Ucraina, perché il no al negoziato?

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L’8 marzo del 2022, tredici giorni dopo che la Russia aveva invaso l’Ucraina, dopo averne già occupata la Crimea, osservavo i media, tutti allineati, e giustamente, sulla denuncia della Russia, come la sola colpevole della guerra, e dell’Ucraina come nazione e popolo ignobilmente aggrediti, che era dovere difendere.

La propaganda russa diffondeva l’idea che si trattava di una guerra lampo che, in pochi giorni, si sarebbe conclusa con la sua vittoria.

Quella ucraina alimentava l’illusione dei paesi occidentali di garantire, con la loro fornitura di armi, la possibilità di una controffensiva rapida e decisamente efficace.

Quasi nessuno, come sempre accade nelle guerre, si azzardava a fare un bilancio preventivo del prezzo, in numero di morti, che si sarebbe dovuto pagare. Nel blog di settimananews commentavo questa situazione, scrivendo: «Ci si continua a dire, senza pudore, perché abbiamo ad armarci di una fiducia incrollabile di una vittoria, sempre più lontana, che la guerra sarà ancora lunga. Quanto? Un anno? Due anni? Tre anni?».

Men che meno si confessava in pubblico la previsione del numero di ragazzi ucraini che avrebbero dovuto lasciare il lavoro, gli studi, la fidanzata, la famiglia per andare al fronte, pronti a immolarsi per la patria.

Ed eccoci, oggi 31 agosto 2026, a quattro anni dall’inizio della guerra, a doverci sentir dire dalle agenzie più attendibili, come la Reuters e l’ Associated Press, l’Institute for the Study of War (ISW) e il Council on Foreign Relations, che la previsione più seria non è “la Russia vincerà”, né “l’Ucraina vincerà”, ma una soluzione negoziata dopo un ulteriore periodo di logoramento. “Logoramento” è un modo asettico per dire distruzioni e morti, distruzioni e morti, distruzioni e morti.

Ecco, detto oggi, quanto prevedevo a pochi giorni dall’inizio dei combattimenti, su come sarebbero andate le cose. Se un cittadino qualsiasi ha potuto prevedere ciò che effettivamente sta accadendo, figurarsi se gli strateghi della grande politica non avessero fatto le medesime previsioni, e che i governi non li avessero consultati prima di prendere le loro decisioni. Perché non si è scelta, allora, la via di quel negoziato, che ora si intende intraprendere, dopo quattro tragici anni di distruzioni e di morti?

È inevitabile ritrovarsi a pensare che la guerra c’è e continua ad esserci, perché la si è preferita rispetto agli altri modi allora possibili di reagire all’invasione russa, perché la si è voluta. Lo dimostra il fatto che, quando durante i negoziati russo-ucraini di Istanbul del marzo-aprile 2022, fu proposto di dichiarare neutrale l’Ucraina, a condizione che la NATO si impegnasse a difenderla nel caso diventasse necessario, la NATO si rifiutò, dichiarandosi disponibile, invece, ad accogliere l’Ucraina fra i suoi membri. Era questo che interessava all’alleanza, non la ricerca del modo migliore di garantire la pace su una frontiera così delicata come quella con la Russia.

Vi corrisponde quanto papa Francesco raccontò il 19 maggio 2022 in un’udienza data ai direttori delle riviste dei gesuiti, cioè che circa due mesi prima dell’invasione russa del 24 febbraio 2022 aveva incontrato un capo di Stato, che gli aveva detto che da tempo la NATO stava abbaiando ai confini della Russia.

La continuazione per tanti anni di questa guerra come, del resto, accade in tutte le guerre, non è il frutto delle conseguenze ineluttabili di un incidente di percorso, bensì della volontà di determinati responsabili, complici da fronti opposti, che l’hanno voluta e continuano a volerla.

Don Milani, nella lettera ai cappellani militari e poi in quella ai giudici, passa in rassegna tutte le guerre combattute dall’Italia, da quelle risorgimentali in poi, e ne smaschera le ragioni, mostrando come siano i giochi del potere economico, non l’amore per la patria, il vero movente, per concludere con l’affermazione che anche «la guerra difensiva non esiste più».

Anche nel caso della guerra in Ucraina, una volta affermata e sostenuta la tesi della responsabilità originaria e fondamentale della Russia, bisognerà pure domandarsi perché, invece della difesa armata, non si è ritornati alle proposte di Istanbul del marzo-aprile 2022.

Se, quindi, il primo responsabile ne è la Russia, ne sono responsabili anche quanti hanno scelto la via della guerra, invece di riprendere quella della diplomazia, avviata da tempo. È che, se ci sono guerre, è solo perché, dalle guerre, sono molti coloro che ci guadagnano, istituzioni pubbliche e soggetti privati, a cominciare, ovviamente, dai mercanti di armi.

La guerra sconvolge a fondo l’economia mondiale, ne modifica gli equilibri, per cui chi ci perdeva ora ci guadagna e chi ci guadagnava ora ci perde e si tratta di calcoli che, ovviamente, vengono fatti con cura dai grandi potentati economici. Data la posta in gioco di ingenti perdite e di enormi guadagni, è difficile pensare che chi ci vede in gioco i propri interessi non eserciti la sua influenza sull’andamento della situazione.

Per operare in maniera efficace per la pace non basta esaltarne la bellezza e affermare il dovere di ogni cittadino, e del cristiano anche in nome della fede in Cristo, di promuovere e sostenere le politiche di pace: bisogna anche decostruire le pseudoragioni che tradizionalmente vengono addotte per giustificare la guerra smascherandone le ignobili motivazioni immancabilmente sottostanti e quelle vergognosamente proclamate.

 

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