie parrocchie? E con quali criteri individuare i passi possibili? A queste domande, che gradualmente interessano molte diocesi italiane, cerca di rispondere la diocesi di Trento con la nota pastorale del vescovo Lauro Tisi, “Verso i fuochi eucaristici”.
La realtà presenta due tentazioni: una fruizione individuale della celebrazione eucaristica; la difesa della Messa domenicale come ultimo baluardo dell’identità comunitaria.
Verso un sentire più comunitario
Come può accadere in una struttura ecclesiale ancora fortemente polarizzata attorno all’unico ministero riconosciuto, la carenza di clero diventa appello pressante al cambiamento, ma non si rivela come unica fatica. Piuttosto, mette in luce come tutta la forma comunitaria necessiti di una risonanza maggiore con la vita contemporanea, come tante volte nella storia della Chiesa è accaduto.
Ecco dunque il cuore della proposta: «L’impossibilità di celebrare in ogni singola parrocchia può spingerci tuttavia a scoprire la bellezza del convergere di più comunità in un’unica celebrazione domenicale, vissuta come autentico sacramento di unità e vincolo di carità. Per questo siamo chiamati a passare da comunità identificate con singoli paesi e frazioni all’unità di credenti capaci di convergere da più parrocchie in un’unica assemblea. Non più “la mia parrocchia”, ma “la nostra comunità”. È in questa prospettiva che comprendiamo il senso dei Fuochi Eucaristici: l’Eucaristia rimane al centro della vita delle comunità, che si radunano da più parti attorno a un’unica mensa. Veder “ridotte” le Celebrazioni Eucaristiche in numero e dislocazione porta certo un comprensibile disorientamento, ma è anche un impulso a camminare verso una “ricomposizione” attorno a un unico “cuore” comunitario, segno visibile di una Chiesa che si lascia plasmare dall’unico Pane. Per convergere, non disperdere; unire, non frammentare».
Il documento è composto da due parti, una di carattere fondativo, un’altra di maggiore operatività.
La prima parte si apre e si chiude con la voce di due giovani: è un’interessante indicazione di metodo. La domanda di spiritualità dei giovani va accolta con attenzione, posta nel discernimento della comunità, riconosciuta come occasione per una rinnovata riscoperta della bellezza del Vangelo e, in questo caso, dell’Eucaristia.
Il tono, esistenziale e narrativo, individua nel lievito e nel sale la modalità con cui una comunità cristiana abita la storia, in dialogo di reciprocità, soprattutto con coloro che vivono «fragilità spesso invisibili». La missione è definita in termini sintetici, ma precisi: «Il Regno di Dio svelato nel quotidiano: questo e null’altro dovrebbero testimoniare i credenti».
L’Eucaristia al centro
La teologia dell’Eucaristia ruota attorno all’unità dell’assemblea celebrante, «uno degli aspetti fondamentali richiamati dalla Costituzione liturgica conciliare» (Girardi), nella quale i ministeri sono valorizzati in ogni carisma, compreso quello ordinato, che è a servizio, come un dono ricevuto gratuitamente, della radice apostolica di quella comunità, e, in questo senso, presiede l’Eucaristia, che resta anche per lui stupore sempre nuovo, non proprietà personale.
L’immagine del fuoco, che descrive la vitalità e, allo stesso tempo, l’indisponibilità del dono, ricorda anche la partecipazione di tutti.
In sintesi, che cosa oggi concorre a mantenere in legame i rapporti tra territorio, eucaristia, giorno del Signore, ministerialità e relazioni fraterne?
Il documento propone tra parole: il Pane (non una comunità che ospita altre, ma un’Eucaristia dove tutte le comunità sono protagoniste, dall’accoglienza alla porta alla festa sul sagrato); la Parola (attorno alla quale una comunità si convoca lungo la settimana, perché la fede nasce sempre dall’ascolto); i Poveri (non come destinatari di un obbligo morale, ma come evangelizzatori della comunità, voce dalla quale Dio parla, perché ha scelto di rivelarsi ai piccoli).
Le linee operative, frutto del dialogo tra il consiglio episcopale, il consiglio di curia, i preti radunati nella formazione annuale e il consiglio pastorale diocesano, offrono indicazioni concrete, esplicitamente pensate per aiutare il discernimento delle singole realtà.
Il testo, infine, si colloca nel percorso già avviato di unificazione degli enti parrocchiali: i due percorsi (fuoco eucaristico e unificazione), non sono sovrapponibili, ma risultano per evidenze pratiche molto contingenti. Così sono presentate alcune preziose attenzioni per una convergenza.
Circa la ministerialità, gli uffici diocesani stanno accompagnando, zona per zona, la costituzione di équipes liturgiche, con il compito di «garantire un’assemblea liturgica e una buona celebrazione».
Il testo si conclude ricordando l’obiettivo di tutto il processo. «La prospettiva che abbiamo davanti non è una semplice “riorganizzazione” di risorse e strutture, ma coinvolge la capacità stessa delle comunità cristiane di generare alla fede ed è per questo un’esperienza spirituale del popolo di Dio in cammino. Richiede che i cuori rimangano aperti per «ascoltare la Parola di Dio, ascoltare il Popolo di Dio, e quindi ascoltare i segni dei tempi, ascoltare anche ciò che mette in discussione le nostre abitudini pastorali. Dove l’ascolto è vero, la comunità non si chiude in sé stessa, ma diventa luogo di discernimento e di missione e, a tal fine, sa rinnovarsi (Leone XIV, Discorso ai partecipanti all’82ª Assemblea Generale della CEI, 28 maggio 2026.)».
In sintesi, si tratta di un interessante tentativo di reinterpretare, in senso generativo, il legame essenziale tra la comunità cristiana e l’Eucaristia, perché diventi dono per tutti.
Ora la sfida si colloca nel discernimento delle singole comunità (alcune delle quali già alle prese con queste scelte), nell’accompagnamento della vita dei presbiteri (coinvolti in cambiamenti sempre più grandi) e nel lavoro degli organismi di partecipazione, chiamati a riscoprire in forma rinnovata il tesoro dell’Eucaristia.






Per raggiungere il sito
Con tutta franchezza mi pare che la Chiesa che è in Italia viva una grande difficoltà di trasformarsi in senso missionario. Viviamo in un contesto in cui ad ogni km c’è una parrocchia e ci aspettiamo che lì ci sia un prete. Purtroppo – ma secondo me per fortuna – non sarà così nei prossimi decenni. In terre di missione i sacerdoti mancano e allora? La comunità, la Chiesa va avanti. C’è chi la anima, c’è chi proclama la Parola di Dio, c’è chi si occupa dei poveri. Sono chiese vivaci. Ecco queste è il modello al quale noi, in Italia e in Occidente, dovremmo prendere come riferimento. Tuttavia c’è un problema di luoghi che saranno abbandonati, ma che non vogliamo abbandonare. Il tempo – ha detto qualcuno – è superiore allo spazio.
La proposta và in senso contrario a quanto sperimentato con le celebrazioni con i Presantificati, che continuiamo a proporre per garantire continuità celebrativa e unità delle e nelle comunità.
Così comunico attraverso il sito che curo:
Ho concluso il caricamento delle Collette e delle orazioni Dopo la Comunione per i Festivi e così facilitare chi deve celebrare con i Presantificati.
Ogni indicazione è ben accetta.
Grazie a chi ha sperimentato questa modalità celebrativa e a chi si è interessato aiutandomi a correggere errori ed omissioni.
Cerchiamo di garantire continuità celebrativa e unità ecclesiale, favorendo le diversità anche delle piccole comunità che rendono bella la Chiesa.
Chiedere ad anziani di spostarsi da una vallata all’ altra o a presbiteri di migrare in 2 giorni in 6 o più parrocchie non ha senso.
Diaconi e ministri istituiti in “ministerio episcopi” possono intervenire costruttivamente a far di molti chicchi un solo pane.
liturgia.it/content/presantificati
A Roma direbbero: “Consolati con l’ajetto”.
Effettivamente è un tentativo. Tra dire: la domenica dovete prendere la macchina e andare nell’unico paese della zona dove c’è la messa oppure parlare di fuochi eucaristici e di comunità che si riuniscono c’è una bella differenza a livello di comunicazione e di “offerta commerciale”. Bisogna capire se c’è anche una differenza di sostanza
Quante parole inutili, per dire che noi cattolici praticanti siamo con la palta sino al collo. D’altra parte, quando non c’è più Chiesa Docente e chi dovrebbe insegnare si mette in ascolto perenne, come se non ci fosse più niente di solido da trasmettere… Quanto uno dei partecipanti al Sinodo più rinomati è Luca Casarin… Quando il Presidente della Cei dice che la 194 è una legge equilibrata, che nessuno vuole cambiare… restano solo la preghiera individuale e una Fede che non si lascia scalfire dai tradimenti di chi dovrebbe guidarci.
I trentini sono persone pratiche e quindi è facile comprendere i motivi che li spingono a questa scelta concreta. Sono però anche tosti e quindi sarà difficile convincerli a convenire in unici fuochi eucaristici festivi: ci saranno sicuramente resistenze, escluderei però le battaglie e i conflitti particolarmente accesi perché non fanno parte della loro indole. Nella regione ecclesiastica triveneta (a cui Trento appartiene) per far fronte alla mancanza di clero ci sono esperienze diverse: assemblee domenicali senza presbitero con liturgia della parola e distribuzione della comunione, seminaristi africani e asiatici che ricevono formazione e si fermano in diocesi per un decennio,… Nessuna al momento pare risolutiva della crisi vocazionale in atto.